Testi apocrifi - Memorie apostoliche di Abdia - Profezie On Line

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Apocrifi

TESTI APOCRIFI
Memorie  Apostoliche di Abdia
primo Vescovo di Babilonia



LIBRO I
La splendida attività del Beato Pietro, primo degli apostoli


[1] Dopo che il Signore si era fatto carne nella natività, e lo stesso Signore Gesù Cristo, vera luce del mondo, aveva mostrato la sua luce alle tenebre del mondo, mentre se ne camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, che lanciavano il giacchio in mare; erano infatti pescatori. Disse loro: "Seguitemi e vi renderò pescatori di uomini". E quelli subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Arrivato nei dintorni di Cesarea di Filippo, interrogò i suoi discepoli: "Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?". Essi risposero: "Alcuni dicono: è Giovanni il Battezzatore, altri Elia, altri Geremia o uno dei profeti". Rispose allora Simone Pietro senza esitazione e con fermezza: "Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente".

E Gesù a lui: "Beato sei tu, Simone bar-Jona, perché non la carne e il sangue te l'hanno rivelato ma il Padre mio che è nei cieli. Ebbene, io dico a te: tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'Ade non prevarranno contro di essa; ti darò le chiavi del regno dei cieli, e ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".

In quello stesso periodo il Cristo, presi con sè Pietro, Giovanni e Giacomo, tre dei discepoli più cari, andò secondo il suo solito su un monte a pregare. Appena i discepoli lo videro elevarsi un po' più in alto e circondato dalla luce del sole tra Mosè ed Elia, "Signore - disse Pietro - questo è un ottimo luogo per starci; e così, se sei d'accordo, faremo tre tende: una per te, una per Elia e una per Mosè" Gesù però non rispose nulla: li esortò invece ad alzarsi e a deporre il timore; e proseguì il suo discorso sulla passione.

Prima delle festività pasquali, quando erano ormai imminenti, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava, si levò da mensa e depose le vesti; prese un panno, se ne cinse, quindi versò dell'acqua nel catino e prese a lavare i piedi dei suoi discepoli e ad asciugarli col panno. Giunto a Simone Pietro, Pietro gli dice: "Signore, tu i piedi non me li laverai". Gli risponde Gesù: "Ciò che sto facendo tu ora non lo comprendi, lo comprenderai però dopo". Allora Pietro: "Tu i piedi non me li laverai mai!". Gesù gli rispose: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". Al che Pietro: "Non soltanto i piedi, ma anche il mio capo e le mie mani". Gesù, in occasione di quelle parole, rispose: "Chi ha fatto un bagno non ha più bisogno di essere lavato ancora, ma è del tutto mondo".

Questi avvenimenti riguardanti Pietro risalgono a prima della risurrezione.

[2] Quindi il Signore Gesù, dopo che fu risorto, disse a Pietro: "Simone di Giovanni, mi ami?". "Certo, Signore - rispose Pietro - tu lo sai che ti amo". Allora rispose Cristo: "Pasci i miei agnelli"; e soggiunse: "Simone di Giovanni, mi ami?". Gli rispose Pietro: "Lo sai che ti voglio bene". "Pasci allora le mie pecore", rispose Gesù. E per la terza volta rivolto a Pietro: "Simone di Giovanni, mi ami?". Udito questo, Pietro si rattristò perché gli aveva chiesto per la terza volta: "Mi ami?" e rispose: "Signore, tu lo sai che ti amo!". E Gesù: "Pasci allora le mie pecore. In verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio stenderai le braccia e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai!". Disse questo per indicare con quale genere di morte doveva glorificare Dio.

Questi fatti risalgono al tempo in cui il Salvatore, dopo essere risorto, era apparso sulla spiaggia del mare di Tiberiade ai discepoli che stavano pescando e aveva chiesto loro se avessero preso qualche pesce. Ma essi, che da lontano non avevano riconosciuto il Signore, assicuravano di no. All'udire questo, Gesù ordinò di gettare la rete a destra della barca. Quando essi l'ebbero fatto e Pietro si fu tuffato in mare, tirarono su una rete piena di pesci. Stupefatti da quel miracolo, cominciarono a riconoscere il Signore, e guadagnata la riva trovarono vicino a lui del pesce sopra la brace e del pane. Dopo che ebbero contati ben cento e cinquanta pesci, il Cristo invitò i discepoli a sedere e a mangiare pane e pesce con lui.

Questi fatti di Pietro, degni di essere ricordati, avvennero quando ancora Egli era sulla terra dopo la risurrezione.

[3] Dopo che il Signore Gesù fu assunto in cielo, Pietro e Giovanni stavano salendo al tempio verso l'ora nona per la preghiera. Ed ecco che veniva portato un uomo nato storpio, che usavano collocare ogni giorno alla porta del tempio chiamata "Bella" perché chiedesse l'elemosina a quanti vi entravano. Costui, visti Pietro e Giovanni che stavano entrando, chiese loro l'elemosina. Pietro con Giovanni lo fissò e disse: "Guarda verso di noi". L'uomo li guardava attento, con la speranza di riceverne qualcosa. Allora Pietro: "Non ho argento e oro, ma quel che possiedo te lo do: in nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!". E, presolo per la destra, fece l'atto di rialzarlo. All'istante piedi e caviglie presero vigore, ed egli con un balzo fu in piedi e camminò. Entrò poi con loro nel tempio e si mise a testimoniare pubblicamente il fatto e a esaltare il Signore. Come età aveva superato i quarant'anni.

Frattanto il numero di coloro che abbracciavano la fede, una moltitudine di uomini e di donne, cresceva sempre più, e si arrivò al punto di portar fuori nelle piazze gli ammalati e di deporli sui rispettivi lettini e barelle lungo le vie pubbliche su cui avevano saputo che gli apostoli sarebbero arrivati. Molti ancora dalle città vicine raggiungevano Gerusalemme portando uomini infermi e tormentati da potenze maligne, e Pietro li guariva tutti

Intanto corse voce a Gerusalemme che la Samaria aveva accolto il vangelo e gli apostoli vi inviarono Pietro e Giovanni. Essi, giunti colà, recitarono per loro un'orazione perché ricevessero lo Spirito santo. Su nessuno di loro infatti era disceso ancora, ma erano stati soltanto battezzati nel nome di Gesù. Allora gli apostoli imposero loro le mani, e così anche i Samaritani ricevettero lo Spirito santo.

Un certo Simone, detto il Mago, quando vide che con l'imposizione delle mani degli apostoli veniva dato lo Spirito santo, offrì loro del denaro dicendo: "Fornite anche a me questo potere di conferire lo Spirito santo a chiunque imporrò le mani". Pietro gli rispose: "Alla malora tu e il tuo denaro, perché hai creduto di ottenere il dono di Dio con l'oro. Tu non parteciperai mai a ciò che hai chiesto. Questo perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pentiti, quindi, ravvediti da questa tua nefandezza e chiedi a Dio, se possibile, di perdonare il tuo desiderio, perché è iniquo. Io infatti ti vedo schiavo di una passione perniciosa". Simone rispose: "Pregate voi per me il Signore che nulla mi accada di quanto mi avete detto". Essi pertanto, dopo aver testimoniato ed esposto il vangelo di Gesù, rientrarono a Gerusalemme, evangelizzando molte zone della Samaria.

[4] Avvenne allora che Pietro, toccando molte città e villaggi, scese presso i cristiani residenti a Lidda. Là trovò un paralitico chiamato Enea, che giaceva da otto anni in un letto, e gli disse: "Enea, alzati, il Signore nostro Gesù Cristo ti ha guarito". E subito quegli si alzò e si rifece il letto. Lo videro tutti gli abitanti di Lidda e del Saron e si convertirono al Signore.

Durante questi avvenimenti occorse il fatto di una cristiana di nome Tabita, che significa "gazzella". Costei si dava alle opere buone e alle elemosine che elargiva di continuo. Un giorno cadde ammalata e morì. I parenti paterni, dopo averla lavata, la deposero nella sala superiore. E siccome Lidda era vicina a Joppe, inviarono due uomini da Pietro per invitarlo a venire da loro immediatamente. Pietro, ricevuta la notizia, si mise in cammino e giunse con loro a Joppe. Appena arrivato, lo fecero salire alla sala superiore e venne attorniato da tutte le vedove in lacrime che gli mostravano tuniche e mantelli che aveva loro confezionato Gazzella.

Pietro, commosso dal pianto di costoro, dopo aver fatto uscire tutti i parenti, alzò occhi e mani al cielo, e inginocchiatosi, si mise a pregare. Rivolto al cadavere, disse: "Tabita, alzati!". Quella aprì gli occhi e, visto Pietro, si levò a sedere. Pietro allora le porse la mano, la fece alzare e, chiamati i cristiani e le vedove, la presentò loro viva. Il fatto si riseppe in tutta Joppe e molti credettero nel Signore.

[5] In quello stesso periodo il re Erode prese a maltrattare alcuni membri della Chiesa; vedendo che la cosa era gradita agli Ebrei, arrestò anche Pietro. Si era nei giorni degli Azzimi.

Presolo, lo mise in carcere, affidandolo alla custodia di quattro plotoni di soldati, con l'intento di fargli il processo dopo la Pasqua. Pietro era rinchiuso in carcere, ma la Chiesa innalzava continuamente preghiere per lui al Signore. Quando Erode fu sul punto di portarlo in giudizio, quella stessa notte Pietro era addormentato tra due soldati, legato con due catene. I carcerieri montavano la guardia davanti alla porta. Quand'ecco un angelo del Signore apparve e una luce brillò nella cella; toccato Pietro sul fianco, il Signore lo svegliò: "Alzati in fretta"; le catene gli caddero dai polsi, e l'angelo gli disse: "Mettiti la cintura e i sandali"; Pietro ubbidì. Disse ancora: "Indossa il mantello e seguimi". Pietro, seguendolo, uscì; ma non riusciva a capacitarsi che ciò che stava facendo, grazie all'angelo, fosse vero: credeva piuttosto che fosse un sogno. Traversati così il primo e il secondo posto di guardia, giunsero al portone di ferro che dava in città, il quale si aprì da solo. Usciti, percorsero una strada, quando improvvisamente l'angelo scomparve. Pietro, ripresosi, disse: "Ora sono sicuro che il Signore ha inviato il suo angelo e mi ha tolto dalle mani di Erode e dalle speranze del popolo ebreo".

[6] Dopo questi fatti si fece avanti un certo Simone samaritano, che appena vide i miracoli di Pietro, cercò di acquistare il carisma dello Spirito, lui che diceva di essere un gran personaggio e di essere diverso e cangiante; a coloro che avessero creduto in lui egli prometteva di sottrarli alla morte. Costui desiderava creare difficoltà all'insegnamento di Pietro e porne in ridicolo la dottrina; fissò anche un giorno nel quale essere presente allorché la folla si radunava per udire Pietro allo scopo di discutere con lui. Pietro allora si trovava a Cesarea di Stratone.

Giunta l'alba del giorno stabilito, Zaccheo, capo della città, si presentò a Pietro e gli disse: "E' ora che tu vada a discutere Pietro. La folla, già radunata al centro dell'atrio, si accalca per aspettarti; in mezzo ad essa vi è Simone con un forte seguito". Pietro, udito questo, per fare la preghiera fece allontanare alcuni che non erano ancora stati mondati dai peccati commessi senza averne coscienza, e disse rivolto ai restanti: "Preghiamo fratelli, perché il Signore per mezzo di Cristo suo Figlio e per la sua ineffabile misericordia mi aiuti mentre sto per espormi in favore della salvezza di individui che sono creature pure di Dio". Detto questo, conclusa la preghiera, si portò nell'atrio della casa dove era radunata una folla grandissima. Appena gli sembrò che tutti fossero attenti nel più grande silenzio e il mago Simone fungesse da capo in mezzo a loro, cominciò così:

[7] "Pace a voi tutti che siete disposti a conciliarvi con la verità. A chiunque infatti la segue, pare naturale rendere un favore a Dio; mentre sono essi a conseguire da lui un dono di grandissimo valore, percorrendo i sentieri della sua giustizia Perciò la prima cosa da fare è ricercare la giustizia del Signore ed il suo regno. La giustizia, perché impariamo ad agire rettamente; il regno, poi, perché conosciamo qual è il frutto delle fatiche e della sofferenza. In esso, per coloro che hanno vissuto bene, vi è ricompensa dei beni eterni; per coloro invece che saranno andati contro la sua volontà ci sarà un equivalente contraccambio di pena per le loro azioni. Quindi è qui, cioè, mentre siete in questa vita, che dovete riconoscere la volontà del Signore e quando viene l'opportunità di agire. Infatti se qualcuno volesse cercare ciò che non può trovare, prima di aver emendato la sua condotta, la sua ricerca sarà sciocca e inutile. Il tempo è poco e il giudizio sarà fatto in vista delle azioni, non delle dispute. Perciò prima di tutto chiediamoci che cosa sia necessario fare o in che modo farlo per meritare la vita eterna.

Il mio parere è quindi questo, che è pure quello del Profeta: ricerchiamo dapprima la giustizia specialmente coloro che fanno la professione di conoscere il Signore. Se c'è qualcuno che reputa che vi sia qualche cosa di più giusto, lo dica. Dopo averlo detto, ascolti, ma con calma e pazienza. Infatti per questo all'inizio, sotto la forma di un saluto, ho augurato pace a voi tutti".

[8] Simone di rimando rispose: "A noi non occorre la tua pace, perché se la pace e la concordia esistessero, nella ricerca della verità non potremmo avanzare di un sol passo: infatti sono i ladri, i lussuriosi ad essere in pace tra loro, perché ogni nefandezza dà ragione a se stessa; se quindi ci siamo radunati per questo, vale a dire per applaudire per amor di pace ogni cosa che viene detta, non gioveremmo in nessun modo a coloro che ci ascoltano, ma al contrario li illuderemmo per andarcene da buoni amici. Perciò non invocare la pace, ma piuttosto la diatriba; se gli errori li puoi confutare, non ricercare l'amicizia ottenuta con adulazioni ingiuste. Voglio che tu sappia innanzitutto che quando due vengono a diverbio, verrà il momento nel quale uno dei due, vinto, cadrà".

Pietro rispose: "Perché temi di udire spesso la parola pace? Ignori forse che la perfezione della legge è data dalla pace? Dal peccato infatti nasce guerra e discordia. Quando invece non c'è peccato, esiste la pace nelle discussioni, e la verità nelle opere".

E Simone: "Le parole che hai detto sono vuote. Ora però ti mostrero la potenza della mia capacità soprannaturale, in modo che subito ti ravveda e mi adori.

[9] Io sono la potenza prima immortale e infinita. Entrato nell'utero di Rachele, fui generato da lei come uomo in modo da poter essere visto dagli uomini. Ho volato nel cielo, il mio corpo è composto col fuoco; ho fatto sì che le statue si muovessero, ho animato cose inanimate, ho mutato pietre in pane, da un monte ho volato discendendo sorretto dalle mani degli angeli. E queste cose non solo le ho fatte, ma le posso ripetere ora per dimostrare a tutti che sono il Figlio di Dio, che sono immortale e in grado di rendere immortali coloro che credono in me. Le tue parole sono tutte inutili, né puoi addurre alcun fatto che provi la verità. Come quel famoso mago che ti ha inviato, che non ha nemmeno potuto liberarsi dal supplizio della croce. Io posso infatti rendermi invisibile a coloro che volessero catturarmi, e poi di nuovo, volendolo, rendermi palese. Se volessi fuggire, trapasserei monti e rocce come argilla. Se precipitassi da un monte altissimo, giungerei a terra illeso, come se fossi trasportato; legato, sarei io stesso a liberarmi e legherei a mia volta coloro che mi avessero messo le catene; gettato assieme agli altri in carcere, farei sì che le porte si aprissero da sole. Trasformerei le statue inanimate in modo tale che vengano ritenute persone vive da coloro che le osservano; in un batter d'occhio farei nascere nuove piante e produrrei virgulti improvvisi; mi butterei nel fuoco, ma non mi brucerei; mi trasformerei in modo tale da non essere riconosciuto. Potrei avere due volti da mostrare agli uomini: apparire come pecora o capra; e, sebbene neonato, mettere la barba. Potrei librarmi volando nell'aria, rivelare ricchezze ingenti, costituire re ed essere adorato come Signore, ricevere di fronte a tutti onori divini in modo che, costruitami un'effige, mi onorino come Signore e mi adorino. Ma che bisogno c'è di elencare tutto? Io posso fare tutto ciò che voglio. Molte di tali opere le ho già sperimentate con successo. Infine, disse, una volta quando mia madre Rachele mi ordinò di andare nel campo a mietere, io, vedendo una falce, le comandai di andare a mietere: ed essa falciò dieci volte più delle altre. Dalla terra ho fatto scaturire virgulti nuovi che in un istante apparvero e misero fronde. Un'altra volta ho perforato un vicino monte".

[10] Dopo che Simone ebbe parlato, Pietro rispose: "Non dire degli altri ciò che non sono. Che tu sia un mago è chiaro e palese dagli stessi discorsi che hai fatto. Il nostro Maestro, di natura divina e umana, è palesemente buono. Quanto al fatto che sia veramente Figlio del Signore, viene comprovato da quegli stessi motivi grazie ai quali fu comprovato. Quanto a te, se non vuoi confessare di essere un mago, andiamo con tutta questa folla a casa tua, e lì scopriremo allora chi è il mago".

Ma mentre Pietro diceva questo, Simone cominciò a bestemmiare e a maledire, e non pot‚ essere redarguito nel tramestio generale che ne seguì. Pietro, per non far vedere che se ne andava a causa delle imprecazioni, rimase immobile e lo redarguì aspramente. Il popolo indignato respinse Simone fuori dalle porte di casa, dopo che era già stato scacciato dall'atrio. Uno solo lo seguì. Nel silenzio generale, Pietro così parlò al popolo:

"Fratelli, dovete sopportare pazientemente le persone malvagie, ricordatevi che il Signore, pur potendo annientarle, permette tuttavia che vivano fino al giorno prefissato in cui tutto sarà sottoposto al giudizio. Potremo quindi non sopportare noi coloro che sopporta il Signore, cui sono sottomessi e ubbidiscono i cieli e la terra? E voi che vi siete convertiti al Signore per mezzo della penitenza, piegate davanti a lui le ginocchia".

Detto questo, si inginocchiò davanti al Signore. Pietro, con gli occhi al cielo pregava tra le lacrime per loro, perché il Signore, nella sua bontà, si degnasse di accogliere coloro che si rimettevano completamente a lui. Dopo aver pregato e prescritto che il giorno seguente giungessero per tempo, celebrò l'Eucaristia. Quindi, come d'uso, rimase in silenzio.

[11] Al mattino giunse un discepolo di Simone a dire: "Ti prego, Pietro, accogli me, misero, che sono stato ingannato dal mago Simone; lo credevo un Dio celeste per tutti i prodigi che gli ho visto fare; dopo aver udito però le tue parole ho cominciato a considerarlo come un uomo, e per di più malvagio. Tuttavia quando uscì di qui, io solo lo seguii, poiché non avevo ancora riconosciuto tutte le sue empietà. Quando vide che lo seguivo, chiamandomi beato, mi condusse a casa sua. Verso mezzanotte mi disse: "Ti renderò superiore a tutti gli uomini, se vorrai restare con me fino in fondo". Appena glielo promisi, pretese da me un giuramento di costanza; dopo averlo ricevuto, pose sulle mie spalle certi suoi segreti impudichi ed esecrabili, perché li portassi, e mi seguì. Appena giunto al mare e salito su di una barca che si trovava lì per caso, riprese dal mio collo ciò che mi aveva ordinato di portare. Discesone poco dopo, non riportò indietro nulla: naturalmente l'aveva gettato in mare. Mi pregò poi di mettermi in cammino con lui, dicendo di voler raggiungere Roma. Là infatti avrebbe avuto tanto successo da venir considerato Signore ed essere insignito pubblicamente di onori divini. "Allora, disse, pieno di ogni ricchezza, se desidererai ritornare qui, ti rimanderò trasportato da una moltitudine di potenze angeliche!".

Udite queste parole e non vedendo in lui nulla che potesse testimoniare questa promessa, capii che era un mago e un ingannatore, e risposi: "Ti prego di scusarmi ché i piedi mi fanno male e non sono in grado di andarmene da Cesarea. Oltre al resto ho moglie e figli piccoli che non posso assolutamente lasciare". Udite queste parole, partì per Roma accusandomi di viltà e dicendomi: "Quando saprai della fama di cui mi sarò circondato in Roma, ti pentirai". Dopo di questo, come aveva detto, si diresse verso Roma. Dal canto mio sono subito tornato qui a pregarti di accogliermi come penitente, perché da lui sono stato ingannato".

[12] Appena colui che aveva abbandonato Simone ebbe finito di parlare, Pietro gli ordinò di prendere posto nell'atrio. Anch'egli, facendosi avanti e vedendo che la folla era molto più numerosa dei giorni precedenti, si pose al solito posto e, indicando colui che aveva abbandonato Simone, disse: "Fratelli costui che vedete, è venuto poco fa da me per informarmi sulle nefandezze magiche di Simone e in che modo egli abbia gettato in mare tutti gli artifizi della sua scelleratezza, non per un sentimento di penitenza, ma per il timore di essere arrestato e sottoposto alle leggi pubbliche". Mentre Pietro parlava, il popolo era stupito di vedere l'uomo che aveva abbandonato Simone.

Quindi Pietro, lasciata Cesarea, raggiunse Tripoli e, entrato in casa di Marone, vide un luogo adatto alla discussione. Appena vide la folla, che appariva come un grande fiume che si fosse riversato in un piccolo alveo, salì su un piedistallo che era appoggiato lungo la parete che dava sul giardino e salutò dapprima il popolo, secondo l'uso religioso. Alcuni dei presenti, da parecchio tempo in preda ai demoni, si gettarono per terra mentre gli spiriti immondi scongiurarono Pietro che permettesse loro di rimanere anche per un solo giorno nei corpi che occupavano. Pietro, esorcizzandoli, ordinò loro di uscire immediatamente, ed essi se ne andarono senza indugio. Anche altri, infermi da lungo tempo, invocarono Pietro perché li risanasse ed egli promise che avrebbe per loro supplicato il Signore appena terminata l'istruzione religiosa; subito, come aveva promesso, furono guariti dalle loro malattie. Volle che costoro andassero a sedersi in disparte assieme a quelli che erano stati guariti dai demoni, come se fossero affaticati dopo un lungo lavoro.

[13] Partito da Tripoli, Pietro si diresse verso Antiochia. Giunse alle isole dette Ancaridi nel cui tempio c'erano delle colonne di rara grandezza e, per vederle, molti erano venuti con Pietro; Pietro dopo averle ammirate ed essere uscito dalle porte, vide una donnina che chiedeva l'elemosina a coloro che entravano. Dopo averla guardata attentamente, disse: "Dimmi, donna, che difetto fisico hai da sottometterti alla vergogna di chiedere l'elemosina e perché non ti procuri con le tue mani, ricevute dal Signore, il cibo, frutto del lavoro?". Quella rispose sospirando: "Volesse il cielo che avessi mani da potere muovere! Mi è rimasta solamente l'apparenza delle mani. Esse infatti sono morte, malferme e insensibili ai miei morsi". Pietro allora, dopo averle preso le mani, le risanò.

Quella donna era la madre di Clemente dal quale nello stesso posto fu riconosciuta. Difatti, grazie alla potenza di Pietro, riabbracciò gli altri figli Faustino e Fausto che, con nomi diversi, venivano chiamati Aquila e Nicia, e così pure suo marito Faustino, che per molto tempo erano rimasti lontani.

Siccome volevano lasciare per mare l'isola, la madre disse a Clemente: "Figlio carissimo, è giusto che dica addio alla donna che mi ha accolto: infatti è povera, paralitica e inchiodata a un letto". Udito questo Pietro e tutti coloro che avevano ascoltato rimasero ammirati di fronte alla bontà e alla prudenza della donna. Pietro ordinò immediatamente ad alcuni di andare e di portare la donna sul lettino in cui giaceva. Appena fu portata e messa in mezzo alla folla che era presente, Pietro disse di fronte a tutti: "Se io sono un banditore della verità, per rafforzare la fede di tutti i presenti, perché sappiano e credano che uno solo è il Signore che ha fatto il cielo e la terra, in nome di Gesù Cristo Figlio suo si alzi costei". E subito, appena Pietro ebbe pronunciate queste parole, la donna si alzò risanata e si gettò ai piedi di Pietro, e, baciando una sua intima parente, ringraziava il Signore.

[14] Fatto questo, siccome Pietro voleva andarsene all'albergo, il padrone di casa gli disse: "E' indecoroso per un uomo come te albergare in una locanda quando io ho quasi tutta la casa da metterti a disposizione e diversi letti completi di tutto il necessario". Ma poiché Pietro rifiutava, la moglie del capo-famiglia si presentò davanti a lui assieme ai figli esortandolo: "Ti prego, rimani presso di noi!". Ma neppure così Pietro si decideva ad acconsentire. Giunse allora la figlia di coloro che lo pregavano; da molto tempo essa era posseduta dal demonio e perciò era stata messa in catene e chiusa in una stanza. Allorché si presentò a Pietro aveva le catene, in mano, poiché il demonio se ne era andato da solo; questa disse: "O mio Signore, sarebbe cosa buona che tu oggi festeggiassi qui la mia guarigione e non rattristassi me e i miei parenti".

Mentre Pietro si chiedeva il perché di queste parole e delle catene, i parenti di lei, lieti per la guarigione insperata della figlia e stupiti, non riuscivano a dir nulla. I servi dissero: "Costei posseduta dal demonio fin dall'età di sette anni, strappava le vesti di coloro che tentavano di avvicinarsi, li feriva con morsi e cercava di sbranarli. Da vent'anni a questa parte non ha mai smesso di comportarsi così e nessuno ha mai potuto curarla, anzi, nemmeno avvicinarla. Molti infatti li ha fatti andare via senza aver concluso niente, altri li ha uccisi. Era più forte di qualsiasi uomo, poiché certamente si serviva delle forze del demonio. Ora, come vedi, il demonio è fuggito dalla tua presenza: le porte, che erano serrate con tutta sicurezza, si sono aperte e lei se ne sta guarita di fronte a te, pregandoti di rendere lieto per lei e per i suoi parenti il giorno della sua guarigione".

Dopo che uno dei servi ebbe parlato così, e le catene caddero spontaneamente dalle sue mani e dai suoi piedi, Pietro, convinto di essere stato lui a guarirla, acconsentì ad andare nella casa di suo padre.

[15] Dopo questi fatti, Pietro, in viaggio per Roma, presentì imminente la propria morte. Perciò nell'assemblea dei fratelli, prendendo la mano di Clemente, si alzò senza indugi e fece risuonare queste parole a tutta la Chiesa: "Ascoltatemi, fratelli e come me servi: siccome il Signore e Maestro Gesù Cristo che mi ha mandato mi ha fatto sapere che è imminente l'ora della mia morte, vi ordinerò vescovo questo Clemente: a lui solo affido la cattedra della mia predicazione e dottrina; egli mi è stato compagno in tutto, dall'inizio alla fine, e perciò ha conosciuto la veridicità di tutta la mia predicazione. Mi è stato compagno perseverante e fedele in tutte le tentazioni. L'ho conosciuto più degli altri come servo del Signore, amante del prossimo, casto, studioso, sobrio, benigno, giusto, paziente come colui che sa sopportare le ingiurie di alcuni anche se vengono da parte di coloro che sono istruiti nella Parola del Signore. Perciò affido a lui il potere datomi dal Signore di legare e di sciogliere di modo che qualunque cosa avrà decretato in terra, rimarrà stabilita anche in cielo. Legherà infatti ciò che sarà necessario legare, e scioglierà ciò che sarà necessario sciogliere".

Detto questo, gli impose le mani e lo fece sedere sul suo seggio spiegandogli diffusamente come doveva governare la Chiesa affidatagli o nutrire il gregge ricevuto.

[16] In quello stesso periodo l'apostolo Paolo, in viaggio per Roma, predicava il Cristo Signore. Quindi al tempo di Nerone Cesare, vi erano a Roma gli apostoli Pietro e Paolo, maestri apportatori della salvezza cristiana grazie ai quali, mentre la fede nel Signore Gesù Cristo si sviluppava nella mente di tutti, aumentava la diffusione della vera religione perché erano meravigliosi nelle loro opere e famosi nell'insegnamento in forza della grazia divina.

Nerone cominciò ad avversare in modo forte gli apostoli tramite il mago Simone: poiché il mago aveva conquistato con varie illusioni diaboliche l'animo del Cesare al punto che confidava in lui senza il minimo sospetto come in uno che presiedeva alla sua salvezza ed era custode della sua vita. Difatti credeva che con il suo aiuto avrebbe conseguito vittorie in guerra, sottomesso genti e avuto prosperità.

Ma l'apostolo Pietro smantellò i suoi sogni ambiziosi e tutte le sue scelleraggini perché la luce della verità e lo splendore della parola divina che da non molto tempo si era irradiata per la salvezza degli uomini, grazie agli apostoli, aveva fatto scomparire dalle umane menti l'oscurità di tutta quanta la menzogna, e le tenebre dell'ignoranza. Allora il mago Simone colpito dal bagliore della vera luce divenne cieco immediatamente: colui che già in Giudea era stato confutato per le sue scelleratezze, e se ne era fuggito dall'altra parte del mare. Egli che altrove aveva sperimentato il potere di Pietro, precedutolo a Roma, osò vantarsi di poter risuscitare i morti.

In quello stesso momento era morto un nobile adolescente, parente di Cesare. Si radunò un gran numero di parenti, si chiedevano a vicenda se ci fosse qualcuno che potesse risuscitare il morto.

Pietro aveva già una buona fama in questo, ma dai pagani non si credeva per nulla a tutto ciò. Il dolore tuttavia richiese che si cercasse un rimedio; vi furono alcuni che ritennero bene invitare anche Simone, in modo che vi fossero ambedue. Dato che Simone si gloriava della sua potenza, Pietro disse ai parenti che si provasse lui per primo, se ne era capace, a risuscitare il morto. Se non ce l'avesse fatta, fossero pure certi che Cristo avrebbe agito sul morto.

Simone che dai pagani era ritenuto dotato di una grande potenza, pose come condizione che, se egli avesse risuscitato il morto, Pietro venisse ucciso, giacché aveva ingiuriato una persona così potente sfidandola con parole provocanti; se però non fosse riuscito a nulla e Pietro avesse risuscitato il morto, il mago si sarebbe sottomesso alla sentenza che era stata posta contro l'apostolo. Pattuita questa condizione, si avvicinò al lettuccio del defunto, e cominciò a fare incantesimi e a sussurrare segretamente formule imprecatorie.

Ai presenti sembrò di vedere il capo del defunto muoversi e già si levarono le grida della folla perché si pensava che il morto ritornasse in vita e parlasse con Simone. Cominciò a farsi sentire una grande e generale indignazione verso Pietro, perché aveva osato mettersi a confronto con un uomo così potente. Allora Pietro domandò il silenzio e disse: "Se il defunto è ritornato in vita, parli; se è veramente stato risuscitato, si alzi, cammini e faccia sentire la sua voce. Io vi farò toccare con mano che è un'illusione e non la verità il movimento del capo del defunto. Il mago venga dunque allontanato, disse, dal lettino e saranno messi a nudo gli inganni diabolici". Simone allora venne allontanato dal letto e il morto rimase immobile senza alcuna speranza di vita. Pietro assisteva da lontano e, dopo aver pregato per un poco tra sè, disse: "Fanciullo, alzati, io te lo dico: il nostro Signore Gesù Cristo ti ridà la vita". Immediatamente il giovane si alzò, parlò e camminò, e Pietro lo restituì vivo a sua madre. Essa voleva ricompensare il beato apostolo, ma questi le disse: "Stattene tranquilla, o madre, per tuo figlio e non aver paura; ha infatti il suo custode".

[17] E poiché il popolo voleva lapidare il mago Simone, Pietro riprese: "Gli è già una pena sufficiente il fatto di essersi visto battuto sul suo stesso campo. Rimanga in vita a vedere crescere il regno di Cristo, anche se non lo desidera".

Il mago frattanto si tormentava e, scosso dalla gloria dell'apostolo, corse da Nerone Cesare e, servendosi di una nuova ingiuria, nei confronti di Pietro, ottenne che venisse convocato. Quando furono ambedue di fronte all'imperatore, Simone parlò per primo: "Mi meraviglio che tu, Cesare, ritenga costui come uomo di un certo valore, mentre è un pescatore fallito, pieno di menzogne, e sprovvisto di ogni potere, sia quanto a parole sia quanto a fatti. Non sopportare più a lungo questo avversario, comanderò ai miei angeli ora di venire a farmi vendetta di costui". Al che Pietro: "Non temo certamente i tuoi angeli, costretti ad avere paura di me, in forza della mia fede nel Cristo, in questo mio Signore che tu pretendi di essere. Difatti se c'è qualcosa di divino in te che ti fa scrutare i pensieri più intimi, dimmi Simone che cosa penso e che cosa farò.

Questo mio pensiero, o ottimo Cesare, prima che il mago ti racconti una fandonia, te lo farò sentire in modo che non possa dire diversamente da come penso". Allora Nerone "Avvicinati e dimmi ciò che pensi". Pietro disse: "Da' disposizione perché mi venga portato un pane di orzo e consegnato di nascosto". Data la disposizione, Pietro riprese: "Mi dica quindi Simone che cosa ho pensato, cosa ho detto e cosa ho fatto". Allora Nerone: "Che dici, Simone?". Simone rispose: "Mi dica Pietro piuttosto cosa ho pensato o fatto io". Pietro allora: "Vi farò constatare che cosa ha pensato Simone, se però lui prima avrà detto che cosa ho pensato io". Simone, udito questo, disse: "Il buon imperatore sappia che nessuno conosce i pensieri degli uomini, se non Dio solo; per il resto Pietro ha mentito". Al che Pietro di nuovo: "Ma tu che ti dici figlio di Dio, dimmi che cosa penso e che cosa ho fatto ora segretamente, fammelo sapere, se puoi". Pietro aveva benedetto il pane di orzo che aveva ricevuto, l'aveva spezzato e riposto nella sua manica destra e nella sinistra.

[18] Allora Simone, sdegnato per non aver potuto svelare il segreto dell'apostolo, esclamò: "Vengano avanti grandi cani e lo divorino in presenza del Cesare". Appena ebbe parlato, comparvero dei cani di una grandezza eccezionale e si gettarono su Pietro. Pietro però, alzate le mani in preghiera, mostrò ai cani il pane che aveva benedetto; ed appena i cani lo videro svanirono nel nulla.

Allora Pietro rivolto a Cesare: "Ecco, imperatore, che ti ho mostrato a fatti e non a parole che cosa stesse pensando Simone. Infatti colui che aveva promesso che gli angeli sarebbero venuti contro di me ha mandato i cani, per far vedere che non possiede angeli divini, ma solo canini".

Perciò il mago indignato cominciò a valersi di ogni risorsa dei suoi scongiuri. Radunò il popolo e dichiarò di essere stato offeso dai Galilei e che avrebbe lasciato la città che normalmente lui proteggeva. Infine fissò il giorno in cui, assicurava con arroganza, in volo avrebbe dovuto essere trasportato alle sedi celesti per destino, per dimostrare che era in suo potere raggiungere il cielo quando voleva.

Il giorno stabilito salì sul monte Capitolino e, gettatosi da una rupe, cominciò a volare. Il popolo ammirato si mise a venerarlo. Molti dicevano pure che il volare corporalmente verso il cielo era una facoltà divina e non umana; e molti affermavano che il Cristo non aveva fatto nulla di simile. Allora Pietro, che si trovava tra loro, disse: "Signore Gesù, mostra la tua potenza e non permettere che il popolo che sta per credere in te venga ingannato da queste falsità. Signore, possa egli cadere, in modo che ogni vivente sappia di non potere nulla contro la tua potenza". Dopo che l'apostolo ebbe chiesto queste cose con le lacrime, disse: "Vi scongiuro nel nome di Gesù Cristo: voi che lo portate, lasciatelo andare subito". Alla voce di Pietro, abbandonato dai demoni, ingarbugliatosi il ritmo delle ali che aveva messo, precipitò. N‚ riprese più i sensi, ma tutto rotto nel corpo, senza forza, dopo poco spirò in quello stesso luogo.

Quando venne riferito ciò a Nerone, mentre si rammaricava di essere stato ingannato e deluso, indignato perché era stato tolto un uomo utile e necessario allo stato, cominciò a ricercare dei motivi per uccidere Pietro.

[19] Così venne dato ordine da Nerone che Pietro venisse catturato. Pure essendo stato pregato prima da tutti di andarsene altrove, egli sempre resisteva dicendo: "Questo non lo farò mai, sarebbe come se fuggissi atterrito dal timore della morte"; sapeva bene che ne sarebbe derivato un motivo eterno di gloria per sè e per tutti, conforme alla passione di Cristo.

Siccome però Pietro nascondeva queste cose, il popolo in lacrime lo pregava di non abbandonarlo, e di non passare sopra alle lacrime di tanti fedeli, proprio quando era imminente la bufera contro i cristiani. Vinto infine dalle lacrime del popolo, acconsentì e promise che se ne sarebbe andato dalla città. La notte seguente quindi salutò i fratelli, e dopo la preghiera in comune si mise in viaggio da solo.

Era appena giunto presso la porta che si vide venirgli incontro il Cristo. Lo adorò e domandò: "Signore, dove vai?". E a lui il Signore: "Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta". L'apostolo, udito ciò, comprese che alludeva alla sua passione; nell'apostolo naturalmente si sarebbe visto patire il Cristo che, come sappiamo, soffre nei singoli uomini non per il dolore del corpo, ma per la contemplazione della misericordia e dell'affetto della pietà.

Così se ne ritornò in città e fu catturato dalle sentinelle. A questa notizia subito si radunò una grande folla, tanto che le platee non avrebbero potuto contenere le persone di ambedue i sessi e di tutte le età, e si misero a gridare a gran voce "Perché uccidete Pietro? Che delitto ha commesso? Che dan no ha portato alla città? Non è permesso condannare un innocente. E ci sarebbe da temere che per la morte di un uomo così, Cristo si vendichi e noi periamo dal primo all'ultimo"

[20] Pietro però acquietava l'animo del popolo perché non infierisse contro il sovrano, dicendo: "Romani che credete in Cristo e in lui solo sperate, ricordatevi di come egli seppe soffrire e come vi consolò in quegli stessi miracoli che avete visto fatti da me. Sperate in lui che sta per venire e darà a ciascuno secondo le sue opere.

Quanto a ciò che ora vedete fatto contro di me, mi è stato annunziato già precedentemente dal Signore che non c'è discepolo superiore al maestro, nè servo superiore al padrone Perciò sappiate che mi sto avvicinando in fretta per comparire alla presenza del Signore, una volta spogliato della carne. Ma perché mi attardo e non vado al supplizio della croce? Coloro che mi perseguitano dispongano pure del corpo: io me ne andrò al Signore con la mia anima". E accostandosi alla croce supplicò di esservi affisso inversamente al modo tradizionale. Era questo un segno di rispetto affinché egli non sembrasse crocifisso come il Signore, ma come servo.

Finito questo, cominciò a parlare al popolo dalla croce. "Indicibile e nascosto mistero della croce, legame inscindibile della carità. Questo è l'albero della vita su cui il Signore Gesù innalzato, trasse tutto a sè. Questo è l'albero della vita su cui fu crocifisso il corpo del Signore Salvatore. Su di lui è stata crocifissa la morte e il mondo intero è stato sciolto dal legame di una morte eterna. O grazia incomparabile e amore che non verrà mai meno. Ti rendo grazie, Signore Gesù, Figlio del Dio vivo, non solo con la voce e il cuore, ma anche con l'anima grazie alla quale posso amarti, nominarti, supplicarti senza tregua, averti, conoscerti, vederti. Tu sei per me ogni cosa e in ogni cosa tu mi sei tutto e non ho null'altro all'infuori di te solo. Tu che hai bontà, sei veramente Figlio di Dio e Dio, al quale con il Padre eterno e lo Spirito santo va ogni onore e gloria nei secoli per sempre". Dopo che il popolo ebbe risposto a piena voce: "Così sia!", egli spirò.

Marcello, uno dei suoi discepoli, senza aspettare l'ordine di nessuno, ne depose il corpo dalla croce con le sue stesse mani e, trattatolo con aromi costosissimi lo collocò nella sua stessa tomba, nel posto detto "Vaticano", lungo la via Trionfale, dove è celebrato in pace dalla venerazione di tutta la città.

LIBRO II
Gesta del beato Paolo apostolo e dottore delle genti, compiute in diversi luoghi


[1] Vi fu un uomo in Gerusalemme della tribù di Beniamino, di nome Saulo, conoscitore profondo dei libri di Mosè e delle norme liturgiche (le cerimonie allora venivano eseguite secondo la lettera: non si avvertiva nè si presentiva in esse alcunché di mistico). Costui portava il terrore nella Chiesa di Dio penetrando nelle case e trascinando in carcere uomini e donne: e ogni giorno riusciva a coglierne molti.

Allora, spirando minacce e stragi contro gli apostoli del Signore, andò dal principe dei sacerdoti e gli chiese delle lettere di presentazione per le sinagoghe di Damasco in modo che, se avesse trovato individui che seguivano questa via, sia uomini che donne, li avrebbe condotti in catene a Gerusalemme. Mentre era in viaggio con questo scopo, ecco che, avvicinandosi a Damasco, una luce dal cielo lo abbagliò; cadendo per terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Ti è duro recalcitrare contro il pungolo". Egli rispose: "Chi sei, Signore?". Ed egli: "Io sono il Gesù che tu perseguiti. Ma alzati, entra in città e ti sarà detto ciò che devi fare".

Gli uomini che lo accompagnavano erano stupefatti come lui, giacché sentivano una voce, ma non vedevano nessuno. Saulo allora si alzò da terra e aprì gli occhi, ma non gli riuscì di vedere. Tenendolo quindi per mano, entrarono in Damasco; quivi restò tre giorni senza la vista, non toccando nè cibo nè bevanda.

Vi era però a Damasco un discepolo di Cristo di nome Anania: il Signore gli disse in visione: "Anania!". Rispose: "Eccomi, Signore". E il Signore a lui: "Alzati, raggiungi la via detta "diritta" e cerca in casa di Giuda una persona di nome Saulo, di Tarso; ora sta pregando; ti aspetta perché, entrato da lui, gli imponga le mani e possa riacquistare la vista".

Gli rispose Anania: "Signore, sono stati in molti a raccontarmi quanto male ha fatto costui ai cristiani in Gerusalemme. Dai prìncipi dei sacerdoti egli ha avuto il potere di mettere in catene coloro che invocano il tuo nome". E il Signore: "Vai, disse, perché è per me un vaso di elezione per portare il mio nome a popoli, a re e ai figli di Israele. Io infatti gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome". Anania andò, entrò nella casa e, imponendogli le mani, disse: "Fratello Saulo, il Signore Gesù, che ti è apparso sul cammino quando venivi, mi ha mandato perché riacquisti la vista e sii ripieno di Spirito santo". Subito dai suoi occhi caddero come delle croste e riebbe la vista. Alzatosi, fu battezzato e, preso del cibo, si fortificò.

[2] Rimase poi con i discepoli di Damasco alcuni giorni: e immediatamente iniziò ad andare nelle sinagoghe a predicare che Gesù è Figlio di Dio. Vedendo questo tutti si stupivano e commentavano: "Non è forse questo l'uomo che in Gerusalemme combatteva coloro che invocano questo nome? E non è venuto qui proprio per condurli in catene ai prìncipi dei sacerdoti?".

Saulo frattanto si rimetteva sempre più in salute e confondeva i Giudei di Damasco affermando che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio. Dopo parecchi giorni i Giudei si radunarono a consiglio per farlo morire; ma subito questo progetto insidioso venne alle orecchie di Paolo. Essi tenevano d'occhio le porte giorno e notte per catturarlo; ma i suoi discepoli, presolo di notte, lo fecero uscire dalle mura dopo averlo posto in una cesta.

Una volta giunto poi a Gerusalemme, tentava di congiungersi ai discepoli di Cristo. Ma essi avevano paura di lui, non persuasi che fosse un discepolo. Barnaba, allora, lo prese e lo condusse agli apostoli narrando loro come avesse visto il Signore lungo il cammino, come gli avesse parlato, e che cosa aveva compiuto a Damasco fiducioso nel nome di Gesù.

[3] Da allora Saulo, che è poi Paolo, messosi ad evangelizzare il Cristo in molte città, giunse a Listra. Vi era là un uomo storpio dalla nascita che non aveva mai camminato e se ne stava accovacciato. Costui, appena udì Paolo parlare, si mise a fissarlo con insistenza. Saulo, vedendo che era fiducioso di venire guarito, gli gridò: "Alzati, e stattene ritto in piedi!". Subito, balzò in piedi quell'uomo e si mise a camminare. La folla, visto ciò che Paolo aveva fatto, proruppe in questo grido: "Costui è veramente un ministro di Dio per fare una cosa del genere in Israele". Un'altra volta, mentre erano diretti verso il luogo di preghiera, incontrarono una giovane schiava che era posseduta da uno spirito di divinazione e con i suoi oracoli procurava molti guadagni ai suoi padroni. Costei prese a seguir noi per un po' e gridava: "Costoro sono i servi del Dio Altissimo e vi annunciano la via della salvezza". Ripet‚ questo per molti giorni, ma Paolo, infastiditosene, disse allo spirito: "Nel nome del Signore Gesù Cristo ti ordino di uscire da costei!" Ed esso immediatamente uscì.

[4] In seguito, venuto in Asia con qualche discepolo, discuteva nella scuola di Tiranno per ben due anni, cosicché tutti gli abitanti dell'Asia udirono la parola del Signore, sia Giudei che pagani, mentre Dio compiva per mano di Paolo miracoli straordinari al punto che venivano asportati i fazzoletti e i grembiuli da lui usati, venivano poi posti sui malati i quali guarivano da ogni infermità, mentre ne uscivano le potenze maligne. La domenica, quando ci radunammo per spezzare il pane, Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversò con loro e protrasse la conversazione fino a mezzanotte. Nella sala superiore, dove erano radunati, vi erano accese parecchie lampade. Un giovanetto di nome Eutico si era seduto sulla finestra, e, preso da un sonno pesante, siccome Paolo andava per le lunghe, trascinato dal sonno, precipitò dal terzo piano al suolo e venne raccolto cadavere. Paolo, sceso da lui, gli si coricò sopra, lo strinse fra le braccia e disse: "Non angustiatevi! E' vivo". Poi risalì, spezzò il pane e, dopo averlo consumato, continuò a parlare fino all'aurora. Frattanto ricondussero anche il ragazzo ritornato in vita, e si riconsolarono tutti parecchio.

[5] Dopo di che Paolo, salito su una nave, giunse all'isola di Mileto. I nativi ci dimostrarono un'umanità straordinaria, ci accesero il fuoco e ci ospitarono tutti a causa della pioggia che aveva cominciato a cadere e del freddo. Paolo raccolto un fascio di sterpi e avendolo posto sul fuoco, una vipera balzò fuori per il calore e si attaccò alla sua mano. I nativi, appena videro il rettile pendere dalla sua mano, dissero: "Quest'uomo certo è un criminale perché, dopo essere scampato al naufragio, la giustizia non permette che sopravviva". Ma egli scosse il rettile nel fuoco e non ne risentì minimamente. Quelli credevano che gonfiasse e cadesse morto all'improvviso; per quanto però aspettassero e stessero a vedere, a Paolo non succedeva proprio niente: cambiato allora parere, presero a dire che era un dio.

C'era in quel posto un appezzamento di proprietà del primo cittadino dell'isola detto Publio, il quale ci accolse e ci alloggiò benevolmente per tre giorni. Capitò allora che il padre di Publio si mise a letto afflitto da accesso febbrile e da dissenteria. Paolo andò da lui e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. Dopo di che tutti coloro che nell'isola erano afflitti da infermità si presentavano e venivano guariti. Essi trattarono Paolo con molto riguardo.

Quindi giunse a Roma per mare e colà, non più chiuso in catene, rimase per ben due anni nella propria casa d'affitto, riceveva chiunque lo andasse a trovare, predicava il regno di Dio e insegnava le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo.

[6] Dopo la crocifissione di Pietro e la scomparsa del mago Simone, Paolo rimaneva nella città ancora sotto la libera custodia di un soldato: nello stesso giorno, infatti, era stato sottratto alla corona del martirio per divina disposizione affinché per mezzo suo tutti i popoli fossero arricchiti dalla predicazione del vangelo. Così, condotto a Roma dal centurione Giulio, Paolo, rimase fino allora sotto la sorveglianza di un solo soldato; dopo tre giorni radunò i capi dei Giudei; quando giunsero dove albergava, disse loro: "Fratelli, io pur non commettendo alcun reato verso il popolo e la tradizione dei padri, sono stato condotto prigioniero da Gerusalemme nelle mani dei Romani. Costoro, dopo avermi processato, avevano deciso dapprima di rilasciarmi perché non vedevano alcun motivo di condanna per me. Ma siccome i Giudei si opponevano, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare. Per questo dunque, essendo di passaggio, vi ho pregato di farvi vedere per parlarvi: difatti è per la speranza di Israele che sono avvinto da questa catena". Ma essi gli risposero: "A tuo riguardo noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera di presentazione dalla Giudea, nè alcuno dei fratelli, giungendo, ci ha parlato di te e della tua posizione. Desideriamo quindi ora udire da te ciò che pensi Infatti non ignoriamo l'esistenza di questa setta perché ovunque la si avversa".

Fu così che il giorno convenuto giunsero molti Giudei nella sua casa d'affitto. Egli espose loro le Scritture testimoniando il regno di Dio: insegnò loro dal mattino alla sera, traendo argomenti dalla legge di Mosè e dai Profeti. Ma siccome non tutti credevano in Gesù, Paolo disse loro: "Lo Spirito santo ha detto giustamente per bocca di Isaia: Vai da questo popolo e digli: avete orecchie per udire e non capite; vedete con gli occhi, ma non potete penetrare. Il cuore di questo popolo difatti si è ispessito; hanno chiuso gli occhi per non vedere, le orecchie per non sentire e affinché il loro cuore non comprenda, affinché non si convertano e io non li risani. Desidero quindi che sappiate che questa salvezza di Dio è stata mandata anche ai pagani e che essi perverranno alla salvezza". Quando ebbe detto questo i Giudei lo lasciarono discutendo animatamente tra loro.

Paolo rimase a Roma per tutti quei due anni nella sua casa d'affitto e accoglieva tutti coloro che lo visitavano predicando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo con fede, senza restrizione.

[7] Mentre l'apostolo svolgeva questa attività in Roma, venne condotto da Nerone Cesare non solo perché propagava un nuovo culto superstizioso, ma perché era causa di sommosse contro l'impero. Chiamato dunque e interrogato da Nerone perché rendesse conto della sua religione, parlò così di fronte a Cesare: "Quanto alla dottrina del mio Maestro, su cui mi hai interrogato, la comprendono solamente coloro che aderiscono alla fede con cuore puro. Ho insegnato infatti ciò che riguarda la pace e la carità. Da Gerusalemme e, in largo raggio, fino all'Illiria, ho portato a compimento la predicazione dell'annuncio della pace. Ho insegnato a prevenirsi a vicenda nel rispetto. Ho insegnato ai potenti e ai ricchi a non insuperbirsi e a non contare troppo sulla precarietà delle ricchezze, ma a porre la propria speranza in Dio. Ho insegnato a quelli di media condizione ad accontentarsi del vitto e del vestito. Ho insegnato ai poveri a godere nella loro povertà. Ho insegnato ai padri a educare i propri figli con la disciplina del timor di Dio. Ho insegnato ai figli ad essere sottomessi ai genitori e alle ammonizioni fatte per il loro bene. Ho insegnato a coloro che hanno possedimenti a pagare le tasse con sollecitudine. Ho insegnato ai negozianti a pagare le imposte agli ufficiali dello stato. Ho insegnato alle mogli ad amare i propri mariti e a rispettarli come padroni. Ho insegnato agli uomini ad osservare la fedeltà coniugale allo stesso modo che essi pretendono che sia loro conservato il pudore in ogni modo: ciò infatti che il marito punisce nella moglie adultera, questa stessa mancanza l'unico padre e creatore, Dio, la punisce nel marito adultero. Ho insegnato inoltre ai padroni ad essere indulgenti con i propri servi. Ho insegnato ai servi a servire fedelmente ai propri padroni come a Dio. Ho insegnato che l'assemblea di coloro che credono venera un Dio uno e onnipotente, invisibile e incomprensibile. E questa dottrina non mi è stata affidata dagli uomini o da un qualsiasi uomo, ma da Gesù Cristo e dal Padre della gloria che mi parlò dal cielo. Il Signore mio Gesù Cristo, mentre mi mandava a predicare, mi disse: "Vai, io sarò con te, spirito di vita per tutti coloro che credono in me, e tutto ciò che dirai O farai, lo ratificherò"".

[8] Quando Paolo finì di dire questo, l'imperatore Nerone rimase stupito; poi si indignò, pronunciò contro di lui la sentenza di morte per decapitazione. E avendogli fatto sapere più tardi la notizia della sua prossima morte, secondo il suo costume, Nerone mandò due armati, Ferego e Partenio; costoro, andati là, trovarono Paolo che stava istruendo con piena fiducia e libertà tutto il popolo sui miracoli di Cristo.

Quando li vide avvicinarsi, Paolo disse loro parole di esortazione: "Venite, figli e credete anche voi nel Dio che ha chiamato me e tutti coloro che credono in lui, grazie alla venuta del Figlio suo unigenito e ci ha posti nel suo regno eterno, perché le vostre anime siano salve". Quelli risposero: "Ma noi, Paolo, andremo prima da Nerone per annunciargli il compimento della tua morte. Tu però prega per noi, perché crediamo in colui che tu predichi come Dio". Avevano pregato, infatti, Paolo che li battezzasse per la loro salvezza. Allora di nuovo l'apostolo disse: "Figli, tra poco verrete qui al mio sepolcro e troverete due uomini in preghiera, Tito e Luca; essi dopo di me insegneranno il sacramento della salvezza".

Dopo di questo si fecero avanti i soldati che lo presero e lo condussero fuori della città. Giunto sul luogo del supplizio, Paolo si voltò verso Oriente e, alzate le mani e gli occhi al cielo, pregò molto a lungo. Terminata la preghiera, diede la pace ai fratelli che lo avevano seguito, li salutò in ginocchio, forte nel segno della croce, offrì il collo al boia. Allorché la spada staccò la testa, invece di sangue sgorgò latte a tal punto che un fiotto di latte impregnò la destra del boia. Quando i circostanti videro ciò, stupiti, tutti magnificarono Dio che aveva concesso tanta gloria al suo apostolo.

Lucina, una cristiana, trattò il corpo con aromi e lo seppellì nella propria tenuta sulla via Ostiense alla seconda pietra miliare.

Morì quindi il 3 luglio, due anni dopo la morte di Pietro, mentre regnava il Signore nostro Gesù Cristo al quale sia gloria presso l'eterno Padre e lo Spirito santo onore e gloria per sempre. Amen.

LIBRO III
Gesta del beato apostolo Andrea


[1] L'apostolo Andrea era fratello di Pietro, soprannominato bar-Jona, figlio di Giona; fu tra i primi che seguirono Cristo; fu battezzato da Giovanni nel Giordano. Sentito nel deserto per bocca di Giovanni che Gesù era l'agnello di Dio, per divina chiamata e con il permesso di Giovanni, si portò in fretta dal fratello. Dopo avergli parlato di Cristo, persuase Pietro a seguirlo per andarlo a vedere. Dopo di ciò accadde che mentre lui e il fratello calavano le reti in mare, Cristo passò di lì, li chiamò entrambi; ed essi senza indugiare seguirono il Maestro. Dopo aver lungamente seguito Cristo, fu a lui gradito e finalmente, prima della passione, lo chiamò all'apice dell'apostolato. Queste sono le sue gesta prima della passione del Signore, le gesta di quest'uomo di Dio.

[2] E invero dopo il glorioso e nobile trionfo dell'ascensione del Signore, avendo i beati apostoli incominciato a predicare la parola di Dio in diverse regioni, il santo apostolo Andrea iniziò ad annunciare il Signore Gesù Cristo nell'Acaia.

Nello stesso tempo l'apostolo ed evangelista Matteo aveva annunciato la salvezza nella città di Mirmidone. Ma gli abitanti di quella città, indegni, mal sopportarono di ascoltare i miracoli del nostro Salvatore e non volendo abbattere i templi, avevano chiuso in carcere il beato apostolo, carico di catene, dopo avergli cavato gli occhi, con il proposito di ucciderlo pochi giorni dopo.

Prima che ciò accadesse un angelo inviato da Dio ammonì l'apostolo Andrea di portarsi nella città di Mirmidone per liberare il fratello Matteo dallo squallore del carcere. Ma Andrea: "Dove andrò, Signore, se non conosco la strada?". E lui: "Va' alla spiaggia e troverai una nave, sali sopra; io sarò il tuo nocchiero". Andrea ubbidì. Trovò la nave, vi salì e con i venti propizi navigò verso la città. Entrato, andò subito al carcere pubblico e trovò Matteo con altri prigionieri; pianse molto amaramente e dopo aver pregato così parlò: "Signore Gesù Cristo che noi predichiamo fedelmente e per il cui nome soffriamo queste cose. Tu che ti sei degnato ridare la vista ai ciechi, l'udito ai sordi, il moto ai paralitici, la mondezza ai lebbrosi, la vita ai morti, operando con grande bontà, apri gli occhi al tuo servo, affinché possa camminare per annunciare la tua parola".

Subito quel luogo fu scosso, una luce risplendette nel carcere, gli occhi del beato apostolo si illuminarono, le catene di tutti si spezzarono e i ceppi che stringevano i piedi si spaccarono. Al vedere tali cose tutti si misero a glorificare Dio dicendo: "Grande è il Dio che predicano i suoi servi". Guidati fuori dallo squallido carcere per mano del beato Andrea, coloro che prima erano prigionieri se ne andarono ciascuno alle proprie case: assieme a loro c'era anche Matteo.

[3] Lo stesso Andrea poi, rimasto presso Mirmidone, annunciava agli abitanti la parola del Signore; ma poiché non lo volevano ascoltare, presero Andrea e, legato mani e piedi, lo trascinarono per la città. Ma sotto questi tormenti il sangue cominciò a scorrere e i capelli ad essere strappati; l'apostolo allora così si rivolse al Signore: "Apri, Signore, il loro cuore affinché ti riconoscano quale vero Dio e smettano di compiere questa iniquità; non imputare loro questo peccato, perché non sanno quello che fanno". Appena ebbe finito di proferire queste parole, un improvviso timore colse gli uomini di quella città, e, lasciato libero l'apostolo, riconobbero il loro peccato dicendo: "Abbiamo offeso il giusto". Gettatisi ai piedi dell'apostolo, lo supplicarono di perdonarli e di mostrare loro la via della salvezza. Appena si alzarono, egli annunciò il Signore Gesù Cristo, raccontò i miracoli da lui compiuti in questo mondo, mostrando come avesse redento il mondo con il proprio sangue. Portati così al Signore gli abitanti di quella città, dopo aver concesso il perdono di tutti i peccati, li battezzò nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo.

[4] Lasciato quel luogo, venne nella sua regione. Qui, mentre camminava con i suoi discepoli, gli si avvicinò un cieco e disse: "Andrea, apostolo di Cristo, so che mi puoi ridonare la vista, ma non la voglio. Soltanto questo desidero, che convinca quelli che sono con te di darmi tanto denaro quanto mi è necessario per comprarmi un vestito e da mangiare". E Andrea: "Sono convinto che questa non è voce di uomo ma del demonio, il quale non vuole che costui riceva la vista". E voltandosi toccò i suoi occhi, che subito si aprirono; e quello glorificò Dio. E poiché era vestito di una veste povera e ruvida, l'apostolo disse ai suoi discepoli: toglietegli di dosso quella veste sporca e dategliene una nuova. Dopo che colui che era cieco fu spogliato di tutto, l'apostolo disse: "Riceva ciò che è sufficiente". Ricevuto il vestito, ringraziò e se ne tornò a casa sua.

[5] Un certo Demetrio, capo della città degli Amasei, aveva un servo egiziano, che amava grandemente. Questi, assalito dalla febbre, proprio in quel tempo aveva esalato lo spirito. Avendo frattanto Demetrio saputo dei miracoli compiuti dal beato apostolo, gettandosi ai suoi piedi disse piangendo: "Niente per te è difficile, ministro di Dio. Ecco, il mio servo che amavo assai, è morto. Confido perciò e ti prego di entrare in casa mia e di ridarmelo, giacché tu puoi tutto".

All'udire ciò il beato apostolo, rammaricandosi delle sue lacrime, si recò alla casa del servo, e annunziando a lungo ciò che era necessario per la salvezza del popolo, si rivolse infine al morto e disse: "Nel nome di Gesù Cristo, servo, ti comando di sorgere e di essere sano". Subito il servo egiziano si alzò e l'apostolo lo consegnò al suo padrone. Allora tutti coloro che erano increduli, credettero in Dio e furono battezzati dal beato Andrea.

[6] Mentre accadeva tutto questo, un servo di nome Sostrate si recò segretamente dal beato Andrea a lamentarsi: "Mia madre si è innamorata di me e continua a tormentarmi perché mi unisca a lei; sono fuggito, avendo giudicato ciò una cosa nefanda. Ma lei, nell'eccesso dell'ira, è andata dal proconsole della provincia per gettare su di me il suo delitto. So bene che, una volta accusato, non potrò rispondere a queste accuse; preferisco inoltre morire, che far sapere a tutti il delitto di mia madre Ora ti confesso questo, perché ti degni di invocare per me il Signore, affinché non sia condannato innocentemente".

Stava ancora dicendo tali parole, quando arrivarono i ministri del proconsole a prelevarlo. Il beato apostolo, dopo aver recitato una preghiera, partì con il servo. La madre con grande decisione accusava il figlio: "Questo, signor proconsole, dimentico della pietà materna, mi voleva violentare, tanto che ho potuto sottrarmi con difficoltà" E il proconsole: "Dimmi, o servo, se sono vere le cose che tua madre proferisce". Ma egli taceva. Più volte il proconsole lo interrogò, ma il servo non rispondeva nulla. Continuando lui a tacere, il proconsole tenne un consiglio con i suoi per decidere sul da farsi.

Intanto la madre del servo cominciò a piangere. Rivoltosi ad essa il beato apostolo Andrea disse: "O infelice che emetti un amaro lamento a causa dell'incesto meditato contro tuo figlio Quanto lontano ti ha portato la concupiscenza! Non hai temuto di perdere l'unico figlio, presa com'eri dalla passione". Mentre ancora diceva queste cose, la donna soggiunse: "Sappi, proconsole, che da quando mio figlio ha tentato queste cose contro di me, da allora egli ha aderito a questo uomo". Adiratosi il proconsole per queste cose, comandò che il servo fosse rinchiuso nel sacco del parricidio e gettato nel fiume, e che Andrea fosse gettato in carcere fino a che fosse messo a morte, con altri supplizi da escogitare.

Proprio in quel momento, mentre il beato apostolo pregava, accadde un grande terremoto con un immenso fragore; il proconsole cadde dalla sua sedia e tutti i presenti stramazzarono a terra; la madre del servo fu percossa, inaridì e morì. Alla vista di tali cose il proconsole si prostrò ai piedi del santo apostolo e disse: "Abbi pietà di noi che stiamo perendo, affinché la terra non ci inghiottisca tutti". Alla preghiera del beato apostolo, il terremoto cessò, le folgori e i tuoni smisero; e aggirandosi tra quelli che erano stati colpiti, li restituì alla vita. Da allora il proconsole e molti altri che erano in Acaia accettarono la parola del Signore, credettero in Gesù Cristo e furono battezzati dall'apostolo del Signore.

Avvenne poi in quel tempo che il figlio di Cratino, della città di Sinope, mentre si lavava nel bagno delle donne, perse i sensi e fu maltrattato dal demonio. E poiché era preso da grandi febbri e la moglie si era gonfiata per idropisia, egli inviò una lettera al proconsole nella quale chiedeva di pregare Andrea di venire da lui. Acconsentendo alla richiesta del proconsole, Andrea salì su di un veicolo e arrivò in quella città.

Allorché Andrea entrò nella casa di Cratino, lo spirito maligno scosse il figlio e venne a prostrarsi ai piedi del beato apostolo, che lo riprese severamente dicendo: "O nemico del genere umano, allontanati dal servo di Dio". E questo subito con alte grida si allontanò da lui. Poi l'apostolo si portò al letto di Cratino e disse: "Giustamente sei ammalato tu che, abbandonato il tuo talamo, ti abbandoni alla fornicazione. Sorgi nel nome del Signore Gesù Cristo e sta sano, ma non peccare più se non vuoi incorrere in un peggiore malanno". E da quell'ora Cratino fu risanato.

Alla moglie disse: "O infelice donna, la concupiscenza degli occhi ti ha ingannata, perché, lasciato tuo marito, ti unisti ad altri". E soggiunse: "O Signore Gesù Cristo, invoca la tua misericordia, esaudisci il tuo servo e concedi che, se questa donna dovesse ritornare alla impurità della libidine di cui prima si macchiò, non venga risanata integralmente; perciò, Signore, se sai, e tu nella tua potenza conosci anche il futuro, che questa donna si asterrà da questo vizio, comanda che venga sanata". Mentre diceva queste cose, evacuando per la parte inferiore tutto il liquido, fu sanata assieme a suo marito.

Il beato apostolo rese grazie, spezzò il pane e glielo porse. Ricevutolo, credette nel Signore, con tutta la sua famiglia. N‚ da allora essa e suo marito commisero le scelleratezze di prima. Cratino, prostrato in terra con sua moglie, voleva offrire all'apostolo grandi doni, ma l'uomo di Dio disse: "Non è mia abitudine ricevere queste cose, dilettissimi; è a voi piuttosto che spetta darle a coloro che ne hanno bisogno".

[7] E così senza accettare nulla di ciò che gli veniva offerto, partì per Nicea, in Asia; qui, lungo la via, tra i monumenti, c'erano sette demoni che ogni giorno lapidavano e uccidevano gli uomini che passavano per la strada. Mentre il beato arrivava, gli uscì incontro tutta la città con rami di ulivo, proclamando lodi e dicendo: "La nostra salvezza è nelle tue mani, uomo di Dio". Dopo che ebbero esposto tutta la loro storia, l'apostolo rispose: "Se credete nel Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio onnipotente, unico Dio, e nello Spirito santo, per suo aiuto sarete liberati dalle vessazioni del demonio". Essi risposero gridando: "Crediamo a tutto ciò che predichi e ubbidiremo ai tuoi comandi, per essere subito liberati da queste prove". Egli rese grazie a Dio per questa loro fede e comandò che i demoni si presentassero davanti a tutto quel popolo: questi si presentarono in forma di cani.

Rivolto al popolo l'apostolo disse: "Ecco i demoni che vi hanno tormentato. Se dunque credete che io possa loro comandare nel nome del Signore Gesù Cristo di lasciarvi in pace, testimoniatelo davanti a me". Essi risposero gridando: "Crediamo che il Cristo Gesù da te predicato è il Figlio di Dio". Allora il beato Andrea comandò ai demoni: "Andatevene in luoghi aridi e infruttuosi e non vogliate più nuocere ad alcun uomo nè avvicinarvi a nessun luogo dove verrà invocato il nome del Signore, finché non riceverete il supplizio del fuoco eterno per voi preparato". Diceva ancora queste cose, quando i demoni con un gran ruggito sparirono dagli occhi dei presenti.

Da quell'ora la città fu liberata. Il beato apostolo battezzò gli abitanti, e pose a capo come vescovo Callisto, uomo sapiente, il quale custodì fedelmente tutto ciò che aveva ricevuto dall'apostolo.

[8] Uscito da Nicea, mentre Andrea si avvicinava alla porta di Nicomedia, un morto veniva portato in un lettuccio: il padre, in età avanzata, era sostenuto dalle mani dei servi, e a malapena poteva prestare l'ossequio funebre. Anche la madre, della stessa età, seguiva scapigliata dicendo: "Povera me! Arrivata alla mia età mi tocca passare al mio figlio quanto avevo preparato per il mio funerale". Mentre coloro che piangevano il morto gridavano queste e altre cose simili, si presentò l'apostolo del Signore e, partecipando alle loro lacrime, disse: "Vi prego, raccontatemi che cosa accadde a questo figlio, che ha lasciato questo mondo". Ma quelli, intimoriti, per lungo tempo nulla risposero. Finalmente, fattisi coraggio, dissero: "Mentre questo giovane si trovava solo in una stanza, sopraggiunsero sette cani e si buttarono su di lui. Dopo essere stato da essi strapazzato, cadde a terra morto".

Allora il beato apostolo Andrea sospirando, con gli occhi rivolti al cielo, disse fra le lacrime: "Signore, so bene che sono state le insidie dei demoni che ho scacciato dalla città di Nicea! Ti prego ora, Gesù buono, di risuscitarlo, affinché il nemico del genere umano non abbia a godere della sua morte". Dopo disse al padre del morto: "Che cosa mi darai se ti restituirò vivo tuo figlio?". E quello: "Non ho nulla di più prezioso: ti darò lui, se al tuo comando riavrà la vita". Allora il beato apostolo, con le mani tese verso il cielo, disse: "Ritorni, ti prego o Signore, l'anima di questo giovane, affinché con la sua risurrezione questi si convertano a te, lasciati tutti gli idoli, e la sua vita diventi salvezza per tutti coloro che periscono, sicché non siano più sottomessi alla morte, ma divenuti tuoi fedeli, meritino la vita eterna". Dopo che tutti ebbero risposto: "Amen", rivoltosi al feretro, disse: "In nome di Gesù Cristo, sorgi e sta sui tuoi piedi". Subito davanti all'ammirazione del popolo, quello si alzò e tutti a gran voce esclamarono: "Grande è il Dio Cristo che predica il suo servo Andrea".

I parenti del ragazzo diedero molti doni al figlio risuscitato, affinché li desse all'apostolo. Ma egli non volle nulla. Volle portare con sè soltanto il ragazzo in Macedonia e istruirlo con parole salutari.

[9] Uscito intanto da Nicomedia, l'apostolo salì su una nave, entrò nell'Ellesponto e salpò per Bisanzio. Ed ecco il mare si mosse e soffiò un gran vento, tanto che la nave stava per essere travolta; mentre tutti si attendevano la morte, il beato Andrea pregò il Signore, e fece tacere il vento. Si calmarono subito anche i flutti del mare e venne una grande tranquillità. Scampati tutti da quel pericolo, arrivarono a Bisanzio.

Partiti di là per passare in Tracia, da lontano si avvicinarono molti uomini con spade sguainate e lance, e volevano gettarsi su di loro. Al veder questo, l'apostolo Andrea fece il segno della croce verso di essi e disse: "Ti prego, Signore! Venga meno il loro padre, che li istigò a fare questo. Siano percossi da virtù divina, affinché non offendano coloro che sperano in te". Dette queste cose, passò un angelo del Signore con grande splendore, toccò le loro spade, e subito caddero a terra. E così il beato apostolo con tutti i suoi passò senza aver alcun danno. E coloro che prima erano nemici, gettate via le spade, si prostrarono dinanzi a lui e l'angelo con grande splendore si allontanò.

[10] Frattanto Andrea, terminato il viaggio, arrivò a Perinto città marittima della Tracia, per passare in Macedonia con una nave. Salito sulla nave per ammonimento dell'angelo nuovamente apparsogli, prima di salpare predicò la parola di Dio a tutti coloro che erano con lui sulla nave; tutti si lasciarono persuadere dalle sue parole salutari: assieme allo stesso capitano della nave, credettero in Gesù Cristo, glorificarono Dio. Rallegratosi il santo apostolo del fatto che neppure in mare mancasse chi ascolta la parola di Dio, e si converte al Figlio di Dio onnipotente, glorificò e lodò il Dio creatore del cielo e della terra.

[11] Mentre accadevano queste cose e prima che l'apostolo arrivasse in Macedonia, successe questo fatto. In Filippi c'erano due uomini facoltosi, fratelli, che possedevano grandi ricchezze: uno aveva due figli e l'altro due figlie. Poiché tra la cittadinanza nessuno vi era che potesse unirsi alla loro parentela, questi con un patto si obbligarono a vicenda di costituire una sola famiglia e di sposare i loro figli tra loro. Essendo già deciso il giorno delle nozze, il Signore parlò ad essi così: "Non vogliate sposare i vostri figli, finché non giunga qui il mio servo Andrea; egli vi dirà che cosa dovete fare". Già era preparata la stanza nuziale, i convitati erano stati chiamati e tutto l'apparato nuziale era pronto.

Dopo tre giorni, giunse il beato apostolo; al vederlo gioirono assai. Andandogli incontro con corone, si prostrarono ai suoi piedi e dissero: "Preavvisati, ti aspettavamo, o servo di Dio, perché venissi e ci annunciassi il da fare. Per oracolo divino siamo stati obbligati ad aspettarti; ci è stato detto che i nostri figli non si sposassero prima che tu venissi". Il volto del beato apostolo era splendente come un sole, tanto che tutti erano meravigliati e lo onoravano. Sentito quanto era successo disse: "Non vogliate, figlioli, lasciarvi sedurre e ingannare questi giovani, per i quali può sopraggiungere il frutto della giustizia. Piuttosto fate penitenza, perché avete peccato contro il Signore, volendo macchiare il matrimonio dei vostri figli sposandoli tra consanguinei prossimi. Certo noi non sovvertiamo l'istituto

del matrimonio, nè impediamo le nozze: all'inizio Dio comandò che maschio e femmina si unissero. Condanniamo gli incesti". Mentre egli pronunciava queste parole, i parenti si commossero e dissero: "Ti preghiamo, signore, di invocare per noi il Dio tuo, perché abbiamo commesso questo delitto senza saperlo".

I giovani vedendo il volto dell'apostolo splendere come quello di un angelo esclamarono: "Grande e santa è la tua dottrina, o uomo santo, e noi lo ignoravamo. Ora sappiamo veramente che Dio parla in te". Il santo Andrea rivoltosi ad essi, disse: "Custodite senza trasgressioni ciò che avete udito da me, affinché Dio sia in voi, e riceviate il premio delle vostre buone opere, cioè la vita sempiterna, che non avrà fine".

[12] Dette queste cose, l'apostolo li benedisse, lasciò Filippi, si portò a Tessalonica. Qui c'era un giovane nobile e ricco, di nome Exoo, i cui parenti occupavano in quella città un posto onorato; saputo dei prodigi del beato Andrea, venne dall'apostolo, all'insaputa dei suoi parenti; cadde ai suoi piedi e lo pregava dicendo: "Mostrami, o signore, la via della verità, affinché possa conseguire l'immortalità. So infatti che sei un vero ministro di colui che ti ha inviato". Il santo apostolo gli predicò il Signore Gesù Cristo; il giovane credette aderendo subito all'uomo di Dio, senza fare alcuna menzione dei parenti e delle ricchezze.

Nel frattempo i parenti cercavano il loro figlio e, avendo saputo che si intratteneva con l'apostolo, cercarono con doni di allontanarlo da Andrea. Ma il giovane non cedette e disse: "Volesse il cielo che neppure le possedeste queste ricchezze, e, conoscendo invece l'autore di questo mondo, che è il vero Dio, allontanaste le vostre anime dall'ira futura".

Mentre il giovane diceva questo, il santo apostolo discese dal terzo piano e annunciò loro la parola di Dio; ma poiché essi non ascoltavano, ritornò dal giovane e chiuse la porta della casa; ma quelli, fatta chiamare una coorte, la volevano bruciare; vi misero sotto legna e fiaccole e, mentre la fiamma già saliva verso l'alto, il giovane prese una ampolla d'acqua e disse: "Signore Gesù Cristo, nella cui mano sta la natura di ogni elemento, che spegni ciò che arde e fai ardere ciò che è spento, che bagni ciò che è arido e fai seccare ciò che è bagnato, estingui questo fuoco affinché questi tuoi fedeli non inaridiscano, ma si accendano piuttosto di fede". Ciò detto, sparse sopra l'acqua dell'ampolla e subito l'incendio si spense come se mai fosse stato acceso.

Vedendo questo, i parenti del ragazzo esclamarono: "Ecco nostro figlio è già diventato un mago". Usando scale volevano salire al piano superiore per uccidere entrambi, ma il Signore li accecò affinché non vedessero i gradini delle scale.

[13] Continuando essi in questa perversità, un certo Lisimaco tra la folla disse: "Uomini, perché vi consumate in questo inutile lavoro? Dio combatte per questi uomini e voi non ve ne accorgete. Smettete da questa stoltezza, affinché l'ira del cielo non vi consumi". Mentre diceva queste cose, essi esclamarono con il cuore compunto: "Vero è Dio che essi adorano, e anche noi vogliamo seguirlo".

Erano già sopraggiunte le tenebre della notte; ma all'improvviso un lume si accese e gli occhi di tutti furono illuminati; salirono dove stavano l'apostolo e il giovane, e li trovarono in preghiera. Inginocchiati a terra esclamarono: "Ti scongiuriamo, signore, di intercedere per i tuoi servi che sono stati sedotti dall'errore". Tutti furono presi da tale compunzione di cuore, che Lisimaco lì presente disse: "Veramente Cristo è il Figlio di Dio, che predica il suo servo Andrea". Perciò tutti credettero, corroborati dall'apostolo. Ma i parenti del giovane rimasero ancora infedeli: imprecando contro il giovane, se ne tornarono a casa e intestarono tutto quanto possedevano al pubblico fisco; dopo cinquanta giorni, nello spazio di un'ora morirono. Ma dato che tutti i cittadini amavano il giovane, per la sua mansuetudine, il patrimonio gli fu restituito. Anche in possesso di tutte le sostanze dei genitori, non abbandonò l'apostolo, ma offriva i frutti dei suoi campi per le necessità dei poveri e le cure dei bisognosi.

[14] Il santo apostolo del Signore si fermò a Tessalonica per molto tempo, e con lui anche il giovane. Nel teatro si riunirono molte migliaia di uomini e l'apostolo predicava la parola di Dio, e con lui anche il giovane, tanto che tutti si meravigliavano della sua sapienza.

Avvenne che il figlio di un cittadino di nome Carpiano cadde gravemente ammalato; molti intercedettero con preghiere presso l'apostolo e il giovane; il santo Andrea disse: "Niente è impossibile presso il Signore; purché crediate, conducetelo al nostro cospetto e il Signore Gesù Cristo lo sanerà".

Al sentire queste parole, il padre andò di corsa a casa dal figlio, esclamando: "Oggi, Adimante (era questo il nome del fanciullo), guarirai". E il figlio a lui: "Già vedo l'avverarsi del mio sogno; infatti nel sonno ho visto l'uomo che mi sanerà". Detto questo, si vestì, si alzò da letto e in gran fretta si avviò al teatro, tanto che i suoi parenti non potevano stargli dietro, si buttò ai piedi del beato apostolo, e lo ringraziò della riacquistata salute. La gente presente era stupefatta vedendolo camminare dopo ventitr‚ anni che era stato inchiodato in letto, e tutti glorificavano il Signore, dicendo che non c'era Dio simile a quello di Andrea.

[15] Si avvicinò di tra la folla anche un altro cittadino, il cui figlio aveva uno spirito immondo: "Guarisci, ti prego - disse - mio figlio che è tormentato dal demonio". Il demonio sapendo che di lì a poco sarebbe stato scacciato, portò il fanciullo in un luogo segreto e lo soffocò con una corda, strappandogli l'anima. Il padre, trovato morto il figlio, pianse dirottamente e disse agli amici: "Portate il cadavere al teatro. Spero che venga risuscitato dall'uomo che predica il Dio degli antichi".

Essi fecero tutto questo e posero il cadavere davanti all'apostolo. Conosciuto tutto l'accaduto, Andrea si rivolse verso il popolo e disse: "Che cosa vi servirà, abitanti di Tessalonica, vedere il compimento di questi prodigi, se poi non credete?". Ma quelli risposero: "Non dubitare, una volta che questo sarà risuscitato, crederemo nel tuo Dio". Mentre affermavano questo l'apostolo soggiunse: "Nel nome di Gesù Cristo alzati, fanciullo". Subito quello si alzò e il popolo, stupefatto, esclamò: "Ora noi tutti crediamo in quel Dio che predichi. A noi basta questo". E accompagnatolo a casa sua con fiaccole e lanterne (era infatti sopraggiunta la notte), rimasero presso di lui tre giorni; ed egli li istruì tutti nelle cose che riguardano Dio.

[16] Mentre a Tessalonica avvenivano queste cose, un uomo di nome Media, il cui figlio era preso da una grave malattia, venne da Filippi a Tessalonica dall'apostolo chiedendo la guarigione del figlio con tanto sentimento da spargere anche le lacrime. Il beato apostolo asciugando le sue gote e accarezzandogli con la mano la testa, diceva: "Fatti coraggio, figliolo, soltanto credi e ti sarà fatto quanto desideri". Presa la sua mano, con lui si incamminò verso Filippi.

Appena entrò per la porta della città, gli si fece incontro un vecchio che lo pregava per i suoi figli che Media aveva chiusi in carcere e ormai erano pieni di ulcere e putrefatti per il lungo tempo. Rivoltosi a Media il santo apostolo disse: "Ascolta, uomo, che supplichi affinché tuo figlio sia sanato, mentre presso di te sono in catene alcuni, le cui carni sono ormai putrefatte! Se vuoi che le tue preghiere arrivino presso il Signore, togli le catene a questi poveri miserabili affinché tuo figlio sia liberato dalla sua malattia. Infatti la cattiveria che dimostri è impedimento alle mie preghiere". Al sentire questo, Media si gettò ai piedi dell'apostolo e baciandoli esclamava: "Siano liberati questi due e gli altri sette, di cui non hai notizia; basta che mio figlio venga guarito". E comandò che fossero portati al cospetto del beato apostolo. Egli, imponendo loro le mani per tre giorni e lavando le loro ferite, li sanò e li liberò

Il giorno dopo disse al fanciullo: "Alzati nel nome di Gesù Cristo, che mi inviò a curare la tua infermità". E presa la sua mano, lo rialzò. Quegli subito si levò e correva magnificando Dio. Quel fanciullo che da tre anni giaceva a letto si chiamava Filomede. Tutto il popolo gridava: "Servo di Dio, cura anche le nostre infermità!". Voltatosi Andrea disse al fanciullo. "Vai per le case di coloro che sono ammalati, e, in nome di Gesù Cristo nel quale sei stato guarito, comanda che anch'essi si alzino". E quello, con stupore di tutti, passò per le case di coloro che giacevano ammalati, invocava il nome del Signore e li guariva, ogni giorno in numero maggiore. Da allora tutto il popolo di Filippi credette, offrì a lui doni e molti lo pregarono di predicare la parola di Dio. Il beato apostolo annunciava il Dio vero, senza accettare alcun dono.

[17] Tra i cittadini c'era un certo Nicola il quale gli offrì una carrozza dorata, con quattro muli bianchi e altrettanti cavalli, dicendo: "Ricevi questo, o servo di Dio, poiché non ho trovato niente altro tra le mie cose di più prezioso; basta che mia figlia venga sanata dalla malattia che da molto tempo la tormenta". Il beato apostolo sorridendo rispose: "Ricevo certo i tuoi doni, Nicola illustre, ma non questi visibili. Se per tua figlia vuoi offrire le cose più preziose che hai in casa, quanto più preziosi devono essere i doni da offrire per la tua anima. Io soltanto questo desidero da te: che l'uomo interiore conosca il vero Dio, suo creatore e di tutte le cose, che disprezzi le ricchezze terrene e ami le eterne, che avverta quelle realtà che si percepiscono con la riflessione del senso interiore, affinché dopo esserti esercitato in esse, possa meritare la vita eterna e, dopo che tua figlia sarà guarita, tu possa godere di quella gioia sempiterna". Dette queste cose, persuase tutti a lasciare gli idoli e credere nel Dio vero. In quella stessa ora guarì la figlia del medesimo Nicola e tutti glorificarono lui; la sua fama correva per tutta la Macedonia a motivo dei prodigi che l'apostolo del Signore compiva sopra gli infermi.

[18] Il giorno seguente avvenne che, mentre il beato Andrea insegnava al popolo, un giovane a gran voce esclamò: "Che c'è tra te e noi, servo di Dio? Sei venuto per spodestarci dalle nostre sedi?". Il beato apostolo chiamò il giovane e gli disse: "Racconta, autore del crimine, qual è la tua opera?". E quello: "Io ho abitato in questo fanciullo dalla sua adolescenza, e mai mi sono allontanato da lui. L'altro giorno ho sentito suo padre dire a un amico: andrò da quel servo di Dio Andrea e lui sanerà mio figlio. Temendo perciò le pene che ci infliggerai ecco esco da lui qui davanti a te". E dicendo questo prostrato a terra davanti ai piedi dell'apostolo uscì dal fanciullo, il quale guarì in quello stesso momento, si alzò e a gran voce glorificò Dio.

[19] Dio aveva donato tanta potenza al santo apostolo che ogni giorno molti spontaneamente venivano ad ascoltare la parola della salvezza. Anche dei filosofi venivano a discutere con lui e nessuno poteva resistere alla sua dottrina.

Intanto mentre l'uomo di Dio compiva queste cose a Tessalonica, arrivò un uomo nemico della predicazione apostolica; si portò da Quirino proconsole della provincia e gli parlò di Andrea il quale allontanava ogni giorno molti dalla religione dei padri e dal culto degli dèi, nella città di Tessalonica; predicava di distruggere i templi degli dèi, di disprezzare le cerimonie, di sovvertire tutti i decreti della legge antica, comandando di adorare l'unico Dio del quale egli si dichiarava servo.

A queste parole il proconsole si adirò e inviò soldati per catturarlo Arrivati alla porta della città si informarono in quale casa dimorasse l'apostolo; entrando in essa, videro sul suo volto risplendere una grande luce, e caddero atterriti ai suoi piedi. Il beato apostolo raccontava ai presenti ciò che era stato annunziato di lui al proconsole; e la gente arrivando con spade e bastoni voleva uccidere i soldati. Ma il santo apostolo proibì di fare questo.

Il proconsole, vedendo disarmati quelli che aveva mandato, ne inviò altri venti i quali, saliti in casa, vedendo il beato apostolo si turbarono e non dissero nulla. Appena seppe questo, il proconsole si adirò e mandò un altro numero di soldati affinché con la forza lo conducessero davanti a lui. Al vederli l'apostolo disse: "Forse che siete venuti per me?". E quelli: "Proprio per te, dissero, anche se sei un mago che predichi di non adorare gli dèi". Ed egli rispose: "Io non sono un mago ma l'apostolo del mio Signore Gesù Cristo che vado annunciando".

[20] Mentre accadevano queste cose, uno dei soldati invaso dal demonio sguainò la spada e gridò: "Che c'è tra me e te, proconsole Quirino, che mi mandi da un uomo che non solo mi può scacciare da questo rifugio, ma mi può incendiare con il suo potere? Se anche tu venissi incontro a lui non gli faresti alcun male". Dette queste cose il demonio uscì dal soldato il quale stramazzò a terra e morì.

Nel frattempo il proconsole fu preso da grande furore e pur stando accanto al santo filosofo non poteva vederlo. Al quale egli disse "Io sono, proconsole, colui che cerchi". Subito si aprirono i suoi occhi, lo vide e indignato rispose: "Che pazzia è questa che disprezzi i nostri comandi e assoggetti i nostri ministri alla tua volontà? Ormai è chiaro che sei un mago, un uomo malefico. Perciò ti butterò in pasto alle bestie feroci giacché disprezzi noi e gli dèi; allora vedrò se il Crocifisso che predichi ti potrà liberare".

Ma il beato apostolo a lui: "E' necessario che tu creda, proconsole, nel Dio vero e in colui che egli ha mandato, Gesù Cristo suo Figlio, specialmente dopo aver visto morire uno dei tuoi soldati".

Prostrato in preghiera, il santo apostolo, dopo aver per lungo tempo invocato il Signore, toccò il soldato dicendo: "Sorgi!

[20] rifugio: il testo ha "vaso; recipiente" e si tratta senza alcun dubbio del militare ossesso.

Il Signore mio Gesù Cristo, che io predico, ti risusciti". Subito il soldato si alzò e fu sanato. Mentre il popolo esclamava: "Gloria al Dio nostro", il proconsole disse: "Non vogliate credere, sempliciotti! E' un mago". Ma quelli gridavano dicendo: "Questa non è dottrina magica, ma vera e sana". Al che il proconsole rispose: "Getterò questo uomo in pasto alle fiere e scriverò di voi a Cesare perché in breve siate messi a morte avendo disprezzato le sue leggi". Ma quelli, volendolo lapidare, dicevano: "Scrivi pure a Cesare che i Macedoni hanno accolto la parola di Dio e, disprezzati gli idoli, adorano il Dio vero". Al sentire queste cose il proconsole si adirò e fece ritorno al pretorio.

[21] Fattosi giorno fece introdurre le fiere nello stadio e comandò che vi fosse gettato il beato Andrea. Dopo averlo preso, tirato per i capelli e spinto con bastoni, fu lasciato nell'arena; allora introdussero un orribile e feroce cinghiale, il quale dopo avere per tre volte circuito il santo di Dio non gli fece alcun male. A questa vista la gente diede gloria a Dio. Il proconsole invece comandò che fosse introdotto un toro: spinto da trenta soldati e da due cacciatori, per nulla toccò Andrea, ma assalì i cacciatori e infine mandando un muggito cadde e morì. E subito il popolo esclamò: "Vero è il Dio Cristo".

Mentre accadeva questo, un angelo del Signore fu visto scendere dal cielo e confortare il santo apostolo in mezzo allo stadio. Infine il proconsole, pieno di ira, comandò che fosse introdotto un ferocissimo leopardo il quale appena libero, evitando il popolo e salendo dove stava il proconsole, assalì suo figlio e lo sbranò. Il proconsole fu preso da tale insania che la vista di queste cose per nulla lo addolorò e stette zitto.

Intanto il beato apostolo rivoltosi al popolo disse: "Da questo conoscete, abitanti di Tessalonica, che voi adorate il vero Dio in virtù del quale le bestie sono state vinte, e che ora il console Quirino continua ad ignorare. Ma affinché crediate più facilmente risusciterò anche suo figlio nel nome del Cristo che predico, affinché sia confuso lo stoltissimo suo padre". Prostrato a terra, pregò a lungo, prese la mano di colui che era stato sbranato e lo restituì alla vita. La folla vedendo questo glorificò Dio e voleva uccidere Quirino, ma l'apostolo lo impedì. Il proconsole confuso se ne tornò nel pretorio.

[22] Dopo queste cose, un giovane che da lungo tempo era con l'apostolo, raccontò a sua madre l'accaduto, e la convinse ad incontrarsi con il santo. Avvicinatasi, cadde ai piedi dell'apostolo e cercava di ascoltare la parola del Signore; essendo rimasta soddisfatta, lo pregò a lungo di venire nel suo campo in cui stava un serpente di enorme lunghezza che devastava tutta quella regione.

All'avvicinarsi dell'apostolo, il serpente emettendo forti sibili gli venne incontro con la testa eretta; era lungo cinquanta cubiti; i presenti ne erano terrorizzati e caddero a terra. Allora il santo di Dio si rivolse a lui dicendo: "Abbassa il capo, animale funesto! Quel capo che hai eretto al principio del mondo in disgrazia del genere umano, sottomettiti ai servi di Dio e muori". Subito il serpente emettendo un forte grido avvolse una grande quercia che era vicina e arrotolatosi intorno ad essa vomitò un rivo di veleno e spirò.

Il santo apostolo arrivò poi a un podere nel quale giaceva morto un fanciullo che il serpente aveva percosso. Vedendo piangere i suoi genitori disse: "Il Signore nostro che vuole tutti salvi mi mandò qui affinché crediate in lui; andate e guardate l'uccisore di vostro figlio". Ma essi risposero: "Non ci addoloreremo più della morte del figlio se constateremo la vendetta del nemico". Mentre essi se ne andavano l'apostolo disse alla moglie del proconsole: "Va' a risuscitare il fanciullo". Ed essa si avvicinò al cadavere ed esclamò: "In nome del mio Dio Gesù Cristo, alzati guarito, fanciullo". E subito quello si alzò.

Quando i parenti ritornarono videro il serpente morto e trovarono il figlio vivo: si prostrarono dunque davanti all'apostolo e resero grazie a Dio.

[23] La notte seguente il beato Andrea ebbe nel sonno una visione che poi raccontò ai fratelli, dicendo: "Ascoltate, dilettissimi, un mio sogno. Guardavo un grande monte elevato che delle cose terrene non aveva nulla sopra di sè, e risplendeva di tanta luce da fare pensare che illuminasse tutto il mondo. Ed ecco davanti a me i dilettissimi fratelli Pietro e Giovanni; Giovanni stese la mano all'apostolo Pietro e lo innalzò alla sommità del monte, e poi si rivolse a me e mi pregava di salire dopo Pietro dicendo: "Andrea, stai per bere il calice di Pietro!". Aperte le mani soggiunse: "Avvicinati a me e stendi le tue mani per unirle alle mie e il capo sia vicino al mio". Avendo fatto questo mi accorsi di essere più basso di Giovanni. Egli mi disse: "Vuoi sapere il significato di ciò che vedi e chi sia colui che ti parla?". Io risposi: "Lo desidero". Ed egli: "Io sono l'annuncio della croce sulla quale tra poco sarai crocifisso a causa del nome di colui che predichi". E molte altre cose mi disse, che ora è bene tacere: mi gioveranno quando mi avvicinerò a questo combattimento. Perciò chiedo che si riuniscano tutti coloro che hanno ricevuto la parola di Dio per presentarli al Signore Gesù Cristo affinché si degni di custodirli immacolati nella sua dottrina. Io sto per andarmene e raggiungere quella promessa che si è degnato farmi il dominatore del cielo e della terra, il Figlio del Dio onnipotente, vero Dio, assieme allo Spirito santo, che rimane nei secoli in eterno".

Al sentire tali cose i fratelli piangevano dirottamente e si percuotevano con le mani le loro facce innalzando grandi lamenti. Quando tutti si furono radunati, parlò loro di nuovo: "Sapete, carissimi, che sto per andarmene da voi. Ma credo in Gesù la cui parola annuncio; egli vi custodirà dal male affinché questa messe che ho seminato tra di voi non venga divelta dal nemico, ossia la conoscenza e la dottrina di Gesù Cristo, mio Signore. Voi continuate a pregare e state saldi nella fede affinché il Signore, tolta ogni zizzania di scandalo, si degni radunarvi nel granaio celeste quale grano immacolato". E così continuò a istruirli per cinque giorni e a fortificarli nella legge di Dio.

[24] Dopo di che, aperte le mani, pregò il Signore dicendo: "Custodisci ti prego, Signore, questo gregge che ha già conosciuto la salvezza, affinché non prevalga il maligno ma meriti di custodire inviolato per sempre ciò che ha ricevuto per tuo comando e per la mia predicazione". Finito di dire queste cose tutti i presenti risposero: "Così sia!". L'apostolo poi prese del pane, rese grazie, lo spezzò e ne diede a tutti dicendo: "Ricevete la grazia che Cristo Signore, Dio nostro, vi ha data tramite me suo servo". E baciando tutti e raccomandandoli al Signore partì da Filippi per Tessalonica; qui insegnò per due giorni e poi partì. Molti fedeli dalla Macedonia partirono con lui riempiendo due navi. Tutti cercavano di salire sulla nave nella quale c'era l'apostolo desiderando sentirlo parlare affinché neppure in mare mancasse loro la parola del Signore.

L'apostolo rivoltosi ad essi così si espresse: "Conosco il vostro desiderio, dilettissimi, ma questa nave è piccola, perciò vi prego che i servi con i bagagli passino nella nave più grande, voi invece in questa che è minore potete fare il viaggio assieme a noi". Concesse loro Antimo e per consolarli comandò che salissero sull'altra nave che volle sempre vicina a sè perché anch'essi lo potessero vedere e ascoltare la parola del Signore.

Mentre avveniva questo un certo uomo preso dal sonno e spinto dal vento cadde in mare. Al vedere ciò, Antimo rivoltosi verso l'apostolo disse: "Vieni in aiuto, dottore buono, perché uno dei servi è perito". Allora il beato Andrea sgridò il vento che subito tacque e il mare ridivenne tranquillo. L'uomo poi che era caduto, con l'aiuto di un'onda fu spinto sulla nave. Presa la sua mano, Antimo lo tirò dentro la nave; e tutti ammirarono la virtù dell'apostolo, al quale anche il mare obbediva.

[25] Dopo dodici giorni approdarono a Patrasso, città dell'Acaia. Usciti dalla nave fecero sosta in un albergo. E poiché molti insistevano nel pregarlo di entrare nelle loro case, disse: "Giuro che non andrò se non là dove mi sarà comandato".

Quella notte non ebbe alcuna rivelazione, ma la notte successiva, essendo per questo molto triste, udì una voce dirgli: "Andrea, io sono con te e non ti lascerò". Ciò udito glorificava il Signore a motivo della visione.

Mentre avvenivano queste cose, il proconsole Lesbio, avvertito divinamente di ricevere l'uomo di Dio, inviò ad incontrare l'apostolo degli uomini i quali lo ospitarono nell'ospizio e lo condussero da lui. Udito questo venne dal proconsole ed entrato nella sua stanza lo vide giacere con gli occhi chiusi come fosse morto. Toccandogli il fianco gli disse: "Alzati e racconta". "Io sono colui che disprezzava la via che insegni; mandai i soldati sulle navi dal proconsole della Macedonia affinché ti conducessero a me prigioniero per condannarti a morte; ma ecco che hanno fatto naufragio e mai poterono giungere dove volevo. Mentre pensavo di distruggere la tua vita mi apparvero due Etiopi che mi percossero dicendo: "Non possiamo più fare alcun male in questo luogo perché viene quell'uomo che pensavi di perseguitare. Perciò in questa notte in cui abbiamo ancora il potere ci vendichiamo su di te". E così, dopo avermi percosso ben bene, se ne fuggirono. Ora, uomo di Dio, degnati di supplicare il Signore affinché mi perdoni questo delitto e sia sanato dalla mia infermità".

Mentre quello raccontava queste cose davanti a tutto il popolo, il beato apostolo si mise a predicare assiduamente la parola del Signore e tutti credevano.

[26] Una volta risanato, il proconsole credette e fu rinforzato nella fede. Per la qual cosa accadde che Trofima, un tempo concubina del proconsole, e poi unita ad un altro uomo, abbandonò anche lei il suo amante e aderì alla dottrina apostolica. Veniva infatti spesso in casa del proconsole dove l'apostolo continuava ad insegnare. Ciò fece montare su tutte le furie il suo amante, tanto che andò dalla moglie del proconsole a dire: "Lo sai, signora, che Trofima è la concubina di tuo marito? E' per un semplice pretesto che la affidò a me, per usarne cioè come sta facendo ora, quando gli pare e piace".

Al sentire tali cose, essa si accese d'ira e disse: "Per questo mi ha trascurata mio marito! Sono infatti già passati sei mesi da che egli non si unisce a me. Ora capisco: ama la sua ancella". Terminato di dire questo, chiamò il suo procuratore e comandò che la prostituta Trofima fosse condannata e rinchiusa in un lupanare. Senza indugio essa venne condotta in un lupanare e consegnata ad un lenone. Niente di tutto questo sapeva il proconsole: cercava di lei ma veniva ingannato dalla moglie.

Ma Trofima dal giorno in cui venne rinchiusa nel lupanare, prostrata per terra, continuava a pregare. Quando si avvicinavano coloro che volevano toccarla, prendeva il Vangelo che portava con sè sul petto e subito quelli perdevano tutte le forze. Avvicinandosi un giorno un certo giovane di vita impudicissima, illudendola, già era pronto ad assalirla, tanto che le strappò le vesti e il Vangelo cadde dal petto; Trofima tutta impaurita, tra le lacrime, aprì le mani verso il cielo e disse: "Non permettere, Signore, che io venga macchiata, tu per il cui nome io amo la castità". Subito apparve un angelo del Signore; il giovane cadde ai suoi piedi e morì. Così confortata la pia donna benediceva e glorificava il Signore che non aveva permesso che restasse delusa. Da quel tempo fu ripiena di tale costanza nella fede, che non molto tempo dopo risuscitò un fanciullo nel nome di Gesù Cristo; a tale spettacolo era accorsa tutta la città.

[27] Intanto la moglie del proconsole era andata a fare il bagno con il suo procuratore; mentre si lavavano a vicenda, apparve loro un orribile demonio e percossi da lui caddero e morirono. Dopo ne seguì un gran pianto e venne annunziato all'apostolo e al proconsole che la moglie era morta assieme all'amante. Commosso dalla folla il beato Andrea così le parlò: "Vedete ora, carissimi, quanto prevalga il nemico. Trofima a causa della pudicizia fu rinchiusa nel lupanare; ma non mancò il giudizio di Dio, perché subito la madre di famiglia, che aveva comandato questo, fu percossa con il suo amante nel bagno e ora è morta".

Mentre ancora diceva queste cose, arrivò la madre della defunta, accompagnata a mano a causa della sua età; stracciandosi le vesti, gridò a gran voce: "Sappiamo che sei amato da Dio e ottieni da lui tutto ciò che vuoi; perciò abbi pietà di essa e risuscitala". Commosso per tali lacrime il beato apostolo si rammaricava e rivolto al proconsole disse: "Vuoi che la risusciti?". E lui: "Non sia mai, poiché ha commesso tale delitto nella mia casa". E l'apostolo: "Non fare così. Bisogna che noi abbiamo misericordia di coloro che la chiedono, affinché anche noi la otteniamo dal Signore". Dopo di che il proconsole se ne tornò al pretorio. Invece il santo apostolo comandò che il corpo fosse portato nel mezzo e avvicinatosi disse: "Chiedo, buon Signore, Gesù Cristo che questa donna riabbia la vita, affinché tutti sappiano che tu solo sei Dio e che non fai perire gli innocenti". Voltandosi, toccò il cadavere della donna dicendo: "In nome del mio Signore Gesù Cristo sorgi". Subito la donna si alzò e con lo sguardo dimesso, piangendo e gemendo, guardava per terra. Ma l'apostolo le disse: "Entra nella tua stanza e prega segretamente, fino a che il Signore venga a confortarti". Ed essa: "Fammi prima rappacificare con Trofima alla quale ho fatto tanto male". Al che l'apostolo: "Non temere, poiché Trofima non ricorda più queste cose e non desidera fare alcuna vendetta, ma ringrazia Dio in tutti gli avvenimenti che le capitano". Fatta chiamare tuttavia dall'apostolo, Trofima si riconciliò con Callista moglie del proconsole, appena risuscitata dai morti.

[28] Lo stesso proconsole Lesbio avanzò tanto nella fede, che un giorno si presentò all'apostolo per confessare tutti i suoi peccati. E il santo apostolo a lui: "Ringrazia il Signore, figlio, poiché ti fa temere il giudizio futuro; ma agisci virilmente e fatti coraggio nel Signore in cui credi". E tenendolo per mano camminava sulla spiaggia. Essendosi seduto dopo la passeggiata, si sedettero sulla sabbia anche tutti coloro che erano con lui per ascoltare la parola del Signore. Ed ecco un cadavere che dal mare fu gettato sulla spiaggia, proprio vicino ai piedi di Andrea. Vedendo ciò, pieno di gioia nel Signore il beato apostolo disse: "Bisogna che questo sia risuscitato per conoscere ciò che contro di lui ha fatto l'avversario". Elevata una preghiera, tenendo la mano del morto, lo alzò. E quello subito prese a vivere e a parlare. Essendo nudo, gli diede una tunica dicendo: "Raccontaci ed esponi con ordine tutto quanto ti è accaduto". Ed egli: "Non ti nasconderò nulla, chiunque tu sia. Io sono figlio di Sostrate, cittadino macedone; proprio ora navigavo dall'Italia; tornato a casa, venni a sapere che era sorta una nuova dottrina, che nessuno prima aveva sentito, che grandi segni e prodigi e guarigioni erano compiute da un certo dottore che afferma di essere discepolo del vero Dio. Al sentire tali cose, mi affrettai per poter vedere un tale uomo. Pensavo infatti che si trattasse di cose divine. Perciò ho incominciato a navigare con amici e servi; ma quando mi trovai in alto mare, si alzò una improvvisa tempesta e fummo gettati in acqua dai flutti. Avesse voluto il cielo che avessimo avuto tutti insieme tale sorte; così anche gli altri sarebbero stati risuscitati da te, come lo sono stato io".

Mentre diceva tali cose, pensava in cuor suo che era proprio di fronte a colui che aveva cercato con grandi pericoli, e cadendo ai suoi piedi disse: "So che sei il servo del Dio vero. Intercedo anche per coloro che erano con me sulla nave, affinché anch'essi per tua intercessione riacquistino la vita e conoscano il vero Dio che tu predichi". Allora il santo apostolo, ripieno di Spirito santo, gli annunciò con fermezza la parola di Dio, tanto che il giovane fu ammirato della sua dottrina. Infine con le braccia aperte, disse: "Mostraci, Signore, anche gli altri cadaveri affinché anch'essi conoscano, per tuo volere, il solo Dio vero". Appena ebbe finito di dire questo, apparvero sulla spiaggia trentanove cadaveri, portati dalla forza delle onde. Così mentre il giovane piangeva - anche gli altri avevano cominciato a piangere -, tutti si prostrarono ai piedi dell'apostolo e lo pregarono perché anche questi risuscitassero.

[29] Ma Filopatore (questo era il nome del giovane) diceva: "Mio padre mi diede benevolmente tutto il necessario, mi elargì molto denaro e mi inviò qui; se verrà a sapere ciò che mi è accaduto bestemmierà il tuo Dio e respingerà la sua dottrina. Voglia il cielo che ciò non avvenga!".

Mentre tutti piangevano di nuovo, l'apostolo pregò che fossero radunati assieme i corpi (erano infatti sparsi qua e là); allorché furono radunati in un unico luogo, l'apostolo soggiunse: "Quale vuoi che ti risusciti per primo?". E quello: "Varo, il mio coetaneo". Udito ciò l'apostolo, piegate a terra le ginocchia e sollevate le mani al cielo, pregò a lungo in mezzo alle lacrime così: "O buon Gesù, risuscita questo morto che fu nutrito con Filopatore affinché conosca la tua gloria e il tuo nome sia esaltato fra le genti". E subito il giovane risuscitò e tutti i presenti si meravigliarono. L'apostolo pregando poi su tutti gli altri disse: "Ti prego, Signore Gesù, affinché risorgano anche questi che furono qui sospinti dal profondo del mare". Appena finì di dire queste cose comandò ai fratelli che ciascuno prendesse per mano un morto dicendo: "Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, ti risusciti". E così i trentotto morti risuscitarono, e tutti i presenti glorificarono Dio dicendo: "Non c'è un altro Dio simile al Dio di Andrea"

Il proconsole Lesbio diede molti doni a Filopatore e disse: "Non ti rattristare, fratello, d'aver perduto le ricchezze; ti consiglio di non abbandonare il servo di Dio". Da allora Filopatore fu sempre con l'apostolo ascoltando con diligenza tutto ciò che egli diceva.

[30] Mentre accadevano queste cose presso Patrasso città dell'Acaia, una donna di nome Calliopa, la quale aveva avuto rapporti con un omicida e aveva concepito illegittimamente, fu colpita da grandi dolori, ma non riusciva a partorire. Si rivolse allora alla sorella dicendo: "Vai, ti prego, a invocare Diana nostra dea, affinché abbia pietà di me: è infatti la patrona delle partorienti". Essa fece quanto gli era stato comandato; ma durante la notte le apparve il demonio e le disse: "Perché continui a invocare, mentre non posso aiutarti? Piuttosto vai dall'apostolo di Dio Andrea, ed egli avrà pietà di tua sorella: egli sta ora in Acaia".

La donna si alzò, corse dall'apostolo, e gli raccontò tutto quanto le era accaduto. Senza indugio egli venne a Corinto in casa della donna ammalata. Con lui c'era anche il proconsole Lesbio. Quando l'apostolo vide la donna incinta in preda a grandi dolori, esclamò: "A ragione soffri questi dolori, tu che illegittimamente hai agito; avendo concepito con inganno, devi ora sostenere indicibili sofferenze. E inoltre hai invocato i demoni, i quali a nessuno, nemmeno a se stessi, possono giovare. Ora credi che Gesù Cristo è Figlio di Dio e getta fuori il feto; uscirà morto, perché lo hai concepito indegnamente". Dopo aver fatto un atto di fede, non appena tutti furono usciti dalla stanza, si liberò del feto morto, e non ebbe più alcun dolore.

[31] Mentre l'apostolo faceva molti prodigi in Corinto, Sostrato, padre di Filopatore, ammonito in sogno di portarsi da Andrea, maturò il disegno di un viaggio in Acaia; avendo saputo dove era, giunse a Corinto; subito Sostrato conobbe l'apostolo mentre gli veniva incontro, come già gli era stato mostrato durante il riposo; stringendo i suoi piedi: "Pietà di me - disse -, servo di Dio, come hai avuto pietà di mio figlio". Filopatore disse all'apostolo: "Questi che vedi è mio padre. Egli già chiede che cosa deve fare". E il beato apostolo: "So che è venuto qui da noi per conoscere la verità. Siano rese grazie al Signore Gesù Cristo, che si degna di rivelarsi ai credenti".

Mentre Andrea diceva questo, Leonzio, servo di Sostrato, disse al suo signore: "Vedi, signore, di quale luce splenda il volto di quest'uomo?". Al che rispose: "Vedo, dilettissimo, e per questo non mi allontanerò da lui! Viviano assieme a lui e ascoltiamo le parole di vita eterna". Il giorno seguente presentò all'apostolo molti doni; ma il santo di Dio a lui: "Non è mia abitudine ricevere qualcosa da voi; desidero solo guadagnarvi affinché crediate in Gesù che mi mandò in questo luogo per evangelizzare. Se cercassi denaro, Lesbio che è più ricco di voi avrebbe potuto arricchirmi molto di più. Questo desidero che mi portiate ciò che può servirvi per la salute eterna".

[32] Pochi giorni dopo aver compiuto queste cose in Corinto, il beato apostolo comandò che gli fosse preparato un bagno. Quando venne per lavarsi, vide un vecchio posseduto dal demonio, terrificato assai. Mentre stava a guardarlo, un ragazzo uscito dalla piscina cadde ai piedi dell'apostolo dicendo "Che c'è tra noi e te, Andrea? Sei venuto qua per distruggerci, detronizzandoci dalle nostre sedi?". Ma l'apostolo, ritto disse al popolo che gli stava di fronte: "Non temete! Credete in Gesù nostro salvatore". Mentre tutti gridavano: "Crediamo a ciò che predichi", Andrea ammonì severamente i due demoni e subito uscirono dai corpi posseduti. Il vecchio come il giovane, liberi, fecero ritorno alle proprie case.

Frattanto l'apostolo fece il bagno, senza smettere di predicare, sapendo che il nemico del genere umano, tende ovunque insidie, sia nei bagni, sia nei fiumi. E perciò insegnò insistentemente ad invocare con assiduità il nome del Signore, affinché colui che vuole tendere insidie, non ne abbia il potere. Vedendo ciò, gli abitanti della città venivano e portavano gli ammalati davanti a lui e questi erano guariti. Molti ancora venivano da altre città. Coloro che avevano accolto la parola di Dio, ogni giorno si avvicinavano al beato apostolo per essere da lui istruiti.

[33] Mentre avveniva questo in Corinto, ecco un vecchio di nome Nicola venire dall'apostolo e, stracciate le vesti, dire "Amico di Dio, sono già al settantaquattresimo anno di vita e non ho smesso di fare sozzerie, compiendo inoltre ogni cosa illecita nei lupanari. Sono ora tre giorni che ho udito i miracoli da te compiuti e le tue esortazioni piene di parole toccanti. Pensavo tra me di abbandonare queste cose per venire da te affinché mi indicassi vie migliori. Ma mi venne di nuovo in mente di abbandonare questo proposito e non fare il bene che volevo. Stando la mia coscienza nel pieno della lotta, ho preso il Vangelo e ho pregato il Signore che mi facesse finalmente dimenticare queste cose. Dopo pochi giorni, dimentico del Vangelo che era su di me, spinto dal pensiero perverso, me ne andai nuovamente al lupanare ed ecco una meretrice gridare nel vedermi: "Vattene, vecchio, vattene! Tu sei infatti l'angelo del Signore. Non toccarmi nè avvicinarti a questo luogo; in te scorgo un grande mistero". Mentre stupefatto, cercavo di rendermi conto di che cosa stesse accadendo, mi ricordai di avere con me il Vangelo. Mi allontanai; ora sono davanti a te, servo di Dio, perché abbia pietà dei miei errori. Spero infatti assai di non perire se intercederai per la mia fragilità".

Udito ciò il beato Andrea, dopo aver proferito molte cose contro la fornicazione, inginocchiato con le braccia aperte, pregò in silenzio. Emise gemiti con lacrime dall'ora sesta fino all'ora nona; si alzò, si lavò la faccia, non volle toccare cibo e disse: "Non mangerò fino a quando non saprò che Dio avrà pietà di quest'uomo e questi sarà annoverato fra i salvati". Dopo aver digiunato un altro giorno, senza che gli fosse rivelato nulla a proposito di questo uomo, arrivò al quinto giorno; allora piangendo accoratamente disse: "Signore, noi otteniamo la tua misericordia per i morti ed ecco ora quest'uomo desideroso di conoscere i tuoi prodigi: perché non lo fai ritornare per sanarlo?". Proferite tali parole, una voce dal cielo rispose: "Ti sia concesso ciò che chiedi per il vecchio; ma come tu ti affatichi con digiuni, così anche lui si studi di ottenere salvezza con il digiuno". Fattolo chiamare, l'apostolo lo invitò a fare digiuno. Al sesto giorno radunò tutti i cristiani e li esortò a pregare per lui. Prostrati al suolo, dicevano: "Buono e misericordioso Signore, rimetti a lui il suo peccato".

Dopo Andrea mangiò, permettendo agli altri di fare altrettanto. Nicola frattanto ritornò a casa sua e distribuì ai poveri tutto quello che possedeva. Continuava a dolersi assai, tanto che per sei mesi si nutrì di acqua e pane secco. Perciò non molto tempo dopo, fatta una degna penitenza, il vecchio morì.

Intanto il beato Andrea se ne era andato. Della morte del vecchio egli ebbe notizia in un altro luogo per mezzo di una voce: "Andrea, il mio Nicola è arrivato in cielo". Egli, rendendo grazie, raccontò ai fratelli che Nicola era deceduto e pregò per la sua pace.

[34] Mentre egli compiva questi prodigi nei pressi di Corinto, la fama della sua potenza cresceva ogni giorno, tanto che arrivò dall'apostolo Antifane da Megara e disse: "Se in te c'è una certa bontà, secondo il comando del Salvatore, che annunci, mostrala anche a noi, uomo di Dio, liberando la casa dalle insidie con cui è provata". E l'apostolo: "Raccontaci quello che ti è successo". E lui: "Ritornando a casa da un viaggio, mentre varcavo la soglia del mio atrio, udii la voce del portinaio che gridava miseramente. Avendo domandato che cosa indicassero quelle grida, i presenti mi raccontarono che lui, la moglie e il figlio erano tormentati dal demonio. Salii alle stanze superiori e trovai altri servi che digrignavano i denti, lanciandosi impetuosamente contro di me e facendo risate insane. Andato oltre, salii alle altre stanze superiori, dove giaceva la moglie gravemente tormentata; era talmente affaticata per lo stato di amenza, che a causa dei capelli cadenti sugli occhi, non pot‚ vedermi e riconoscermi. Ti prego dunque, uomo di Dio, di restituirmela. Degli altri non m'importa".

Appena ebbe finito, il santo apostolo, mosso a pietà, rispose: "Non vi è accezione di persone presso Dio, il quale venne proprio per salvare tutti e non lasciarli perire; andiamo a casa tua". Partito da quella città e venuto in Megara, appena oltrepassò la soglia di casa, i demoni con un solo impeto di voce gridarono: "Perché ci vieni a perseguitare, Andrea? Perché non vai dove ti è stato concesso? Tieniti i tuoi posti e non voler entrare dove siamo noi". Meravigliato di queste cose così strane, il santo apostolo salì nella stanza dove giaceva la donna e, dopo aver pregato in ginocchio, prese la mano della donna dicendo: "Il Signore Gesù Cristo ti sani". Subito essa balzò dal letto e cominciò a benedire il Signore. Imponendo poi le mani a tutti coloro che erano tormentati dal demonio, restituì loro la salute.

Da allora Antifane e la moglie furono suoi validissimi cooperatori in Megara per la predicazione della parola di Dio.

[35] Non molto tempo dopo questi avvenimenti, il beato apostolo fece ritorno nella città di Patrasso dove era proconsole Ageate appena succeduto a Lesbio. Qui una donna di nome Efidama, la quale per la dottrina di un certo discepolo apostolico, Sosia, era passata a Cristo, si avvicinò ad Andrea e baciandogli i piedi, disse: "La mia signora Massimilla ti prega, uomo di Dio, di portarti da lei, dato che è trattenuta da una grande febbre: desidera infatti sentire la tua dottrina". Questa era la moglie del proconsole, il quale era tanto disgustato di quella malattia, che voleva togliersi la vita con una spada.

Preceduto da Efidama, l'apostolo arrivò nella stanza dove la donna giaceva ammalata e alla vista del preside con la spada sguainata, disse: "Non farti alcun male ora, proconsole, ma riponi la spada al suo posto; verrà tempo in cui ci toccherà usarla". Senza comprendere, il preside lo fece entrare. Allora l'apostolo si portò davanti al letto dell'inferma e, dopo aver pregato, prese la sua mano: subito la donna fu piena di sudore e la febbre la lasciò. L'apostolo comandò di darle da mangiare. Appena vide questo, il proconsole volle dare al santo di Dio cento denari d'argento: ma egli neppure si degnò di guardarli!

[36] Uscito dalla casa, cammin facendo, vide un pover'uomo adagiato sull'immondezza, al quale molti cittadini gettavano qualche monetina, affinché potesse vivere. Pieno di compassione, Andrea disse: "Nel nome di Gesù Cristo sorgi guarito". Quello subito se ne andò glorificando Dio. Fatta ancora un po' di strada, scorse un uomo cieco assieme alla moglie e al figlio; l'apostolo esclamò: "Questa è veramente opera del diavolo, che accecò la mente e il corpo di queste persone; ecco: in nome del mio Dio, io vi ridono la vista corporale; egli poi si degni di illuminare le tenebre della vostra mente, affinché, conosciuta la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, possiate essere salvi". Impose loro le mani e aprì i loro occhi. Essi, venuti avanti, baciavano i suoi piedi e dicevano: "Non c'è altro Dio se non quello che predica il suo servo Andrea".

[37] Mentre il beato apostolo compiva questi miracoli presso Patrasso, un uomo lo accompagnò sulla spiaggia, dove un navigante di cinquant'anni giaceva a terra stremato di forze, pieno di ferite e di vermi; nessuna cura di medici aveva potuto curarlo. Visto l'apostolo, quegli esclamò: "Forse tu sei discepolo di quel Dio che solo può salvare?". E l'apostolo a lui: "Io lo sono! In nome del mio Dio ti ridono la salute". E soggiunse: "Nel nome di Gesù Cristo alzati e seguimi". Egli, abbandonando i vestiti purulenti, in cui era entrata la putrefazione, lo seguì, mentre dal suo corpo si staccava marciume e vermi. Arrivati al mare, tutti e due entrarono in acqua: l'apostolo lo battezzò nel nome della Trinità e lo rese così sano, che non rimase alcun indizio della sua infermità corporale, e fu acceso da tanta fede, con l'acquisto della salute, che si mise a correre nudo per la città, annunciando che il vero Dio era quello predicato da Andrea. Tutti si meravigliavano e si congratulavano per la sua guarigione.

[38] Mentre venivano compiute presso Patrasso queste ed altre cose degne di meraviglia per opera del beato apostolo, arrivò dall'Italia Stratocle fratello del proconsole. Questi aveva un servo di nome Alcman, che teneva in gran conto, ma percosso dalla forza del demonio giaceva a terra spumando e facendo un gran chiasso.

Al vedere ciò, Stratocle si addolorò assai per la disgrazia toccata al suo dilettissimo servo. Massimilla ed Efidama lo consolavano dicendo: "Non ti contristare, fratello; fra poco il servo sarà ricuperato. C'è infatti qui un uomo che, oltre ad annunziare la via della salvezza, richiama molta gente dalla malattia alla completa sanità. Lo mandiamo a chiamare e subito ti sarà restituito il tuo servo". L'apostolo arrivò senza alcun indugio. Mentre le matrone lo invocavano, egli prese la sua mano e disse: "Sorgi nel nome di Gesù Cristo, Dio mio, che vado annunciando". E subito si alzò completamente sano.

Da allora Stratocle credette nel Signore e tanto si irrobustì nella fede, che da quel giorno non si allontanò dall'apostolo, ma, stando sempre al suo fianco, udiva la parola di salvezza.

[39] Mentre accadevano queste cose presso Patrasso, il proconsole se ne andò in Macedonia.

La moglie Massimilla, istruita nella dottrina di salvezza, aveva abbracciato così totalmente la fede dell'apostolo, che poco mancò che il proconsole, di ritorno, la trovasse con molte altre persone nel pretorio intente ad ascoltare la predicazione dell'apostolo. Il beato apostolo ebbe il presentimento di tutto ciò e perciò, in ginocchio, così pregò: "Non permettere, Signore, che il proconsole entri in questo luogo prima che tutti siano usciti". E accadde che prima di entrare nel pretorio, il proconsole sentì il bisogno di purgarsi il ventre e andò in un luogo solitario; mentre tardava alquanto, il santo apostolo impose a tutti le mani e dopo averli segnati con la croce, li lasciò andare; ed anch'egli se ne allontanò, dopo essersi segnato.

Massimilla, come faceva già prima, da allora spesso accorreva con altri cristiani alla casa dove l'apostolo dimorava, e ascoltava con piacere il messaggio del Signore; per la qual cosa, accadde che raramente aveva rapporti con suo marito. Sopportando questo di malavoglia e dandone colpa all'apostolo, si recò da lui. Riprovando quella religione troppo perfetta, tentò di persuaderlo ad adorare gli idoli, ma il beato apostolo rispose deciso: "Io sono, proconsole, colui che annuncia la parola di verità e il Signore Gesù, affinché gli uomini incomincino a riconoscere il vero Dio, creatore di ogni cosa, una volta ripudiati gli idoli manufatti. Per questo, pur essendo il Signore della maestà, egli discese dal cielo, prendendo le sembianze di quell'uomo, che all'inizio era caduto. Essendo Dio, spontaneamente si degnò di patire, per liberare dalla morte colui che aveva creato".

Udito ciò il proconsole comandò che fosse rinchiuso in carcere. Per tutto il tempo che vi era trattenuto, una gran moltitudine di gente accorreva a lui ogni giorno; il santo apostolo si rivolgeva a loro con queste parole: "Io sono stato mandato come apostolo presso di voi dal mio Signore, carissimi fratelli, per richiamare con la parola di Dio alla via di verità e di luce gli uomini che stanno nelle tenebre e nell'ombra di morte. Da questo compito non mi sono mai allontanato, ma vi ho sempre esortati ad abbandonare il culto degli idoli, a cercare il vero Dio, a perseverare nei suoi comandamenti e così essere eredi delle sue promesse. Vi ammonisco e vi esorto, dilettissimi, affinché lasciate crescere nella speranza e lode del Signore la vostra fede che avete posto sopra le fondamenta del Signore mio Gesù Cristo. Del resto non voglio che vi rattristiate per ciò che mi succede. Così infatti mi ha promesso il Signore Gesù Cristo, come sta scritto: Per il suo nome dobbiamo patire molto ed essere flagellati e comparire davanti ai giudici per testimoniarlo.

Chi avrà perseverato fino alla fine, questi sarà salvo Continuate a pregare, affinché il diavolo, che si aggira quale leone in cerca di qualcuno da divorare, rimanga deluso e prostrato perché vinto dai servi del Signore"

[40] Avendo ammaestrato per tutta la notte la moltitudine esortandola con queste e altre parole e avendo prolungato il sermone fino al giorno seguente, di buon mattino il proconsole Egea, salì in tribunale e fatto comparire il santo Andrea gli rivolse queste parole: "Sai perché ti tengo in custodia? Per conoscere da te qualcosa di più certo, mentre vai disseminando tra il popolo cose vane e superstiziose. Intanto mi dicono che tutta la notte hai detto non so quali parole ridicole"

Andrea gli rispose: "Io non cesso di fare ciò che mi fu imposto dal Signore, ossia di portare il popolo alla vera conoscenza una volta liberato dalla via dell'errore". Allora il proconsole: "Smettila, disse, di essere stolto e non mettere in crisi la gente per bene". Andrea di risposta: "A me il Dio il mio Gesù Cristo comandò di non smettere di predicare la sua parola in modo opportuno e importuno e di additare la penitenza agli erranti". Di nuovo Egea a lui: "O prometti di lasciare questa stupida e superstiziosa dottrina oppure comanderò che tu sia subito ucciso". Andrea rispose: "Non soltanto sono pronto ad essere ucciso, ma anche a essere tormentato con diversi supplizi, anziché smettere questa divina predicazione".

Il proconsole dopo averlo fatto battere per tre volte con sette colpi di flagelli, comandò che fosse crocifisso, ordinando precisamente ai carnefici che fosse appeso, legato mani e piedi, e non inchiodato affinché morisse dopo lunga agonia.

Vedendo queste cose indegne perpetrate all'uomo di Dio il popolo esclamò: "L'uomo giusto, l'amico di Dio e il maestro buono viene condotto ingiustamente al patibolo". Andrea invece rivolgendosi ad essi con molte parole, giunse finalmente al luogo designato e vedendo la croce esclamò: "Ti saluto, croce, che da tanto tempo mi aspetti e che ora riposi dopo esserti lungamente affaticata. So di certo infatti che godi di ricevere il discepolo di colui che a te fu appeso. Onde lieto a te mi avvicino, conoscendo il tuo segreto, sono al corrente del mistero per cui sei eretta. Accogli ora colui che aspetti, perché finalmente ho trovato in te ciò che desideravo. Intravedo infatti in te ciò che mi fu promesso dal Signore. Accetta dunque, croce amata, l'umile servo di Dio e trasportalo al suo Signore".

Detto questo, il beatissimo Andrea si spogliò e si consegnò ai persecutori, i quali, dopo averlo legato mani e piedi secondo quanto era stato loro comandato, lo crocifissero.

[41] Alla presenza di una grande moltitudine, circa ventimila persone, tra cui anche il fratello di Egeate, Stratocle, il beato apostolo aprì la bocca e così parlò: "Io devo ringraziare il Signore mio Gesù Cristo, il quale comanda che esca da questo corpo, affinché con il martirio possa ottenere la sua eterna misericordia, divenga suo amico e familiare, lui che mi inviò a voi. Rimanete nella dottrina che vi è stata affidata, istruendovi e ammonendovi a vicenda, affinché anche voi siate per sempre con il mio Signore, con lui abitiate e riceviate il premio promesso".

I cristiani presenti risposero: "Così sia". Tutto quel giorno e la notte seguente continuò a parlare senza per questo affaticarsi e stancarsi. Il giorno seguente, il popolo, vedendo la sua fortezza, la costanza d'animo, la prudenza di spirito e la forza di mente, andò da Egeate e gridò a lui che sedeva in tribunale: "Perché questa crudele sentenza, proconsole? Vuoi condannare al supplizio della croce un uomo giusto che nulla di male ha commesso? Tutta la città è in sommossa e noi periremo con lui. Ti preghiamo di non abbandonare una così celebre città di Cesare. Concedici l'uomo giusto, ridonaci l'uomo santo, non uccidere un uomo famoso presso Dio, non mandare a morte un uomo mansueto e pio. Continua a vivere nonostante sia da due giorni sospeso alla croce e questo non è senza qualche mistero; e ciò che più conta è che parla ancora e ci consola con sermoni. Perciò restituiscici questo uomo, affinché rimaniamo in vita; rilasciaci l'uomo santo e tutti saranno in pace".

[42] Commosso da queste parole, e temendo una sommossa del popolo, si allontanò dal tribunale pensando di liberare Andrea. Andò al luogo del supplizio; il popolo accorreva in massa lieto che il servo di Dio venisse liberato; il proconsole triste e con lo sguardo dimesso si avvicinò all'apostolo appeso: questi però disse: "Perché sei venuto Egea? Desideri, forse, liberarmi, mosso da pentimento? Credimi che non mi persuaderai a scendere da questa croce!".

E poiché il popolo gridava di lasciar libero Andrea, questi esclamò a gran voce: "Non permettere, Signore Gesù Cristo, che il tuo servo sia liberato, mentre pende in croce per il tuo nome; nè permettere, Dio misericordioso, che chi è già vicino ai tuoi segreti, venga consegnato ancora al consorzio umano Prendimi con te, Maestro, che ho amato, conosciuto, cui rimango fedele, che desidero vedere, nel quale resto per tutto ciò che sono. Accetta il mio transito, Gesù buono e misericordioso".

Ripetendo ancora a lungo queste cose e glorificando il Signore con gioia, rese lo spirito, mentre tutti noi eravamo in lacrime.

Massimilla, moglie del proconsole, prese il corpo e dopo averlo profumato con aromi, lo seppellì in un luogo celebre; da allora, conservandosi casta, rimase sempre costante nel professare la fede ricevuta. Suo marito Egea invece, assalito in quella stessa notte del demonio, morì precipitandosi da un alto luogo. Suo fratello, Stratocle, udito questo, non volle assolutamente toccare i beni del proconsole e disse: "Ciò che è tuo perisca con te. A me basta il Signore Gesù che ho conosciuto per mezzo del suo servo Andrea".

Il venerabile e santo apostolo Andrea consumò il martirio in Acaia, nella città di Patrasso, sotto il proconsole Egeate, il trenta di novembre, mentre regnava il Signore Gesù Cristo, al quale sia gloria nei secoli. Così sia!

LIBRO IV
Storia e gesta dell'apostolo Giacomo, il Maggiore


[1] Giacomo era figlio di Zebedeo e fratello del Giovanni che scrisse il Vangelo. Cristo nostro salvatore al vederlo sulla barca con il padre e il fratello gli aveva detto di seguirlo. Toccato dal divino amore obbedì e da allora aderì al Signore nostro, non solo come discepolo tra i molti (che il Signore ebbe), ma chiamato dal medesimo sul monte al vertice dell'apostolato.

Dopo la passione del Signore ebbe in sorte la Giudea e la Samaria, allorché gli apostoli si divisero il lavoro. Percorse queste province, entrando nelle sinagoghe e con le Scritture alla mano dimostrava che tutto quanto era stato predetto dai profeti intorno al Signore Gesù Cristo si era avverato in lui.

[2] In quel tempo si opponevano al santo apostolo Ermogene e Fileto, i quali affermavano che Gesù Cristo Nazareno, di cui egli si diceva apostolo, non era Figlio di Dio. Giacomo, parlando con fiducia nello Spirito santo, rese vana ogni loro affermazione, mostrando dalle Sacre Scritture che questi era il vero Figlio di Dio promesso al genere umano.

Fileto rimase scosso e ammirato per la sapienza di Giacomo; e ritornato da Ermogene disse: "Sappi che non si potrà superare Giacomo, il quale afferma di essere servo di Gesù Cristo Nazareno e suo apostolo. Infatti in suo nome l'ho visto scacciare i demoni dai corpi degli ossessi, dar la vista ai ciechi, mondare i lebbrosi. E i miei più intimi amici mi assicurano di averlo veduto risuscitare i morti. Ma perché ci fermiamo su molte cose? Sa a memoria tutta la Sacra Scrittura, con la quale mostra non esservi altro Figlio di Dio, se non quello crocifisso dai Giudei. Onde se vuoi ascoltarmi, andiamo da lui per chiedergli perdono. Se tu non vuoi far ciò, io ti lascerò per andare da lui, ed essere degno di divenire suo discepolo".

All'udire questo Ermogene si accese d'ira; con forze magiche irrigidì Fileto e disse: "Vedremo se il tuo Giacomo ti libererà". Fileto inviò subito un servo da Giacomo perché gli annunciasse l'accaduto. Il beato apostolo mandò il suo sudario a Fileto, dicendo: "Il Signore Gesù Cristo sostiene i prigionieri e libera i carcerati". Appena il servo lo toccò con il sudario, Fileto, libero dai legami magici, corse da Giacomo e cominciò a deridere i malefici del maestro.

[3] Ma il mago Ermogene, addolorato di essere stato deriso, con pratiche magiche eccitò i demoni, e li inviò a Giacomo con queste parole: "Andate e portatemi qua Giacomo e il mio discepolo Fileto, affinché possa vendicarmi di loro: così gli altri discepoli non si prenderanno più burla di me". Arrivati dunque i demoni al luogo dove Giacomo pregava, incominciarono ad emettere per l'aria un forte ululato, dicendo: "Giacomo, apostolo di Dio, abbi pietà di noi, poiché ancor prima che venga il tempo del gran fuoco, noi siamo tormentati". Ai quali Giacomo rispose: "Perché siete venuti da me?". "Ci ha mandati Ermogene - risposero i demoni - per condurre te e Fileto da lui. Appena siamo entrati qui, un santo angelo di Dio ci ha legati con catene infuocate e ora miseramente siamo nei tormenti". Rispose Giacomo: "Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, l'angelo di Dio vi ridoni la libertà, affinché, una volta ritornati da Ermogene, me lo conduciate legato, senza fargli del male".

Partiti di là, legarono con funi, le mani di Ermogene dietro la schiena e così legato lo portarono dall'apostolo dicendo: "Ecco, riportiamo colui al quale ci avevi inviato, mentre bruciavamo". E l'apostolo di Dio a lui: "Stoltissimo uomo, mentre il nemico del genere umano aveva a che fare con te, perché non hai pensato chi inviavi a farmi del male? Tuttavia non permetto che ti facciano sentire il loro furore". Essi allora gridarono: "Mettilo nelle nostre mani, perché possiamo vendicare le tue ingiurie e il nostro bruciore". Ma l'apostolo a loro: "Ecco qui davanti a voi Fileto, perché non l'assalite?". Gli dicono: "Non possiamo toccare neppure una formica della tua casa". Allora il beato Giacomo rivolto a Fileto disse: "Affinché tu sappia che questo è l'insegnamento del Signore nostro Gesù Cristo, e affinché gli uomini sappiano contraccambiare il male con il bene, libera colui che ti ha soggiogato e ha tentato di condurti a sè, mentre eri legato dai demoni; permetti che se ne vada, una volta sciolto dai legami demoniaci".

Appena Fileto lo sciolse, Ermogene se ne stette abbattuto e confuso. Rivolto a lui, l'apostolo del Signore disse: "Vai libero dovunque vuoi. Non vogliamo che uno si converta contro sua voglia". Gli rispose Ermogene: "Ora conosco la rabbia dei demoni; se non mi dai qualcosa da portare con me, essi mi assaliranno e con diversi tormenti mi uccideranno". E il beato apostolo a lui: "Prenditi il mio bastone da viaggio e con esso vai dovunque ti piacerà". Egli, preso il bastone dell'apostolo, se ne tornò a casa sua.

[4] Senza indugiare raccolse i libri magici, sopra la sua testa e quella dei suoi discepoli pose dei vasi pieni, li portò all'apostolo e cominciò a bruciarli davanti a lui. Ma Giacomo glielo impedì: "Affinché l'odor di questo fuoco, disse, non faccia agitare gli incauti, appendi ai vasi dei sassi e del piombo, e buttali in mare".

Dopo aver fatto questo, Ermogene ritornò e abbracciando i piedi dell'apostolo lo pregava dicendo: "Liberatore di anime, ricevi finalmente penitente colui che finora hai sopportato nemico e riluttante". Giacomo rispose: "Se offrirai a Dio una degna penitenza, conseguirai veramente la sua misericordia" Disse Ermogene: "Ho dato segno di una sincera penitenza; infatti ho rinunciato a tutti i miei libri nei quali avevo riposto una presunzione illecita, come pure ho disprezzato tutte le arti del nemico". Il santo apostolo a lui: "Vai per le case di quanti hai ingannato per portare al Signore ciò che gli hai sottratto. Insegna essere vero quanto prima dicevi essere falso, e falso ciò che poco fa dichiaravi vero. Spezza l'idolo che adoravi e respingi le divinazioni che ti sembrava ricevere da lui. Spendi in opere buone il denaro acquistato malamente, affinché come fosti figlio del diavolo, imitando il demonio, così possa divenire figlio di Dio, seguendo Dio, che ogni giorno dà i suoi benefici agli ingrati e dona l'alimento a coloro che lo bestemmiano Se dunque, pur essendo tu cattivo verso Dio, il Signore usò verso di te una certa bontà, quanto maggiormente sarà benigno, se cesserai di essere un mago e comincerai a compiacerlo con buone opere?".

A tutte queste e altre cose simili che Giacomo proferiva, Ermogene si mostrò ossequiente e così iniziò una vita di perfetto timor di Dio, tanto che per mezzo suo Dio compiva anche dei prodigi.

[5] I Giudei dunque, vedendo come l'apostolo aveva convertito un tale mago, considerato invincibile, come tutti i suoi discepoli e amici che solevano frequentare la sinagoga avevano creduto in Gesù Cristo tramite Giacomo, offrirono del denaro a due centurioni, Lisia e Teocrito, che erano di servizio a Gerusalemme, affinché catturassero Giacomo.

Nata tra il popolo una sommossa, mentre egli era condotto in prigione, i farisei gridavano contro di lui: "Perché predichi la fede in Gesù, che tutti sappiamo essere stato crocifisso tra i ladroni?". Al che Giacomo, ripieno di Spirito santo: "Ascoltate, fratelli e voi che desiderate essere figli di Abramo. Dio promise al nostro padre Abramo che la sua discendenza avrebbe ereditato tutte le genti. La sua discendenza non designava Ismaele, ma Israele: quegli, assieme alla madre, fu allontanato ed escluso dalla porzione della discendenza di Abramo. Dio disse ad Abramo che in Isacco avrebbe avuto una discendenza. Ma il nostro padre Abramo fu chiamato amico di Dio prima di ricevere la circoncisione, prima di aver osservato i sabati e prima di conoscere una qualche legge di origine divina. Divenne amico di Dio non certo circoncidendosi, ma credendo in Dio; e così nella sua discendenza ereditò tutte le genti. Se dunque Abramo divenne amico di Dio con la fede, è chiaro che chi non crede in Dio è nemico di Dio".

Dopo che l'apostolo ebbe detto questo, i Giudei domandarono: "Chi è colui che non crede in Dio?".

[6] Giacomo rispose: "Questi è colui che non crede che la discendenza di Abramo erediterà tutte le genti; chi non crede a Mosè che afferma: "Il Signore vi darà un grande profeta, lo ascolterete come se parlassi io, in tutto quanto vi domanderà". Isaia predisse di qual genere sarebbe stato il profeta promesso, quando scrisse: "Ecco una vergine concepirà nel seno e darà alla luce un figlio che sarà chiamato Emmanuele, cioè Dio con noi". E Geremia aggiunse: "Ecco, Gerusalemme, che sta per venire il tuo redentore e questo ne sarà il preannunzio: aprirà gli occhi ai ciechi, restituirà l'udito ai sordi e con la sua parola risusciterà i morti". Ezechiele parlò di lui allorché disse: "Verrà il tuo re, Sion, verrà e ti rinnoverà". E Daniele: "Verrà qual figlio dell'uomo e avrà in sorte i principati e le potestà". Lo annunziò pure David: "Il Signore mi disse: Figlio mio tu sei. E la voce del Padre così si espresse a riguardo del Figlio: Egli mi invocherà: Padre mio tu sei, ed io lo costituirò mio grande primogenito presso i re della terra. E di nuovo: metterò sopra il mio trono il frutto del tuo seno".

Anche la sua passione fu predetta dai profeti. Isaia infatti disse: "Fu condotto a morte come una pecora". E David in prima persona disse: "Hanno forato le mie mani e i miei piedi, hanno numerato tutte le mie ossa; mi hanno guardato e mi hanno esaminato; si sono divisi le mie vesti, tirandole a sorte". E altrove: "Mi diedero a trangugiare fiele e a bere aceto. E vaticinando la sua morte: la mia carne riposerà nella speranza, perché non lascerai all'inferno la mia vita nè permetterai che il tuo santo veda la corruzione". La voce poi del Figlio si rivolse al Padre così: "Risorgerò e subito sono con te". E di nuovo: "Per la povertà dei deboli e il pianto dei poveri risorgerò", dice il Signore.

E circa la sua ascensione così si espresse il profeta: "Ascese in alto, si portò dietro l'umanità già schiava". E di nuovo: "Dio ascese nel giubilo; ascese volando sopra i cherubini". Così Anna, madre del santo Samuele: "Il Signore ascese in cielo e tuona". E molte altre testimonianze si trovano nella Legge circa la sua ascensione. Infatti che sieda alla destra del Padre è David che lo afferma: "Il Signore disse al mio Signore, siedi alla mia destra". E che torni a giudicare il mondo con il fuoco, lo dice il profeta: "E di nuovo al suo cospetto e intorno a lui ci sarà forte tempesta".

[7] Tutto questo che fu predetto in parte si è già avverato nel Signore nostro Gesù Cristo e ciò che non si è ancora avverato, accadrà in seguito come i profeti vi hanno predetto. Disse infatti Isaia: "I morti, coloro che sono nei sepolcri, risorgeranno". Se mi interroghi: "Che cosa accadrà allorché si risorgerà?". Risponde David dicendo di aver sentito il Signore parlare così: "Una volta parlò Dio e ho udito queste due cose: il potere è di Dio, e per te è misericordia, Signore, che dài a ciascuno secondo le sue opere".

Perciò, fratelli, ciascuno di voi faccia penitenza per non ricevere secondo le opere sue, sapendo di appartenere al gruppo di coloro che crocifissero colui che ha liberato il mondo intero dai tormenti. Inoltre con la sua saliva aprì gli occhi al cieco nato; e per provare che era stato lui a plasmare Adamo con il fango, fece una poltiglia con la sua saliva, la mise sugli occhi e li sanò. E quando noi discepoli lo interrogammo chi avesse peccato, se questi o i suoi genitori per essere nato cieco, il Maestro rispose: "N‚ questi nè i suoi genitori, ma ciò avvenne perché in lui fossero palesi le opere di Dio", ossia affinché fosse manifesto l'artefice che l'aveva creato, avendo egli fatto ciò che era di meno.

Che egli avrebbe ricevuto male per bene, fu predetto da David, quando in prima persona dice: "Mi davano male per bene e odio per amore". Infine dopo tanti benefici resi ai Giudei, tanti paralitici curati, lebbrosi mondati, demoni scacciati e morti risuscitati, tutti gridarono ad una sola voce: è reo di morte.

Che poi sarebbe stato tradito da un suo discepolo, fu predetto da David: "Colui che mangiava con me il pane, mi soppiantò".

Fratelli tutto questo lo predissero i figli di Abramo, parlando in essi lo Spirito santo. Forse che potremo evitare il supplizio del fuoco eterno e non saremo giustamente puniti, se non crederemo a tutto questo? Quando anche i pagani credono alle parole dei profeti, noi, una volta popolo eletto, non presteremo alcuna fede ai nostri patriarchi e profeti? Penso che tali delitti, vergognosi e punibili per tanti fatti scellerati, devono essere da noi pianti con grida e lacrime, affinché colui che benignamente perdona, accolga la nostra penitenza e non ci capiti quello che si ebbero gli infedeli nostri antenati: la terra si aprì, inghiottì Datan e coprì la sinagoga di Abiron. Il fuoco si accese nella loro adunanza e la fiamma consumò i peccatori".

[8] Finito di dire questo, davanti alla turba, non senza meraviglia e con una singolare grazia di Dio, tutti in coro dissero: "Abbiamo peccato, commettendo ingiustizia; dacci il rimedio, che cosa dobbiamo fare?". E Giacomo: "Fratelli non disperatevi. Soltanto dovete credere, e ricevere il Battesimo, affinché siano cancellati tutti i vostri peccati".

E poiché dopo questo discorso del beato apostolo molti Giudei furono battezzati, Abiatar, pontefice di quell'anno, vedendo che ogni giorno molti credevano in Gesù, con denaro causò una grandissima sommossa, tanto che uno degli scribi farisei lanciò una fune al collo dell'apostolo e lo portò nel pretorio dal re Erode. Quell'Erode era figlio di Archelao; appena ebbe in mano la causa comandò che Giacomo fosse decollato.

Mentre veniva portato al luogo del supplizio vide un paralitico disteso che gridava: "Uomo santo, liberami dai dolori, che mi prendono tutte le membra". Rivoltosi a lui l'apostolo disse: "In nome del crocifisso mio Signore Gesù Cristo, per la cui fede vengo condotto a morte, sii sanato e benedici il tuo salvatore". E subito si alzò e con gioia cominciò a correre e benedire il nome del Signore Gesù.

[9] Allora quello scriba dei farisei, di nome Giosia, che, come si è detto, aveva messo la fune al collo dell'apostolo, cadendo ai suoi piedi, disse: "Ti prego di perdonarmi e farmi degno del nome santo". Rivoltosi a lui l'apostolo rispose: "Credi nel Signore Gesù Cristo, che i Giudei hanno crocifisso, credi che sia il vero Figlio del Dio vivo?". E Giosia: "Io lo credo e questa è la mia fede da questo momento: egli è il Figlio del Dio vivo".

Vedendo ciò il pontefice Abiatar comandò che lo scriba fosse acciuffato e gli disse: "Se non ti allontanerai da Giacomo e maledirai il nome di Gesù, sarai decollato con lui". Giosia di risposta: "Maledetto sii tu e tutti i tuoi giorni. Il nome del Signore Gesù Cristo che Giacomo predica è benedetto nei secoli". Allora Abiatar, pieno di ira, ordinò che lo scriba venisse percosso con pugni e, mandato un messaggio ad Erode, chiese che fosse decollato assieme a Giacomo.

Giacomo intanto venne condotto con Giosia al luogo del supplizio: prima di essere decollato, chiese al boia di aver un po' d'acqua; gli fu portata una brocca piena d'acqua. Appena l'ebbe l'apostolo disse: "Credi nel nome di Gesù Cristo, Figlio di Dio?". E quegli: "Credo". Giacomo gli versò l'acqua e dopo disse: "Dammi il bacio di pace". Appena l'ebbe baciato, gli pose la mano sul capo, e lo benedisse facendogli il segno della croce di Cristo nella fronte. Poco dopo presentò la testa al boia.

Anche Giosia, già perfetto nella fede, con gioia ricevette la palma del martirio per colui che l'eterno Dio aveva inviato nel mondo a salvarci: a lui sia onore e gloria nei secoli.

LIBRO V
Gesta di San Giovanni evangelista


[1] Giovanni, fratello di Giacomo il Maggiore, ma di lui più giovane, figlio di Zebedeo, fu chiamato da Cristo mentre pescava, il quale poi non solo lo innalzò al vertice dell'apostolato, ma lo circondò di un amore tutto speciale. Infatti, quando Cristo si manifestò trasfigurato sul monte e quando venne catturato nell'orto, Giovanni fu uno dei tre presenti. Senza dire che nell'ultima Cena, quando il Salvatore del mondo istituì quel grande segno della nostra salvezza, sedendosi vicino a Cristo, si riposò reclinando il capo sul suo petto. Di lui un evangelista scrive anche questo, che la madre pregò Cristo, affinché, dei suoi figli, uno sedesse alla destra e l'altro alla sinistra nel regno dei cieli; e intendeva parlare di Giacomo e di questo Giovanni.

Come aveva comandato Cristo sul legno della croce, ebbe sempre cura, fin dalla passione del Maestro, della vergine Madre del Signore.

Assieme al fratello Giacomo predicò Gesù Salvatore ai Giudei e ai Samaritani. In seguito si unì a Pietro e dopo la risurrezione, mentre il Signore veniva incontro a loro che stavano pescando, Giovanni lo indicò, avendolo riconosciuto prima di Pietro. Ricevuto inoltre lo Spirito santo, entrò assieme a Pietro verso l'ora nona nel tempio di Gerusalemme, ridonò la salute ad Enea, il paralitico e zoppo fin dal seno materno, il quale chiedeva l'elemosina presso la porta Bella. Dopo di che, seguendo il comando del Maestro, annunciò il vangelo alle genti della Palestina, poi passò in Asia e infine ad Efeso, dove esercitò il ministero apostolico, fino all'età del Cesare Domiziano, quasi nonagenario. Questo sembra averglielo predetto Cristo durante la sua vita. Infatti, allorché Gesù comandò a Pietro di seguirlo vedendo questi che Giovanni gli stava dietro più velocemente (a lui, infatti, Gesù aveva dato lo stesso ordine) e mal sopportandolo gli domandò che cosa avrebbe fatto di Giovanni, gli rispose che se avesse voluto che rimanesse in vita fino al suo ritorno, a lui non interessava nulla. I discepoli non comprendendo il discorso, prima di ricevere lo Spirito santo, errando, credettero che Giovanni non sarebbe mai morto.

[2] Anche questo è un indizio non comune dell'amore del Salvatore verso il beato Giovanni, che con una esistenza più lunga degli altri, come già si è detto fino all'età dell'imperatore Domiziano, annunziò in Asia la parola di salvezza alle genti e poco dopo la morte di Timoteo, cominciò a governare la Chiesa di Efeso.

Avendogli, il proconsole del luogo, letto l'editto imperiale per fargli negare Cristo e cessare dal predicare, il beato apostolo con coraggio rispose che era meglio obbedire a Dio, piuttosto che agli uomini. "Perciò, disse, nè rinnegherò Cristo mio Dio, nè cesserò di predicare il suo nome, fino a che non avrò terminato il corso del mio ministero, che ho ricevuto dal Signore".

A tale risposta il proconsole si adirò e diede ordine che, come ribelle, fosse messo in una caldaia di olio bollente. Ma gettato nel vaso di bronzo, quale atleta fu unto; non ne uscì per nulla scottato. Il proconsole stupito per tale miracolo, lo voleva liberare e l'avrebbe fatto se non avesse temuto l'editto di Cesare. Escogitando perciò una pena più mite, lo relegò in esilio, nell'isola che è chiamata Patmos. Qui vide e scrisse l'Apocalisse, che va sotto il suo nome.

Dopo la morte di Domiziano, perché il senato aveva ordinato di abolire tutti i suoi decreti, tra coloro che da lui erano stati relegati in esilio e ora ritornavano alle proprie terre, anche il santo Giovanni fece ritorno ad Efeso, dove aveva una piccola casa e molti amici. Era a tutti amabile per la pienezza della grazia di Dio e per la vita sincera.

In questa città invecchiò; confermava la predicazione della parola di Dio anche con segni straordinari; tanto che al solo tocco della sua veste i malati erano guariti, gli infermi curati, i ciechi riavevano la vista, i lebbrosi venivano mondati e i demoni qua e là venivano espulsi dagli ossessi.

[3] Ritornato dunque ad Efeso, l'apostolo era pregato di visitare anche altre province, in cui fondare Chiese dove non c'erano ancora e dove esistevano istituire sacerdoti e ministri, secondo che lo Spirito santo gli avrebbe rispettivamente indicato. Arrivato ad una città, situata non molto lontano, radunati solennemente tutti gli ecclesiastici, vide un giovane robusto di statura, con volto elegante, ma molto acre di animo. Guardando verso il vescovo appena consacrato: "Ti affido - disse - questo giovane molto cordialmente, sotto la testimonianza di Cristo e di tutta la Chiesa". Egli, accettandolo, promise che avrebbe adoperato ogni diligenza, come Giovanni comandava. Ma Giovanni, ripetendo spesso le stesse cose, raccomandava più accuratamente il giovane. Dopo di che fece ritorno ad Efeso. Allora il vescovo portò in casa sua il giovane affidatogli e con ogni diligenza lo nutrì, lo circondò di affetto, lo curò e infine gli diede la grazia del Battesimo.

In seguito, confidando ormai nella grazia con cui era stato fortificato, incominciò a trattarlo con maggior indulgenza. Ma questi, lasciato ad una immatura libertà, frequentando i coetanei che amavano il lusso e le risse, venne avviato ad amare i vizi e seguire una via corrotta. In primo tempo cedette alle licenziosità dei conviti; i cattivi poi lo obbligarono a partecipare ai furti notturni e lo spinsero a delitti sempre maggiori.

Intanto a poco a poco il giovane venne formato e avviato a compiere delitti e poiché aveva un certo ingegno, come un cavallo scatenato e robusto che con duri morsi abbandona la retta strada e disprezza la sua guida, rapidamente venne spinto tutto nel precipizio. I mali si inseguirono tanto che si disperava anche della salvezza avuta dal Signore. Si sdegnò perfino di pensare piccoli delitti e ne escogitò di più grandi. E buttandosi per intero nella perdizione, non volle essere inferiore a nessuno nella scelleraggine. Infine fece suoi discepoli coloro che in un primo tempo gli erano stati maestri di crimini e fece di questi una banda di ladroni, dei quali diventò condottiero e principe violento, e con essi si macchiò di ogni crudeltà.

Dopo un certo tempo, essendosi presentata l'opportunità, Giovanni fu invitato nuovamente in quella città. E avendo sistemato le cose per cui era venuto: "Suvvia - disse - mostrami, vescovo, il deposito che io e Cristo ti abbiamo affidato, sotto la testimonianza della Chiesa che governi". Ma lui rimase sorpreso: prima pensò che gli fosse chiesto denaro che non aveva ricevuto; poi pensò che Giovanni non poteva sbagliare, né chiedere ciò che non aveva dato: continuava dunque a stupirsi.

Vedendolo esitante, Giovanni disse: "Ti chiedo quel giovane e l'anima di quel fratello". Allora, dando un grave sospiro, il vecchio proruppe in pianto dicendo: "E' morto". "Come - domandò Giovanni - e di quale morte?". "E' morto al Signore. E' diventato, infatti, cattivo e crudele, e infine ha abbracciato la professione di ladro; ora occupa un monte con un nutrito gruppo di ladri".

Al sentire questo l'apostolo si stracciò la veste che indossava e, tra i gemiti, si percuoteva il capo. "Ti avevo lasciato - disse - qual buon custode dell'anima di un fratello! Mi sia subito preparato un cavallo e una guida per il viaggio". E così subito partendo da quella Chiesa in fretta cercò di arrivare là, ma giunto al luogo fu preso da quei ladri, che facevano la guardia Egli non cercò né di fuggire né di riparare in qualche luogo, gridava solo a gran voce: "Poiché sono giunto qua, fatemi venire davanti il vostro capo". Mentre veniva tutto armato, da lontano vide e riconobbe l'apostolo Giovanni, e, preso da vergogna, se ne fuggì. Ma l'apostolo fece partire il cavallo dietro a lui, e seguì il fuggitivo, dimentico perfino dell'età, gridando: "Perché fuggi, figlio da tuo padre? Perché fuggi da un vecchio ormai senza forze? Abbi pietà, non temere, abbi ancora speranza di vita. Per te io volentieri vado incontro alla morte, come ha fatto per noi il Signore, e per la tua anima darò la mia vita. Soltanto fermati e credimi che Cristo mi ha mandato". Quello sentì, si fermò e si mise con la faccia a terra, poi gettò via le armi e, terrorizzato, piangeva amarissimamente. E buttandosi alle ginocchia del vecchio che si avvicinava, emise molti gemiti e ululati. E così fu battezzato quasi di nuovo con le abbondanti sue lacrime; però occultava attentamente la sua destra.

L'apostolo con giuramento promise che avrebbe impetrato dal Salvatore il perdono; anche lui si inginocchiò e baciò la mano destra che per la coscienza di tanti delitti era contorta, e fu allora purificata grazie alla penitenza.

Fatto ritorno alla Chiesa, elevò subito molte preghiere per lui, e iniziò con lui forti digiuni, chiedendo al Signore il perdono, come gli aveva promesso. Inoltre con varie conversazioni consolatorie, quasi fossero ritornelli, mitigò i suoi feroci e terribili sentimenti. N‚ smise fintantoché, una volta emendato completamente, lo pose a capo della Chiesa locale, dando così grandi esempi di vera penitenza, un vero segno di rinascita spirituale e mostrando in lui un insigne trofeo di visibile risurrezione.

[4] Così il santo Giovanni, dopo aver raggiunto moltissime città per predicare la parola di Dio, fece ritorno a Efeso, perché capì che l'ora della morte si avvicinava. A Efeso l'apostolo visse sempre in grande considerazione presso la gente, tanto che c'era chi amava toccare le sue mani, e chi le metteva sui suoi occhi e poi le portava al petto, se così l'uso richiedeva; molti inoltre erano guariti dal semplice tocco di un lembo della sua veste.

Ma l'avversario soffriva per queste gioie sante e per la pia celebrità. Non sopportando che essa fosse immune da frode, si sforzò di turbarla e per fare del male si scelse un pagano che non conosceva Dio, e prese quale pretesto la bellezza di una nobildonna cristiana, di nome Drusiana; inoltre il medesimo nostro nemico, per facilitare la caduta, assunse l'età del giovane, che si chiamava Callimaco. Questi, appena vide Drusiana, si accese di un fortissimo amore per lei. E quantunque la sapesse moglie di Andronico, tuttavia meditava pazzamente l'adulterio.

Spesso si parlava di lei ed era opinione comune che quella donna, attenta alla predicazione apostolica, a causa del culto divino, non si unisse a suo marito e, fosse come chiusa in un sepolcro, neanche costretta avrebbe soddisfatto la volontà del marito. Anzi aveva deciso di morire, piuttosto di ripetere gli usi del matrimonio, anche se il marito insisteva col dire: "O fai la moglie, come nel passato, o ti colpirò a morte quando ti rifiuterai". Ma lei non si lasciò rimuovere neppure sotto la minaccia di morte, né abbandonò la celeste contemplazione di fronte a doni o altre cose illecite.

Veramente essa sapeva e aveva udito del giovane predetto, pazzo di amore per lei; egli era stato richiamato da molti, e gli era stato detto che non avrebbe combinato nulla, ma non se ne curò, pensando di tentare con il suo furore quella donna forte della parola di Dio, la quale aveva obbligato anche suo marito ad osservare la castità, pensando all'unione coniugale soltanto per carità.

Si rivolse dunque alla donna, spinto dalla speranza di approfittare di lei; ma lei cominciò a condurre una vita di giorno in giorno più triste. Drusiana, offesa da quelle parole procaci, due giorni dopo ebbe la febbre; si doleva di essere tornata in Efeso e che per la sua bellezza fosse sorta una tale nefandezza. "Non fossi mai ritornata in patria, diceva, oppure lui, istruito nella parola di Dio, non fosse mai caduto in questo errore! E poiché io sono causa di tale ferita in un'anima malata, desidero morire, Signore Gesù, affinché, chiamata la tua serva, il misero possa condurre la sua vita più tranquillamente". Drusiana proferiva tali cose alla presenza di Giovanni apostolo; ma né l'apostolo né gli altri capivano dove volesse andare a finire.

Triste e mesta, a causa della ferita di quel giovane, essa morì. Ciò rese ancora più cupo il marito, poiché la moglie aveva avuto una morte turbata e aveva preferito rendere l'anima, essendo stretta dal dolore.

[5] Piangeva dunque Andronico, tanto che l'apostolo lo riprese con queste parole: "Non piangere così, come se ignorassi dove essa è andata. Non sai che è migliore della presente quella vita celeste alla quale è passata la santa e fedele Drusiana aspettando con fiducia la risurrezione dai morti?". Andronico gli rispose che non dubitava della risurrezione di Drusiana, né cambiava fede; sapeva che si salva colui che termina puramente il corso di questa vita, ma era disgustato per il fatto che aveva saputo di un certo dolore nascosto, dolore che aveva preso sua sorella (così chiamava Drusiana), la cui causa non si era potuta conoscere da lei, né poteva saperla ora dato che il corpo riposava già nel sepolcro.

L apostolo interrogò segretamente Andronico di che si trattasse; poi, dopo essersi un po' riposato, alla presenza di tutti i fratelli che si erano radunati desiderosi di gustare il dolce parlare dell'apostolo, proferì queste parole:

[6] "Il comandante di una nave dà l'addio ai marinai, a coloro che hanno salpato con lui e alla stessa nave appena l'ha condotta in porto e l'ha affidata a un porto sicuro. Il contadino dopo che ha gettato il seme in terra, lavorato con molta fatica e diligenza il campo e messo la cinta, si concede il riposo solo quando ha riportato le messi nei magazzini. Chi corre nello stadio, esulta solo quando ha ricevuto il premio. Colui che si prepara a combattere da atleta, gioisce quando si è portato via la corona. Insomma tutti coloro che si dedicano alle diverse arti, alla fine del loro dovere e della loro opera, giustamente lodano Dio, poiché non sono stati squalificati, ma giustificati secondo la promessa che il Signore si è degnato fare ai suoi santi. Non è forse vero che ciascuno è sicuro che la fede da lui professata è stata accettata, quando è terminato il corso della vita, ed egli restituisce intatto ciò che gli fu affidato? Molte cose, infatti, possono distruggere la fede dei fedeli dando un certo turbamento all'agitarsi della mente umana: così figli, genitori, gloria, povertà, adulazione, giovinezza, bellezza, superbia, desiderio di ricchezze, vanità, negligenza, invidia, insincerità, ingiuria, amore, tristezza, e ancora la servitù, il patrimonio, l'occasione e altri impedimenti del genere che sogliono essere presenti in tutti.

Come al comandante di una nave che segue il suo corso, è spesso di ostacolo il vento improvviso, che la fa rallentare e causa la tempesta e la bufera; un triste evento può deludere la grande speranza del contadino: così prima di terminare questa vita, ognuno deve guardare il risultato che sta per ottenere; vedere se è vigilante e sobrio, se non gli può venire incontro alcun impedimento, oppure se è turbato e preso dai piaceri mondani.

Nessuno loda la bellezza del corpo, se non quando avrà deposto tutte le vesti; uno non è capitano se non ha guidato gloriosamente tutta la guerra; uno non è medico se non ha guarito tutte le varie infermità. Così di nessuno si può lodare la vita se non quella di colui che con animo pieno di fede avrà presentato il suo corpo per essere degno tempio di Dio, un corpo che non si dissolve con il passaggio della bellezza fugace; di colui che non si sarà lasciato stordire e stornare dalle cose umane, né si sarà inclinato verso le cose temporali, né avrà preferito le caduche a quelle eterne, scambiando le eterne con quelle che passano; di colui che né avrà lodato quelle che non meritano onore, né infine avrà amato le opere piene di contumelia; di colui che non avrà accettato le promesse di Satana e non avrà chiuso in petto un serpente; di colui che non avrà deriso le cose serie, né si sarà vergognato di Cristo.

C'è inoltre chi a parole dice una cosa, ma la nega poi con le opere. Ognuno infatti deve mantenere il proprio corpo lungi da inganni per non renderlo vaso di immondizia, che brucia di immonda libidine, non sia vinto da immondizia e da avarizia: non sia soggiogato dal desiderio di denaro, non sia schiavo della ferocia carnale, non venga tradito dall'ira e indignazione, non venga assorbito dalla tristezza, non sia snervato da divertimenti; abbracci invece ciò che aumenta e favorisce la fede in Gesù Cristo nostro Signore, e riceva la vita eterna, meraviglioso premio in cambio di ciò che ha disprezzato in questo mondo".

[7] Sebbene il santo apostolo avesse detto tutto questo in modo grave, quale esortazione per provocare gli animi dei fratelli e desiderare le cose eterne e disprezzare le temporali, il giovane che amava Drusiana seguitava ad alimentare in petto una segreta ferita e ogni giorno di più era consumato dal suo fuoco, che non pot‚ estinguersi neppure con la morte della donna. E non c'è da meravigliarsi se non attingeva alcuna medicina dalle parole di Giovanni, poiché non curandosi di ascoltare, non cercava il rimedio alla ferita, ma ogni giorno desiderava di fomentare l'immane delitto.

Accadde dunque che dopo la morte e la sepoltura di Drusiana, Callimaco la amasse ancora perdutamente, nonostante fosse morta. Con denaro si fece amico il procuratore di Andronico, perché gli aprisse la tomba, dove era stata messa Drusiana e potesse così fare una copia dell'amata; avendo facilmente ottenuto ciò, tentò di perpetrare una nefandezza sul corpo defunto; e portato verso di esso non da un certo moto improvviso, ma da una furiosa e meditata pazzia esclamò: "Da viva non hai voluto unirti con me, ti farò questa ingiuria da morta!".

Così con l'aiuto del procuratore infame, il giovane entrò furibondo nel sepolcro e cominciò a spogliare il corpo involto nei panni. Il procuratore dell'immane nefandezza soggiunse: "Che cosa ti è servito, infelice Drusiana, negare da viva, ciò che da morta dovrai subire?". E così il delitto si sviluppava a parole e a fatti. Dopo aver tolto quasi tutti i panni funebri, rimaneva ormai solo il velo che copriva la parte genitale: il giovane era acceso da furiosa libidine per l'unione illecita. Ed ecco, non si sa da dove, arrivò un grande serpente; il giovane ferito da un suo morso e percorso soprattutto da orribile spavento a motivo del furioso serpente, cadde a terra e, con il gelo del veleno, sparì subito ogni sua energia; il serpente salì sopra di lui, ormai stremato, e si riposò.

[8] Il giorno seguente, il terzo dalla morte di Drusiana, essendo san Giovanni e Andronico, il marito di lei, convenuti al sepolcro di buon mattino, per la celebrazione dei sacri riti, non trovarono le chiavi. Ma Giovanni disse: "Giustamente le chiavi del sepolcro si sono perse, perché Drusiana, nel sepolcro, non si trova tra i morti. Perciò entriamo, che le porte si apriranno da sè. Non posso infatti dubitare della misericordia del Signore, il quale ci concederà anche questo favore, dopo avercene dati tanti altri".

Mentre si avvicinavano al sepolcro, al comando di Giovanni le porte si aprirono e vicino al sepolcro di Drusiana abbiamo visto un bel giovane sorridente. A quella vista Giovanni gridò: "Anche qui ci previeni, Signore Gesù Cristo? Per quale motivo sei venuto qui, Signore?". E udimmo la sua voce affermare: "Per Drusiana, che ora devi risuscitare e per colui che giace accanto al suo sepolcro senza vita: essi per me onorificheranno Dio". Detto questo, rivolto a Giovanni al cospetto dello stesso Giovanni e degli altri, quel buon giovane se ne tornò in cielo.

Giratosi dunque Giovanni, notò due corpi per terra accanto al sepolcro: uno era di Callimaco, principe degli Efesini, sopra il cui petto un grande serpente si riposava; l'altro era di Fortunato, procuratore di Andronico. Scorgendo dunque il corpo di entrambi pensava tra sè e si diceva: "Che cosa significa questa visione? Perché il Signore non mi spiega ciò che qui avvenne, lui che mai suole sdegnare dal compiere questo?".

[9] Ma appena Andronico vide quei due morti e il corpo di Drusiana giacere nel sepolcro quasi nudo, con un solo velo, disse a Giovanni: "Capisco, Giovanni, ciò che accadde. Infatti questo giovane Callimaco aveva amato Drusiana, mentre era in vita ed avendo essa rifiutato di soddisfare il suo desiderio, non di meno cessava di tormentare quella donna. E così, addolorato per la lunga repulsa, si comprò l'amicizia del suo procuratore, per servirsi della sua opera a scopo nefando. Alcuni l'hanno sovente sentito dire, mentre era ancora viva Drusiana, che se non poteva unirsi a lei da viva, le avrebbe fatto tale ingiuria da morta. Forse, Giovanni, è per questo che quel buon giovane nascose i suoi resti mortali, affinché il corpo non palesi l'ingiuria. Penso perciò che essi siano stati puniti con la morte, perché hanno tentato un'opera di immane nefandezza. Inoltre penso che la voce ti abbia detto di risuscitare Drusiana, per il motivo che essa ha chiuso prematuramente il corso della vita con dolore e tristezza, dolendosi di aver reso colpevole il giovane a motivo della propria bellezza. Per quale motivo dunque, dal momento che vediamo tre corpi, la voce ti ha detto di risuscitarne solo due e nulla ha detto del terzo, se non che il Signore vuole che Drusiana sia trasformata, dato che era spirata con dolore, affinché termini i suoi giorni nella tranquillità? Questo giovane poi non ha altro motivo di perdono, se non qnello di essere stato egli stesso ingannato come uno di coloro che sbagliano; il terzo penso che sia giudicato indegno del beneficio del Signore nostro Gesù Cristo.

Mettiti perciò all'opera, ti prego, Giovanni, e prima di tutti risuscita Callimaco, affinché ci spieghi l'accaduto".

[10] Avvicinatosi dunque Giovanni al corpo del giovane defunto, disse al serpente: "Allontanati da colui che sta per divenire servo del Signore nostro Gesù Cristo". Subito il serpente se ne andò. Dopo, gettandosi a terra, si rivolse al Signore con queste parole: "O Dio, la cui gloria viene da noi lodata, che domi ogni atto inferiore, Dio, la cui volontà per la tua potenza si compie perfettamente, esaudiscici per la tua gloria ed arrivi in questo giovane la tua grazia. E se questo giovane ha fatto qualcosa, una volta risuscitato, ce la riveli". E subito il giovane si alzò e si riposò per un'ora intera.

Appena gli ritornarono in pieno le forze, fu da Giovanni interrogato, perché svelasse la sua avventura. E così spiegò ogni cosa, come prima Andronico aveva previsto. L'amore di Drusiana fu il motivo per cui non desistette neppure dal desiderare una morta. Essendo stato interrogato da Giovanni se la sua temerarietà intorno ai venerabili resti pieni di grazia avesse potuto avere effetto, rispose: "Come potevo sia pure osare far qualcosa, quando quella bestia si gettò subito su di me, e percosse con una ferita anche Fortunato, che aveva dato l'incentivo per questa ingiuria, che ormai sembrava avesse già avuto esito? La causa della mia morte fu una certa demenza d'animo e il fatto che fui completamente preso da un infelice malessere; ho spogliato il cadavere e abbassandomi mi preparavo già a compiere l'empio atto con il quale volevo unirmi alle spoglie mortali della defunta. Ed ecco che un bel giovane coprì con la sua veste il corpo di Drusiana, dalla cui faccia si ripercuotevano in tutto il sepolcro scintille di fuoco. Una di esse venne in me e sentii una voce: "Callimaco, muori per vivere!". Chi fosse questo uomo non so; poiché ti vedo qui, servo di Dio, sono certo che quello era un angelo di Dio e credo che Dio è veramente annunciato da te. Perciò ti prego e supplico di non lasciarmi in questo stato. So, infatti, e ricordo ciò che ho fatto e quali cose indegne ho tentato di compiere: me ne dolgo. Oh, se potessi fare aprire le mie viscere e manifestare il senso profondo del mio dolore. Mi addolora anche il fatto che non ho mai cessato da tante nefandezze. Aspetto da te medicina a tale vergogna; poiché sei il messaggero di Dio onnipotente, del quale il Signore nostro Gesù Cristo è veramente Figlio, desidero sentire da te la sua parola. Non dubito, se vi metterai mano si avvererà la sua voce che diceva essere necessario che io morissi per vivere. Sono morto infatti alla sregolatezza, e sono risorto mite e mansueto. Sono morto al paganesimo, ed eccomi cristiano. Conosco ormai la verità, ma chiedo che mi sia svelata perfettamente grazie ai tuoi insegnamenti".

L'apostolo gioì per queste affermazioni e disse: "Che cosa io debbo fare, Signore Gesù Cristo, non lo so. Sono fuori di me dalla meraviglia per la grandezza della tua misericordia, e riconosco che la tua pazienza è fuori del comune". Detto questo, benedicendo il Signore, prese Callimaco e lo baciò, esclamando: "Sia benedetto il Signore Dio e suo Figlio Gesù Cristo, che ha avuto pietà di te, e con lo spettro della morte ti ha liberato dal furore e dalla demenza, che ha mozzato le tue passioni, che ti ha tolto l'occasione della colpa, che troncò gli incentivi della tua pazza libidine, che ti ha restituito nuovamente alla vita mentre eri già morto per il peccato, affinché ti riposi nella fede e nella grazia del Signor nostro Gesù Cristo Vedi quanti benefici sono sopraggiunti per il nostro ministero e per la tua salvezza!".

[11] Quando Andronico scorse Callimaco risuscitato, sconvolto internamente dall'affetto di sposo, cominciò a pregare l'apostolo che richiamasse in vita anche Drusiana; diceva essere necessario che risorgesse affinché abbandonasse la tristezza nella quale sembrava essere morta e il dolore dal quale poteva essere liberata, dato che era addolorata che il giovane fosse caduto a motivo della sua bellezza. Lo pregò dunque di risuscitare anche lei; quando il Signore avrebbe voluto la chiamasse nuovamente. Giovanni commosso sia per la preghiera del marito sia per la modestia di Drusiana, accostatosi al sepolcro e prendendo la di lei mano, dopo aver pregato il Signore, disse: "Drusiana, nel nome di Gesù Cristo nostro, sorgi per la sua gloria". Essa si alzò e uscì dal sepolcro. E vedendosi nuda, soltanto con quel tenne velo, ne domandò il motivo; e venutolo a sapere dall'apostolo, rese onore al Signore e si vestì.

[12] Poi, vedendo per terra il corpo di Fortunato, disse a Giovanni: "Padre, fai risuscitare anche costui, sebbene si sia mostrato traditore della mia sepoltura". Appena Callimaco sentì queste parole cominciò a scongiurare di non risuscitare un uomo così cattivo, a causa del quale egli era precipitato nel furore; la grazia di quella voce che aveva udito non era per lui: l'oracolo di quella venerabile voce era, infatti, soltanto per lui e Drusiana; perciò giudicò degno di morte colui che non si mostrò degno della risurrezione. Giovanni gli rispose: "Non abbiamo imparato, figlio, a rendere male per male. Anche noi, infatti, siamo peccatori, abbiamo commesso gravi peccati; è grazie al Signore nostro Gesù Cristo che abbiamo ottenuto misericordia; lui che non volle restituire male per male, ci ha insegnato che i delitti si devono seppellire con la penitenza e con la conversione. Se poi non mi permetti di far risorgere Fortunato, questo sarà opera di Drusiana".

Essa, ripiena di Spirito santo, accostatasi al corpo di Fortunato, disse: "Signore onnipotente, che mi hai concesso di ammirare queste tue opere meravigliose, che mi hai voluto partecipe di questo nome, che mi hai concesso che non solo ti conoscessi, ma che avessi con il marito relazioni di fratellanza, che hai permesso la mia morte perché, separata per un po' dal corpo, fossi ancora più tua, che hai comandato che questo giovane morisse affinché in lui la colpa scomparisse e la vita fosse riparata; ora, Signore, non disprezzare le suppliche della tua serva, comanda che Fortunato risorga, anche se tentò di tradirmi". E presa la sua mano esclamò: "Nel nome di Gesù Cristo Signore

e Dio nostro, alzati, Fortunato". Questi alzatosi, vedendo Drusiana rediviva e Callimaco credente in Dio, ingrato per la sua salvezza disse che era meglio per lui restare morto che riavere la vita per non vedere che anche ad essi era giunta la grazia della potenza divina.

[13] Giovanni, guardandolo, soggiunse: "Questo è appunto quanto il Signore disse nel Vangelo: "L'albero cattivo dà frutti cattivi": il succo, infatti, della radice cattiva aumentò e perciò il buon frutto non può crescere con un succo degenerato. La comune natura non ha sbagliato; si tratta di un vizio della radice. La madre terra con la stessa fecondità, quasi come in un grembo e seno di partoriente, nutre e fa crescere tutti gli alberi; ogni campo ha la stessa temperatura e la stessa aria. Così il Signore onnipotente irrora tutto di pioggia e con il medesimo sole riscalda le viscere della terra e gli alberi delle foreste; ma diverso è!] frutto e vario è il raccolto dei singoli alberi: uno è sterile, l'altro è fecondo. In quello sterile è la radice, che per i vizi, fa sì che l'albero non possa sentire l'influsso della fecondità della terra e dei benefici celesti.

Dio ha creato tutti gli uomini a sua immagine, ossia li ha indirizzati alla sua divina grazia, affinché anche noi imitiamo la misericordia, la virtù, la pietà, la giustizia e tutti gli altri attributi che riscontriamo in Dio; comandò che il suo sole sorgesse, e per tutti venne il Signore nostro Gesù Cristo, per tutti fu messo in croce, per tutti risuscitò. Ma pochi abbracciano completamente tale dovere e accettano il dono di Dio Padre, che sacrificò per noi il suo Figlio, come pure il dono del Signore nostro Gesù Cristo, il quale offrì se stesso per la nostra redenzione. Alcuni se ne infastidiscono e ricusano la salvezza loro offerta, poiché non vogliono credere all'autore della salvezza. Molti altri, mentre resistono alla grazia divina che opera in noi, si privano di questo celeste frutto, come questo miserabile, che vinto dall'invidia, neppure ringrazia del dono della vita riacquistata Ha dunque i suoi carboni, ha anche il frutto di un albero cattivo: il fuoco lo bruci e sia consumato dalle sue fiamme. Questa radice sia separata dalla vita dei fedeli e da ogni opera di coloro che temono Dio, da ogni ufficio dei devoti, dal convegno dei santi, dal ricevere i sacramenti; non abbia relazione con la rediviva Drusiana, la cui morte stimò degna di ingiuria e la cui vita non pot‚ sopportare, per invidia. Dunque l'amicizia che volevamo dimostrare alla morta, diamola a colei che ora vive".

Così dopo aver celebrato un rito di ringraziamento per il nostro Signor Gesù Cristo, l'apostolo se ne tornò alla casa di Andronico, dove per ispirazione dello Spirito santo annunziò ai fratelli che Fortunato era stato nuovamente ferito dal serpente. Comandò che subito uno fosse inviato per confermare la verità. Mandarono uno dei giovani, il quale ritornato lo vide già freddo, mentre per il suo corpo scorreva il veleno. Ma quando fu annunciato a Giovanni che entro tre ore egli sarebbe morto, l'apostolo disse: "Tienti, diavolo, il tuo figlio". E passò lietamente quel giorno con i fratelli.

[14] Un giorno il filosofo Cratone si era proposto di dare esempio nel disprezzo delle ricchezze. Lo spettacolo si svolgeva così. Aveva persuaso due giovani fratelli, i più ricchi della città, affinché, sottratta una parte del patrimonio si comprassero ciascuno una gemma, che poi dovevano spezzare pubblicamente al cospetto del popolo.

Mentre facevano questo, accadde che per caso passasse di lì l'apostolo, il quale chiamato il filosofo Cratone, disse: "E' stolto questo disprezzo del mondo, che riceve lodi dalla bocca degli uomini, e fu già condannato dal giudizio divino. Come è inutile la medicina che non toglie la malattia, così vana è la dottrina che non guarisce i vizi delle anime e dei costumi. Per cui il mio Maestro, a un giovane desideroso di aver la vita eterna disse che se voleva essere perfetto vendesse tutto il suo patrimonio e lo desse ai poveri, dopo di che avrebbe acquistato un tesoro nei cieli e avrebbe trovato la vita senza fine". E Cratone a lui: "Il frutto dell'umana cupidigia fu spezzato davanti agli uomini qui presenti. Ma se Dio è veramente tuo maestro e vuole che il prezzo di queste gemme sia devoluto in beneficio dei poveri, fa' in modo che queste preziosità ridiventino integre, affinché ciò che io ho fatto per acquistare la fama degli uomini, tu lo compia a gloria di colui che dici essere tuo maestro". Allora il beato Giovanni, raccolti il frammenti delle gemme e tenendoli in mano, elevò gli occhi al cielo e disse: "Signore Gesù Cristo, al quale nulla è impossibile, che hai restaurato con l'albero della tua croce noi tuoi fedeli, e il mondo sconvolto dall'albero della concupiscenza, che hai ridato al cieco nato gli occhi che la natura gli aveva negato, che hai richiamato tra i vivi Lazzaro morto e sepolto da quattro giorni, che hai sollevato con la parola della tua potenza tutte le malattie e le sofferenze, guarda ora queste pietre preziose, che costoro hanno spezzato per procurarsi il plauso della gente, ignorando i frutti della elemosina. Tu, Signore, per mano dei tuoi angeli ricuperale, affinché usando del loro prezzo per scopi di carità, questi credano in te, Padre Ingenito, per mezzo del tuo Unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, con lo Spirito santo illuminatore e santificatore di tutta la Chiesa nei secoli dei secoli".

Appena i fedeli che erano con l'apostolo risposero: "Così sia!", subito i frammenti delle gemme si congiunsero e non rimase in esse alcun segno della loro frantumazione. A questa vista il filosofo Cratone e i suoi discepoli si gettarono ai piedi dell'apostolo e credettero, furono battezzati e il filosofo cominciò a predicare pubblicamente la fede nel Signore nostro Gesù Cristo.

[15] Perciò i due fratelli vendettero le gemme, che avevano acquistato con il patrimonio, e diedero il ricavato ai poveri; nei giorni seguenti una immensa turba di credenti cominciò ad aderire all'apostolo.

Mentre avveniva questo, accadde che a quell'esempio due ragguardevoli uomini di Efeso, vendettero ogni loro sostanza, distribuirono il ricavato ai poveri e seguirono l'apostolo che andava per la città a predicare la parola di Dio.

Entrati nella città di Pergamo, videro i servi vestiti di seta procedere in pubblico e pieni di mondanità; e percossi dal dardo del maligno, divennero tristi, poiché si vedevano poveri con un'unica tunica, mentre i loro servi erano potenti e brillanti. Comprendendo l'apostolo di Cristo questi inganni diabolici, disse: "Osservo che voi avete cambiato sentimenti ed espressione per il fatto che, avendo seguito la dottrina del mio Signore Gesù Cristo, tutto ciò che avevate l'avete regalato ai poveri. Per cui se volete ricuperare tutto ciò che una volta possedevate in oro, argento e pietre preziose, portatemi dei bastoncini diritti in due fasci". Fatto questo, dopo aver invocato il nome del Signore Gesù Cristo, essi furono mutati in oro. Disse loro inoltre l'apostolo: "Portatemi dalla spiaggia dei sassolini". Avendo fatto anche questo, dopo aver invocato la maestà del Signore, tutte le pietruzze si mutarono in gemme. E rivoltosi a questi uomini il beato Giovanni disse: "Andate dagli orefici e venditori di gemme per sette giorni e quando avrete constatato essere vero oro e vere gemme, venite a dirmelo". Se ne andarono entrambi e dopo sette giorni ritornarono a riferire all'apostolo: "Signore, siamo entrati in tutte le botteghe degli orefici e tutti ci hanno detto di non aver mai visto un oro così puro; anche i venditori di gemme ripeterono la stessa cosa di non aver mai trovato pietre così perfette e preziose".

[16] Allora il santo Giovanni disse loro: "Andate e ricompratevi le terre vendute; avete perso i campi dei cieli. Acquistatevi vesti di seta, affinché risplendiate temporaneamente come la rosa la quale dopo avere fatto sfoggio di sè per l'odore e il colore, subito sfiorisce. Avete sospirato per il vostro aspetto e vi siete rammaricati di esservi fatti poveri; siate dunque signori per marcire domani; siate ricchi nel tempo, per mendicare nell'eternità. Forse che la potenza del Signore non può far affluire ricchezze incomparabilmente splendenti? Volle che negli animi ci fosse una lotta affinché credano nelle ricchezze eterne, dopo che per suo amore non hanno voluto possedere i beni temporali. Il nostro Maestro ci parlò di un ricco che banchettava tutti i giorni e vestiva oro e porpora. Alle sue porte giaceva il povero Lazzaro desideroso di avere almeno le briciole che cadevano dalla sua mensa, ma nessuno gliene dava. Un giorno tutti e due morirono: quel mendicante fu portato a riposarsi in seno ad Abramo, il ricco fu gettato invece nel fuoco. Di qui alzando gli occhi vide Lazzaro e lo pregava di intingere il dito nell'acqua per rinfrescargli la bocca tormentata tra le fiamme. Ma Abramo di risposta: "Ricordati, figlio, che hai già ricevuto i beni nella tua vita, mentre Lazzaro ebbe solo sfortuna. Giustamente ora è consolato, mentre tu soffri. In più è stato fissato un grande abisso tra noi e voi, tanto che non si può passare da qui a lì, né da là a qua". Quello rispose: "Ho cinque fratelli, si alzi qualcuno, ti prego, e vada ad ammonirli che non vengano in questo tormento". A lui Abramo disse: "Hanno già gli scritti di Mosè e dei Profeti, ascoltino quelli". Egli rispose: "Signore, se qualcuno non risorge, non crederanno". E Abramo a lui: "Se non credono in Mosè e ai Profeti, non presteranno fede nemmeno ad uno che viene dall'oltretomba".

Queste sue parole il Signore e Maestro nostro le confermava con i miracoli. Infatti quando gli dicevano: "Da dove viene costui, perché crediamo in lui?". Egli rispose: "Portatemi qua i morti che avete". Avendogli portato un giovane morto, egli lo risuscitò come se dormisse; e così dava credito a tutte le sue parole. Ma perché io parlo del Signore mio, dato che sono presenti alcuni che nel suo nome, alla vostra presenza e ammirazione, ho risuscitato dai morti? Nel suo nome avete visto i paralitici sanati, i lebbrosi mondati, i ciechi riacquistare la vista e infine molti liberati dai demoni. Queste opere di potenza non le possono avere coloro che vogliono possedere ricchezze terrene. Infine voi stessi, quando avete visitato gli infermi, costoro furono salvati con la sola invocazione del nome di Gesù Cristo. Avete scacciato demoni e ridato la vista a ciechi.

Ecco vi è stata tolta questa grazia e siete divenuti miserabili, voi che eravate forti e grandi. E mentre prima i demoni avevano di voi un grande timore, tanto che ad un vostro comando lasciavano gli ossessi, ora siete voi a temerli. Colui che ama il denaro, è servo di mammona: e mammona è il nome del demonio, che presiede ai guadagni della carne, e soggioga coloro che amano il mondo. Gli stessi amatori del mondo non posseggono la ricchezza, ma sono essi posseduti dalla ricchezza.

E' assurdo infatti che, avendo un solo ventre, gli si riservi tanto cibo, che sfamerebbe mille ventri; e che per un solo corpo ci siano tante vesti che potrebbero coprire i corpi di mille uomini. E così ciò che non si usa si conserva invano e per chi sia conservato non si sa affatto, mentre lo Spirito santo afferma per bocca del profeta: Si turba senza motivo quell'uomo che tesorizza non sapendo per chi mette da parte i beni. Nudi ci hanno partorito le donne, bisognosi di cibo e bevanda; nudi ci riceverà la terra che ci ha nutrito. Possediamo insieme le ricchezze del cielo, lo splendore del sole è uguale sia per il ricco che per il povero, come la luce della luna e delle stelle, la temperatura dell'aria e le gocce della pioggia; così la porta della chiesa, la fonte di santificazione, la remissione dei peccati, la partecipazione all'altare, il corpo e il sangue di Cristo e l'unzione del crisma; la grazia del Padre largitore, la visita del Signore e il perdono dei peccati: di tutto questo vi è un'eguale elargizione da parte del Creatore senza accezione di persone.

N‚ il ricco diversamente dal povero usa di questi doni. Miserabile e infelice quell'uomo che vuole avere qualcosa di più di ciò che gli è sufficiente. Di qui hanno origine i calori febbrili, i rigori del freddo, i vari dolori in tutte le membra del corpo. Questo non può essere saziato da cibo né da bevande affinché l'avidità impari che il denaro non gli giova, che una volta messo da parte causa nei suoi custodi una trepidazione diurna e notturna, ed essi non possono essere tranquilli e sicuri neppure per lo spazio di una sola ora; infatti, i ladri sono pronti a insidiare. Mentre il denaro è custodito, si coltivano i possedimenti e si sta attenti agli aratri, mentre si pagano i tributi, mentre si costruiscono i granai, mentre si è dediti ai guadagni, mentre ci si sforza di mitigare gli impeti dei potenti, mentre si vogliono spogliare i meno abbienti, mentre a quanti possono fanno sentire le loro ire e appena riescono a sopportare quelle che ricevono, mentre assaporano le carezze della carne, mentre si divertono seduti al tavolo e non inorridiscono quando vanno agli spettacoli, mentre non temono di contaminare e contaminarsi, in un baleno scompaiono da questo mondo, spogli di tutto, portandosi solo i peccati, per i quali dovranno sopportare pene eterne".

[17] Mentre l'apostolo Giovanni diceva tali cose, ecco un giovane defunto che appena trenta giorni prima si era sposato, fu portato lì da sua madre vedova. La moltitudine che partecipava ai riti funebri, arrivando con la madre vedova, si prostrò ai piedi dell'apostolo: tutti emettevano lo stesso mugolio fatto di pianti e gemiti, e lo pregavano perché in nome del suo Dio risuscitasse anche questo giovane, al pari di Drusiana. Ci fu in quel momento tanto pianto da parte di tutti, che anche lo stesso apostolo a stento pot‚ trattenersi dalle lacrime. Messosi a pregare pianse a lungo.

Alzatosi, aprì le braccia verso il cielo e pregò a lungo interiormente. Avendo fatto questo per la terza volta, comandò che venisse sciolto il cadavere e disse: "Giovanni Statteo, trasportato dall'amore della tua carne, tu hai perso presto l'anima, non hai conosciuto il tuo creatore e il salvatore degli uomini, non hai conosciuto un vero amico è perciò sei incorso nelle insidie del peggior nemico, affinché risorgendo dai morti, una volta spezzato il vincolo della morte, tu possa annunciare a questi due uomini, Attico ed Eugenio, quanta gloria abbiano perduto e a quale pena vanno incontro".

Statteo si alzò, si prostrò davanti all'apostolo e cominciò ad ammonire severamente i suoi discepoli col dire: "Ho visto piangere i vostri angeli, mentre quelli di Satana gioivano per la vostra perdizione. In poco tempo avete perso il regno già preparato per voi, dimore preparate con lucentissime gemme, piene di gioie, di banchetti, di delizie, piene di vita duratura e di luce eterna; mentre vi siete acquistati luoghi tenebrosi, pieni di draghi, di fiamme stridenti, di tormenti e pene incomparabili, di dolori, di angustie, pieni di timore e tremore spaventoso. Avete perduto luoghi pieni di fiori incorruttibili, fulgidi e con armonie di organo, e vi siete presi luoghi di urla nei quali giorno e notte non cessa il muggito, l'urlo e il lutto. Non vi resta che di pregare l'apostolo del Signore, affinché, come mi richiamò in vita, così richiami voi dalla perdizione alla salvezza, riporti le vostre anime nel libro della vita dal quale sono state tolte".

[18] Finito di dire queste cose, colui che da poco era stato risuscitato e tutto il popolo con Attico ed Eugenio si prostrarono ai piedi dell'apostolo pregando che intercedesse per essi presso il Signore. Ad essi il santo apostolo rispose che per trenta giorni presentassero a Dio una degna penitenza e che nel frattempo pregassero assai, affinché i bastoncini d'oro ritornassero come erano prima e così le pietruzze rimanessero al basso livello nel quale erano state create.

Trascorso lo spazio di trenta giorni i bastoncini e le pietre cambiarono natura; Attico ed Eugenio vennero a dire all'apostolo: "Hai sempre insegnato la misericordia, hai sempre predicato il perdono e comandato che ognuno fosse indulgente verso gli altri uomini. E se Dio vuole che uno perdoni all'altro tanto più è indulgente e perdona all'uomo lui che è Dio, lui contro il quale abbiamo peccato: ciò che abbiamo commesso nel mondo con occhi di concupiscenza, ora lo ripariamo con occhi di penitenza. Ti preghiamo dunque, signore, ti scongiuriamo, o apostolo di Dio, affinché coi fatti ci dimostri l'indulgenza che sempre hai promesso a parole".

Allora il santo Giovanni ad essi che piangevano e si pentivano, mentre tutti lo supplicavano per essi, rispose: "Il Signore Dio nostro disse queste parole, trattando dei peccatori: "Non voglio la morte del peccatore, ma piuttosto che si converta e viva". Mentre ci istruiva sui penitenti, il Signore Gesù Cristo disse: "In verità vi dico che grande gioia si fa nel cielo per un peccatore che si pente e si converte dai suoi peccati, c'è più gioia per lui, che per novantanove giusti che non hanno peccato". Perciò sappiate che il Signore accetta la penitenza di questi". Rivoltosi poi ad Attico ed Eugenio disse: "Andate e riportate i rami nella foresta, donde li avete presi, poiché sono già ritornati alla loro natura; i sassi portateli alla spiaggia, poiché son ridivenuti pietre come erano prima". Fatto questo, riacquistarono la grazia perduta, tanto che incominciarono a scacciare demoni, come prima, a curare gli infermi, a ridare la vista ai ciechi e il Signore ogni giorno compiva molti miracoli per mezzo loro.

[19] Mentre avveniva questo presso Efeso e tutte le province dell'Asia ogni giorno più onoravano Giovanni diffondendone la fama, accadde che alcuni cultori di idoli causassero una sommossa: trascinarono Giovanni al tempio di Diana e lo obbligarono ad offrirle empi sacrifici. In quella circostanza il beato Giovanni disse: "Portiamoli tutti alla Chiesa del Signore nostro Gesù Cristo; quando avrete invocato il suo nome, farò cadere questo tempio e annientare questo vostro idolo. Dopo di che vi sembrerà cosa giusta abbandonare la superstizione di ciò che fu vinto e distrutto dal mio Dio, convertirvi a lui".

A questa voce il popolo tacque; pochi erano contrari a tale sfida, la maggior parte diede il consenso. Allora il beato apostolo esortava serenamente il popolo di allontanarsi dal tempio. Appena tutti uscirono fuori, egli distintamente gridò: "Affinché tutta questa gente sappia che l'idolo della vostra Diana è un demonio e non Dio, sia infranto con tutti gli idoli manufatti che sono adorati in questo tempio; tuttavia nessuna persona abbia a ferirsi". A tali parole dell'apostolo tutti gli idoli e il tempio si frantumarono tanto da divenire polvere, che il vento trasporta dalla superficie terrestre. In quel giorno si convertirono così dodicimila pagani, senza contare i bambini e le donne, e tutti furono battezzati e fortificati dal beato Giovanni.

[20] Avuto sentore di questo, Aristodemo, gran sacerdote di tutti quegli idoli, ripieno di un pessimo spirito, suscitò una sommossa tra la popolazione, affinché si preparassero, alla guerra gli uni contro gli altri. E Giovanni a lui: "Dimmi, Aristodemo - gli intimò - che cosa dovrò fare per togliere l'indignazione dal tuo animo?". Aristodemo gli rispose: "Se vuoi che presti fede al tuo Dio, ti darò da bere un veleno. Se lo berrai e non morrai, vuol dire che il tuo Dio è quello vero". Rispose l'apostolo: "Il veleno che mi darai da bere non potrà nuocermi, una volta che avrò invocato il nome del mio Signore". Di nuovo a lui Aristodemo: "Voglio che prima tu veda altri berlo e subito morire, affinché così il tuo cuore possa aborrire questa bevanda". E il beato apostolo a lui: "Già prima ti assicurai di essere pronto a bere affinché tu creda nel Signore Gesù Cristo, allorché mi vedrai sano e salvo anche dopo aver bevuto il veleno".

Aristodemo, dunque, si presentò al proconsole e chiese a lui due uomini che dovevano essere giustiziati. Dopo averli messi in mezzo alla piazza, davanti a tutto il popolo, sotto gli occhi dell'apostolo comandò che bevessero il veleno. Appena l'ebbero trangugiato, esalarono lo spirito. Alloro rivolto a Giovanni, Aristodemo disse: "Ascoltami e lascia questa tua dottrina per la quale allontani il popolo dall'onorare gli dèi; oppure prendi e bevi per dimostrare che il tuo Dio è onnipotente, qualora tu rimanga incolume dopo aver bevuto il veleno".

Mentre i due che avevano preso il veleno giacevano cadaveri, il beato Giovanni con disinvoltura e coraggio prese il calice e fattosi il segno della croce, così parlò: "Dio mio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, la cui parola ha creato i cieli, al quale tutto è sottomesso, al quale servono tutte le creature, al quale ogni potestà è soggetta, ti teme e trema; noi ti invochiamo affinché ci aiuti. All'invocazione del tuo nome il serpente si acquieta, il dragone fugge, la vipera diventa silenziosa, come l'inquieta rnbeta, o raganella, si intorpidisce, lo scorpione si calma, il principe è vinto e una schiera compatta non può fate nulla di nocivo; tutti gli animali velenosi, i rettili più feroci e nocivi vengono trafitti. Estingui tu questo succo velenoso, estingui le sue operazioni mortifere, elimina le forze che contiene; a tutti questi che hai creato dà al tuo cospetto occhi per vedere, orecchie per udire e cuore per capire la tua grandezza".

Detto questo munì la sua bocca e tutto se stesso del segno di croce e bevve tutto ciò che il calice conteneva. Dopo che ebbe bevuto disse: "Chiedo che coloro per i quali ho bevuto si convertano a te, Signore, e meritino di ricevere con la tua grazia illuminatrice la salvezza che sta presso di te". Il popolo, dopo aver osservato per tre ore Giovanni con il volto sorridente, senza alcun segno di timore, cominciò a gridare a gran voce: "L'unico vero Dio è quello che adora Giovanni".

[21] Tuttavia Aristodemo non credeva ancora, anche se il popolo lo rimproverava, e rivoltosi a Giovanni disse: "Mi manca ancora una prova; se in nome del tuo Dio risusciterai quelli che sono morti con questo veleno, la mia mente sarà libera da ogni dubbio". Dopo tali parole, la folla insorse contro Aristodemo gridando: "Bruceremo te e la tua casa se continui a infastidire l'apostolo con le tue chiacchiere".

Vedendo dunque Giovanni che stava per nascere un'acerrima sedizione, comandò il silenzio e disse mentre tutti erano attenti: "La prima virtù divina che dobbiamo imitare è la pazienza, con la quale riusciamo a sopportare l'insipienza degl'increduli. Perciò se Aristodemo è schiavo dell'infedeltà, sciogliamone i nodi. Sia obbligato, anche se tardi, a riconoscere il suo creatore: non cesserò infatti da quest'opera fino a che sia data la medicina alla sua ferita. Come i medici che hanno tra le mani un malato bisognoso di cure, così siamo noi; se ancora Aristodemo non è stato guarito per le cose or ora fatte, si curerà con quelle che ora compirò".

E fatto venire vicino a sè Aristodemo, gli diede la sua tunica; ed egli restò con il solo pallio. Aristodemo gli domandò: "Perché mai mi hai dato la tua tunica?".

E Giovanni: "Affinché almeno così abbandoni confuso la tua infedeltà". Aristodemo replicò: "E come la tua tunica mi farà abbandonare la mia infedeltà?". E l'apostolo: "Vai a metterla sopra i corpi dei defunti, dicendo così: "L'apostolo di nostro Signore Gesù Cristo mi inviò affinché nel suo nome risorgiate, e tutti sappiano che la vita e la morte obbediscono al mio Signor Gesù Cristo"".

Aristodemo obbedì, li vide risorgere, si prostrò davanti a Giovanni, e andò in fretta dal proconsole al quale disse a voce alta: "Ascoltami, ascoltami, proconsole. Ti ricorderai, penso, come spesso mi sia adirato contro Giovanni e abbia macchinato ogni giorno molte cose contro di lui; temo di sperimentare la sua ira. E' un dio infatti sotto forma umana; bevuto il veleno, non solo continuò a essere incolume, ma per mano mia, con il contatto della sua tunica, richiamò in vita coloro che per il veleno erano morti, ed ora non mostrano più alcun segno di morte".

All'udire tali cose il proconsole esclamò: "E ora cosa vuoi che faccia?". Rispose Aristodemo: "Andiamo a gettarci ai suoi piedi, chiediamo perdono e facciamo qualunque cosa ci comanderà". Vennero assieme e si prostrarono chiedendo indulgenza. Al vederli egli offrì a Dio un ringraziamento e comandò loro una settimana di digiuno; al termine del quale li battezzò nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, di suo Padre onnipotente e dello Spirito santo illuminatore. Dopo essere stati battezzati con le loro famiglie, domestici e parenti, spezzarono tutti i simulacri e costruirono una basilica sotto il titolo di san Giovanni. In essa lo stesso Giovanni apostolo morì nel modo seguente.

[22] Essendo all'età di novantasette anni, gli apparve il Signore Gesù Cristo con i suoi discepoli e gli disse: "Vieni a me, è tempo ormai che tu esulti nel mio convivio con i miei fratelli". Quando l'apostolo si alzò, lo stesso Signore aggiunse: "La domenica della mia Risurrezione, cioè fra cinque giorni, verrai a me". Detto questo rientrò in cielo.

Intanto, spuntata la domenica, una gran folla si radunò nella chiesa costruita in suo onore. Qui, avendo celebrato i suoi riti molto prima del canto dei galli, verso l'ora terza, tenne questo discorso al popolo: "Conservitori, coeredi, e compartecipi del regno di Dio, avete constatato le opere che per mano nostra il Signore Gesù si è degnato fare. Noi siamo stati esecutori della sua volontà; è lui il vero autore dei prodigi, che sembravano essere operati da noi e tutto avveniva perché lui comandava Perciò fino a tanto che ce li concesse abbiamo accolto quei miracoli, i doni, il riposo, il ministero, la gloria, la fede, la comunione, gli offici, la grazia: ogni volta che ce ne ha concesso li abbiamo distribuiti. In lui ci siamo mantenuti, abbiamo gioito, siamo vissuti.

Ma ora egli mi chiama ad un'altra opera, che si deve consumare nel Signore. Desidero finalmente morire ed essere con Cristo, affinché ciò che un giorno abbiamo desiderato, si degni finalmente di concederlo. Che cosa dunque vi lascerò per garanzia? Ma avete le sue caparre, avete il deposito della sua mansuetudine e pietà: sia esso conservato tra voi, sia allietato con la vostra vita casta. Tra voi si mangi il cibo dei padri, affinché possiate fare la volontà del Padre che è in cielo; tra voi si formi quella corona che egli compose con questi fiori rivestiti con il suo proprio sangue. Tu, Signore Gesù, benignamente proteggi con la tua misericordia la Chiesa che ti sei edificata Tu solo, Signore, sei misericordioso, pio, salvatore e giusto, radice di immortalità e fonte di incorruttibilità: santifica la società di questa comunione".

E aggiunse: "Dio, che solo sei salvatore, che ti sei degnato conquistare alla libertà questo popolo con la gloriosa passione del tuo Figlio, degnati di custodirlo, sempre fedele, ti prego, Signore, ai tuoi precetti e fecondo nelle tue buone opere. Esaudisci le supplichevoli preghiere del tuo servo, guida questo tuo popolo, a te consacrato, fedele alle tue leggi, tu che lo hai eletto quale plebe adottiva e in più ti sei degnato chiamare figlio; dirigilo nel camminare secondo i tuoi precetti giorno e notte, per il benedetto unigenito Figlio tuo, che volle farci suoi discepoli e che ci costituì pastori delle sue pecore, che con te, Padre, vive, domina e regna con lo Spirito santo in eterno".

[23] Finito di pregare, chiese che gli fosse dato del pane, e rivolto al cielo lo benedisse, lo spezzò e ne diede a tutti, dicendo: "La mia parte sia con voi e la vostra con me". Subito disse a Birro (così si chiamava quell'uomo), che prendesse due fratelli i quali lo seguissero con due cesti e due vanghe. Uscito dunque con grandissima serenità d'animo ordinò che i più si allontanassero. Arrivati ad un certo sepolcro, uno dei fratelli disse ai giovani che Birro aveva portato: "Scavate, figlioli". E quelli scavarono. L'apostolo li invitava a scavare più profondamente e avendo ubbidito al comando, esortava gli altri fratelli affinché seguissero il Signore e corroborava lo spirito di ciascuno con la parola di Dio, per non apparire ozioso, mentre i giovani scavavano. Quando la fossa fu fatta come egli voleva, mentre nessuno sapeva qualcosa, si tolse la veste, la stese in quella fossa e, stando in piedi con la sola veste di lino, tese le mani e invocò Dio dicendo: "Dio, Padre onnipotente e tu, Signore Gesù, che hai circondato il tuo servo di speciale amore, che sei stato preannunziato dai patriarchi, nominato nella Legge, che ti sei degnato di richiamare e ammonire attraverso i Profeti, che con il Vangelo hai avuto pietà e hai perdonato i peccati; tu che per mezzo dei tuoi apostoli hai fatto sì che venissero radunati i tuoi popoli, hai dissetato gli assetati con la fonte della tua parola, hai mitigato i cattivi e hai riempito il vuoto dell'anima con la grazia dello Spirito santo, ricevi finalmente l'anima del tuo Giovanni che hai chiamato prestissimo, ma tardi hai voluto. A te la mia preghiera, Signore, che hai concesso che il tuo servo rimanesse mondo dall'unione coniugale; mentre io in gioventù mi stavo per sposare, ti sei fatto vedere e mi dicesti: "Mi sei necessario, Giovanni, cerco la tua opera". Ma quando per l'ardore giovanile mi parve di non osservare il precetto e diffidando di poter conservare l'integrità, volsi la mia mente al matrimonio, tu, qual buon Signore, mi infliggesti una malattia corporale e mi castigasti, Signore, ma non mi facesti morire. E la terza volta in cui ho pensato di sposarmi, mi hai richiamato ma con un impedimento meno grave. In mare, Signore, ti sei degnato dirmi: "Giovanni, se non fossi mio, ti permetterei di prendere moglie". E' dunque un tuo dono, sei tu che ti sei degnato di domare e mortificare il moto della carne e infondermi la fede, affinché nulla mi sembrasse più prezioso dell'amore verso di te. Tu mi hai chiamato dalla morte alla vita, dal mondo al regno di Dio, dalla debolezza dell'anima alla salvezza. Tu sei per me legge di vita, motivo di speranza, premio della battaglia. Vengo perciò a te, Signore, vengo al tuo convito; vengo, dico, con animo grato, perché ti sei degnato invitarmi ai tuoi banchetti, Signore Gesù Cristo, sapendo che ti desideravo di tutto cuore.

Ho visto la tua faccia e sono risuscitato quasi da morte. Il tuo profumo ha eccitato in me desideri eterni; la tua voce è piena di melliflua soavità e il tuo parlare non è paragonabile al linguaggio degli angeli. Ogni volta che ti ho chiesto di venire a te, tu mi hai detto: "Aspetta di liberare il mio popolo, facendolo credere in me"; hai custodito il mio corpo da ogni sozzura e hai sempre illuminato l'anima mia; non mi hai abbandonato allorché andai in esilio né al mio ritorno; hai posto sulla mia bocca la parola della tua verità, affinché ricordassi le testimonianze della tua potenza. Scrissi quelle opere che vidi di persona e quelle parole che con queste mie orecchie ho udito proferire dalla tua bocca.

Ed ora, Signore, ti affido i figli, che la tua vergine Chiesa, qual vera madre, ti ha generato con l'acqua e lo Spirito santo. Ricevimi affinché sia con i miei fratelli, con i quali sei venuto ad invitarmi. Apri a me che picchio la porta della vita. I prìncipi delle tenebre non mi vengano incontro; non giunga a me il piede della superbia, né una mano a te estranea mi prenda. Prendimi tu secondo la tua promessa e conducimi al convito delle tue gioie, dove con te godono tutti i tuoi amici. Tu, infatti, sei il Cristo, Figlio del Dio vivente, che per ordine del Padre hai salvato il mondo, che ti sei degnato di inviarci anche il tuo santo Spirito, affinché ci ricordasse i tuoi precetti. Con questo medesimo Spirito ti ringraziamo per tutti i secoli infiniti".

E dopo che tutto il popolo ebbe risposto: "Così sia", una copiosa luce apparve sull'apostolo per la durata di circa un'ora, tanto che nessun occhio poteva sopportarne la vista. Dopo essersi segnato per tutto il corpo si fermò e disse: "Tu solo sei con me, Signore Gesù". E si gettò nella fossa dentro la quale aveva steso le sue vesti dicendoci: "Pace a voi fratelli".

Benedicendo tutti e tutti salutando, si pose ancor vivo nel suo sepolcro e comandò che lo coprissero mentre glorificava il Signore. E subito rese lo spirito.

Tra quelli che eravamo presenti, alcuni gioivano, altri piangevano. Gioivano per essere stati testimoni di tanta grazia; si addoloravano perché ci veniva tolta la vista e la presenza di un tal uomo.

Una manna uscita dal sepolcro apparve subito a tutti. Quel luogo ne fa nascere ancor oggi. E per le sue preghiere avvengono frequenti miracoli; qui i malati vengono liberati da ogni infermità e pericolo, e ognuno consegue l'effetto delle sue preghiere.

Questi è il beato Giovanni, di cui il Signore molto prima aveva detto a Pietro: "Se voglio che resti fino a che io verrò, che t'importa? Tu seguimi", intendendo con ciò che il beato Pietro avrebbe onorato il Signore con la morte in croce.

Questi dunque con un improvviso sonno del corpo, riposa in pace, per il nostro Signore Gesù Cristo, che onora i suoi santi con corone di alloro ed è l'eterna lode e l'attesa di tutti i suoi eletti. Al quale sia gloria ed eternità, virtù e potenza, nei secoli dei secoli. Così sia.

LIBRO VI
Storia dei beati fratelli Giacomo, Simone e Giuda


[1] Simone, detto il Cananeo, Giuda, detto Taddeo, e Giacomo, che alcuni chiamano il fratello del Signore, furono fratelli carnali, originari di Cana della Galilea, nati dai coniugi Alfeo e Maria figlia di Cleofa.

L'ultimo di essi nacque dalla stessa madre, ma da padre diverso, e cioè da Giuseppe, uomo giusto, quello al quale andò in sposa la beatissima Madre di Dio, Maria.

Perciò Giacomo fu detto fratello del Signore, quanto alla carne però: a Giuseppe, infatti, padre di Giacomo, era sposata sebbene a lui non sia mai stata unita la Vergine Maria, resa poi incinta dallo Spirito santo, onde diede alla luce, vergine, il salvatore del mondo, il Signore nostro Gesù Cristo.

A motivo di questo vincolo, questi tre figli di Maria di Cleofa furono assunti da Cristo tra i discepoli, e più tardi furono elevati alla dignità di apostoli.

Il più piccolo di essi, Giacomo, sempre caro a Cristo salvatore, ardeva di sì grande amore verso il Maestro che, allorquando fu crocifisso, non volle prendere cibo se non dopo averlo visto risorgere dai morti, perché si ricordava che ciò era stato predetto a lui e ai suoi fratelli da Cristo quand'era ancora vivo. Per questo prima di tutti Cristo volle apparire a lui per confermare il discepolo nella fede, così fu pure per Maria Maddalena e per Pietro, e, affinché non soffrisse a causa del lungo digiuno, presentatogli un favo di miele, lo esortò a mangiarne.

Dopo l'Ascensione di Cristo al cielo, rimase con Pietro e Giovanni a Gerusalemme, predicando la parola del Signore ai Giudei; il che poteva fare anche più facilmente, perché esercitava il suo ministero pubblico nel tempio di Salomone.

[2] Quando ancora non era trascorso il quattordicesimo anno dalla Passione del Signore, allorché Paolo giunse a Gerusalemme con i suoi compagni di viaggio, Tito e Barnaba, salutò Giacomo, Pietro e Giovanni; i dodici apostoli convenuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, sotto la presidenza di Giacomo e in presenza del popolo, uno alla volta, esposero allora brevemente quello che era stato da essi compiuto nelle varie regioni.

In quei giorni il sommo pontefice Caifa mandò loro dei sacerdoti chiedendo che andassero da lui, per dimostrargli in qual modo Gesù fosse Dio eterno e Cristo, altrimenti egli avrebbe dimostrato loro il contrario.

Al giorno stabilito gli apostoli salirono al tempio, e al cospetto di tutto il popolo cominciarono a rendere testimonianza a Gesù, e nello stesso tempo a rimproverare i Giudei per le molte cose assurde che compivano. E sui gradini del tempio, mentre il popolo assisteva in silenzio, ammaestrarono i sacerdoti sull'unico Dio, Cristo Gesù, i sadducei sulla risurrezione dei morti, i Samaritani sulla consacrazione di Gerusalemme, gli scribi e i farisei sul regno dei cieli: istruirono così tutto il popolo sul fatto che Gesù è il Cristo eterno. E per ultimo ammonirono che, prima che essi passassero ad annunziare la conoscenza di Dio Padre ai gentili, si riconciliassero con Dio, accogliendo il Figlio suo. Mostrarono infatti come in nessun altro modo essi avrebbero potuto salvarsi se non con la grazia dello Spirito santo affrettandosi a purificarsi col Battesimo in virtù della triplice invocazione e ricevendo l'Eucaristia del Cristo Signore, alla quale dovevano credere come a una delle cose da lui insegnate affinché potessero meritare di conseguire l'eterna salvezza.

[3] Per sette giorni invitarono il popolo e il sommo pontefice ad affrettarsi a ricevere subito il Battesimo; e già la cosa era matura e stavano per venire a farsi battezzare, quand'ecco un uomo nemico, con altri pochi, appena entrato nel tempio, cominciò a gridare dicendo: "Che fate, Israeliti? Perché vi lasciate trascinare così facilmente? Perché vi fate condurre a precipizio da così malaugurati uomini, e vi fate ingannare da un mago?".

Mentre così parlava, e tali cose erano ascoltate e contraddette dal vescovo Giacomo, cominciò a nascere un turbamento nel popolo e a sorgere delle rivolte, tanto che la folla non poteva più udire ciò che diceva l'apostolo. Tutti cominciarono ad agitarsi con clamori; e quel che con molta fatica era stato sistemato fu presto scompaginato e i sacerdoti furono rimproverati; e quello iniziò ad istigare tutti con rimproveri e ingiurie; come un forsennato incitava tutti a uccidere gli apostoli, dicendo: "Che fate, perché ve ne state esitanti, tardi ed infingardi?

Perché non aggrediamo con le nostre mani e non togliamo dalla circolazione tutti costoro?". Ciò detto, diede inizio alla strage con un tizzone tolto dall'altare; anche gli altri, vedendo lui, furono portati ad agire con la stessa insania. Ci fu uno schiamazzo generale degli uccisori e degli uccisi, e si sparse molto sangue per ogni parte in una fuga confusionaria; intanto quell'uomo nemico, aggredendo Giacomo, lo precipitò giù dall'alto della scala, e credutolo morto, non se ne preoccupò oltre.

In seguito a tale caduta, con un piede fratturato, appariva molto claudicante. E' chiaro che quell'uomo nemico, che poi il Signore destinò al ministero dell'apostolato, era Saulo.

[4] Dopo che il preside Festo ebbe inviato Paolo a Cesare, al quale si era appellato, i Giudei vedendo andate a monte le insidie che gli avevano tese, rivolsero la loro feroce malvagità contro Giacomo, fratello del Signore. Lo aggredirono in questo modo: lo tradussero nel mezzo a loro e gli chiesero con insistenza di rinnegare la fede in Cristo al cospetto di tutto il popolo. Egli invece, a dispetto di quanti pensavano diversamente, con una voce abbastanza libera e forte più di quel che essi desiderassero, al cospetto di tutto il popolo proclamò con tutta franchezza che Gesù Cristo nostro salvatore e Signore è Figlio di Dio.

Quelli allora, non potendo sopportare la confessione così posata e franca di quell'uomo, soprattutto perché presso tutti era ritenuto oltremodo retto in virtù di una vita santa e morigeratissima lo menarono alla morte; approfittando inoltre della situazione favorevole, anche per la morte del governatore, unirono molti altri alla sua stessa condanna. Era avvenuta, infatti, nella Giudea la morte di Festo sicché la provincia si trovava allora senza governatore e senza procuratore.

Sebbene secondo Clemente e altri la morte di Giacomo sia avvenuta in modo alquanto diverso, tuttavia Egesippo, della prima successione apostolica, era più informato e nel quinto libro dei suoi Commentari ne parlò in questi termini:

[5] "Il fratello del Signore, Giacomo, da tutti detto il giusto, assunse il governo della Chiesa, che dura fino ai giorni nostri, insieme agli apostoli dai tempi di Gesù. Molti in verità furono chiamati col nome di Giacomo; questi però fu santo fin dal seno di sua madre. Non bevve vino e bevanda fermentata, non mangiò carne, sul suo capo non si levò ferro, non vi cosparse olio, ne andò mai ai bagni. Solo a costui era permesso entrare nel Sancta sanctorum. Non usava nemmeno indumenti di lana, ma indossava solo indumenti di tela. Entrava solo nel tempio e restava in ginocchio invocando misericordia per il popolo, così che col suo incessante pregare, sempre in ginocchio, gli vennero i calli alla maniera dei cammelli. Pertanto per questa incredibile continenza e per la somma giustizia fu chiamato "giusto" e "oblìa", interpretato "difesa del popolo", e "giustizia", come i profeti avevano predetto a suo riguardo.

Alcuni perciò appartenenti all'una o all'altra delle sette correnti tra il popolo e delle quali abbiamo parlato sopra, lo interrogavano quale fosse la porta verso il Signore. Ed egli rispondeva: "E' questa: il Salvatore".

Dal che parecchi credettero che Gesù è il Cristo. Gli eretici invece di cui abbiamo scritto sopra non credettero che egli sarebbe venuto per rendere a ciascuno secondo le proprie opere, non credendo anzitutto che egli fosse risorto; quelli che credettero, credettero per mezzo di Giacomo. Siccome molti di questi, anche tra prìncipi del popolo, avevano creduto, si determinò un disorientamento tra i Giudei, e dicevano: "Non resta altro ormai che tutto il popolo creda in Gesù, creda che egli è il Cristo".

Andarono dunque insieme da Giacomo, e gli dissero: "Ti preghiamo affinché tu richiami il popolo, perché si sta smarrendo a proposito di Gesù, credendo che egli sia il Cristo. Ti supplichiamo di persuadere in questo senso tutti quelli che verranno nel giorno di Pasqua. Noi tutti ti obbediremo; quanto a te personalmente sia noi che il popolo attestiamo che tu sei giusto e non guardi in faccia alcuno. Tu pertanto consiglia bene il popolo intorno a Gesù, e indirizzalo affinché non si smarrisca. Tutti ti obbediremo. Sali sul punto più alto del pinnacolo del tempio affinché a tutti tu appaia su in alto, e tutti possano udire le tue parole: nel giorno di Pasqua infatti converranno non solo i Giudei, ma anche una moltitudine di gentili".

Scribi e farisei collocarono dunque Giacomo sul pinnacolo del tempio e, gridando a gran voce, dissero: "O più giusto degli uomini, al quale noi tutti dobbiamo obbedire, perché mai il popolo sbaglia sul conto di Gesù, che è stato crocifisso? Qual è mai la porta del Signore?".

Giacomo rispose loro a gran voce: "Perché mi interrogate sul figlio dell'uomo? Ecco, egli siede in cielo alla destra della somma potenza, ed egli verrà sulle nubi del cielo".

[6] Con tale risposta e testimonianza Giacomo diede sufficiente dimostrazione a molti che volentieri lo avevano udito, che in tale modo intendeva protestare in favore di Cristo; presero quindi a glorificare Dio, dicendo: "Osanna al Figlio di David".

Gli scribi e i farisei cominciarono ai dirsi a vicenda: "Abbiamo fatto male a dare a costui l'occasione di formulare una tale testimonianza riguardo a Cristo. Andiamo e precipitiamolo giù, affinché gli altri si spaventino e non gli credano". Tutti insieme a gran voce gridarono dicendo: "Oh! Anche il giusto ha sbagliato!". Adempirono così la profezia della Scrittura che si trova in Isaia, e che dice: "Togliamo di mezzo il giusto, poiché ci è molesto; per questo mangeranno il frutto delle sue opere". Salirono dunque sul pinnacolo per precipitarlo giù dicendo: "Sia lapidato quest'uomo".

Cominciarono ad aggredire il beato Giacomo con pietre. Gettato giù, non solo non morì, ma si voltò, si prostrò sulle ginocchia e prese a dire: "Ti prego, Signore Dio Padre, perdona loro questo peccato, poiché non sanno quel che fanno". E mentre ancor più ferocemente incrudelivano con pietre su di lui che così pregava, un sacerdote, dei figli di Rechabiti dei quali fa menzione il profeta Geremia esclamò dicendo: "Finitela, di grazia! Che fate? Questo giusto che voi lapidate prega per voi". Ma uno di essi, un lavandaio, afferrò un bastone, col quale si è soliti strizzare i panni, e gli spezzò la testa. Così il beato Giacomo, detto il "giusto", con siffatto martirio consumò finalmente la vita, e fu sepolto nello stesso luogo presso il tempio.

Questi è colui che testimoniò ai Giudei e ai gentili la verità: che Gesù è il Cristo, Figlio del Dio vivo, che con il Padre e lo Spirito santo è Signore e Re per tutti i secoli".

[7] Quanto detto riguarda Giacomo. I fratelli di lui, più grandi d'età, Simone detto il Cananeo e Giuda detto Taddeo e Zelota, anch'essi apostoli di nostro Signore Gesù Cristo, entrati nella religione per rivelazione dello Spirito santo e per la fede, all'inizio della loro predicazione s'imbatterono subito in due maghi, Zaroen e Arfaxat, fuggiti dall'Etiopia dal cospetto di san Matteo apostolo. La loro dottrina infatti era perversa: bestemmiavano il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe, dicendolo il Dio delle tenebre; aggiungevano che Mosè era uno stregone, e che tutti i profeti di Dio erano stati inviati dal Dio delle tenebre.

Oltre a ciò dicevano che l'anima umana aveva una parte divina e che il corpo era invece stato fatto da un dio cattivo; e perciò è composto di sostanze opposte: di alcune la carne si rallegra, mentre l'anima si rattrista, e di altre l'anima gioisce e il corpo, al contrario, si affligge. Aggiungevano al numero degli dèi il sole e la luna, e insegnavano che anche l'acqua era divina. Del Figlio di Dio, nostro Signore Gesù Cristo, affermavano che era una immaginazione: che non era vero uomo, che non era nato da una vergine, che non era stato tentato veramente, né veramente aveva patito, né veramente era stato sepolto, che dopo il terzo giorno non era risorto dai morti.

La Persia, insozzata da siffatta dottrina, dopo Zaroen e Arfaxat, meritò di trovare attraverso i beati apostoli Simone e Giuda, il grande Maestro, e cioè il Signore Gesù Cristo, il quale aveva proclamato che avrebbe mandato dal cielo lo Spirito santo, secondo la promessa che diceva: "Vado al Padre e vi mando lo Spirito Paraclito".

[8] Intrapreso il viaggio con l'intenzione precisa di liberare, non appena arrivati, la Persia dalla triste seduzione dei maestri, di cui abbiamo parlato, gli apostoli Simone e Giuda incontrarono l'esercito che andava in guerra, guidato dal comandante in capo del re babilonese Serse, Varardach; costui aveva intrapreso la guerra contro gli Indi, che avevano invaso il territorio della Persia: nel suo seguito aveva sacrificatori, arioli, maghi, incantatori, ognuno dei quali secondo la propria mansione, sacrificando ai demoni, dava i responsi della propria fallacia.

Accadde che nel giorno in cui gli apostoli si trovavano tra l'esercito, quelli, pur facendosi tagli e spargendo il proprio sangue, non riuscivano a dare al comandante il responso a proposito della guerra. Si diressero perciò al tempio della vicina città per consultare colà gli dèi; ne udirono uno che con un grosso muggito così sentenziava: "Ci sono uomini stranieri che camminano con voi per andare in battaglia; per questo non si possono dare responsi; ad essi è stata conferita così tanta potenza da Dio, che nessuno di noi osa parlare alla loro presenza".

Saputo ciò, il comandante in capo del re Serse, Varardach, li fece ricercare tra l'esercito; trovatili, chiese loro di dove fossero, perché erano lì, perché fossero andati da quelle parti. A lui rispose il santo apostolo Simone: "Se chiedi dell'origine, siamo Ebrei; se della nostra condizione, siamo servi di Gesù Cristo; se vuoi sapere il motivo della nostra presenza, siamo venuti per la vostra salvezza, affinché, abbandonato il falso culto degli idoli, possiate conoscere il Dio che è nei cieli".

"Per ora - disse il comandante Varardach rispondendogli -, sto per entrare in battaglia al fine di tenere lontano gli Indi dall'invadere la Persia, prima che abbiano a guadagnarsi le forze ausiliari dei Medi contro di noi. Perciò non è ora il momento opportuno che io discuta delle vostre cose. Se poi il ritorno sarà felice e favorevole a noi, vi ascolterò".

L'apostolo Giuda (rispose): "Signore, ascoltami; è più conveniente che tu conosca colui con la cui forza e con il cui aiuto puoi vincere, o almeno incontrare calmi quelli che ti si sono ribellati".

Allora il comandante Varardach disse: "Poiché odo che i vostri dèi sono davanti a voi e vi danno i responsi, voglio che voi ci prediciate il futuro, affinché possa sapere l'esito della battaglia".

[9] Simone allora rispose: "Affinché ti renda conto che sbagliano coloro che tu pensi ti possano predire il futuro, diamo ad essi la parola per risponderti; quando avranno detto ciò che non sanno, noi proveremo che hanno mentito in tutto". Elevata una preghiera al Signore, proseguì: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, comandiamo che diate, secondo il solito, il responso a costoro che erano avvezzi a interrogarvi". A questo loro comando quei fanatici cominciarono a darsi da fare, e a dire: "Ci sarà una guerra e dall'una e dall'altra parte potranno morire molti combattenti". Al che gli apostoli di Dio in un impeto di gioia scoppiarono a ridere. Varardach disse loro: "Io sono immerso in un gran timore, e voi ridete?". E gli apostoli: "Cessi pure il tuo timore, poiché con il nostro arrivo è entrata la pace in questa provincia. Perciò metti da parte il tuo progetto difensivo. Infatti domani, a questa stessa ora, la terza cioè, verranno da te quelli che tu hai mandati innanzi insieme agli ambasciatori degl'Indi, i quali vi annunzieranno che le terre invase sono restituite al vostro dominio, salderanno quanto vi devono, tratteranno la pace consentendo volentieri alla vostra proposta, qualunque condizione vorrete porre, e stabiliranno con voi un patto saldissimo".

Ma i capi dei sacerdoti del comandante, derisero questo modo di parlare, dicendo: "Signore, non prestar fede a cotesti uomini vani e menzogneri, stranieri e perciò sconosciuti; sono vani e menzogneri e perciò dicono cose gradite per non essere presi come spie. I nostri dèi, che mai sbagliano, ti hanno dato il responso: sii cauto e pronto a tutte le evenienze; non seguire quelli che premurosamente cercano di rassicurarti, affinché mentre ti troverai meno attento, all'improvviso tu possa essere assalito facilmente e in modo più violento". Ma il santo apostolo Simone rispose: "Ascoltami, o comandante. Noi stranieri ed ignoti, menzogneri quanto tu vuoi, non ti comandiamo di attendere un mese; ti abbiamo detto: "Aspetta un solo giorno, e domani mattina, verso l'ora terza, verranno quelli che hai mandato". Verranno con essi i rappresentanti degli Indi i quali riceveranno da te le condizioni di pace, e saranno in seguito tributari dei Persiani".

[10] Udite queste cose, i sacerdoti persiani, che erano nell'esercito, apertamente gridavano: "I nostri magnifici dèi, nelle loro vesti dorate, cariche di gemme purpuree ed intessute d'oro, tra le coppe, il bisso e la seta ed ogni splendore del regno babilonese, nel dare i responsi divini, qualche volta possono sbagliare; questi cenciosi poi, i quali non hanno personalità alcuna, come osano attribuirsi tanto? Il solo guardarli è un'ingiuria. E tu, comandante, non punisci costoro, la cui sola presenza è di ingiuria ai nostri dèi?". Rispose il comandante: "E' strano che stranieri, miseri e sconosciuti, affermino con tanta costanza ciò che sembra contrario alla testimonianza dei nostri dèi".

I capi dei sacerdoti gli risposero: "Comanda che siano tenuti in custodia, perché non fuggano". E il comandante: "Non solo ordinerò che siano custoditi, ma voi stessi sarete sotto vigilanza fino a domani, affinché ciò che si verificherà insegni se si può o meno comprovare la loro testimonianza. Dopo si vedrà chi veramente debba essere condannato".

[11] Il giorno dopo, secondo la parola degli apostoli, giunsero i messaggeri, che erano stati mandati a gran corsa su dromedari, e annunciarono tutte quelle cose che poco prima avevano predetto gli apostoli. Indignato, il comandante ordinò di accendere una pira perché vi fossero finiti col fuoco i suoi sacerdoti e tutti quelli che si adoperarono per mettere in cattiva luce gli apostoli. Questi poi si presentarono al comandante, dicendo: "Ti supplichiamo, signore, affinché non diventiamo causa della loro rovina; noi siamo stati mandati qui per la salvezza degli uomini e per fare rivivere i morti, non già per far morire quelli che sono vivi".

Pertanto mentre essi, pieni di polvere, giacevano prostrati ai piedi del comandante, questi rispose: "Mi meraviglio che intercediate per costoro che non fecero nulla per il mio seguito, per i tribuni e i satrapi, prendendo tra l'altro grossi premi, e insistendo affinché voi foste arsi vivi".

Al che prontamente gli apostoli: "La dottrina del nostro Maestro contiene queste leggi: non solo non si renda male per male, ma si dia bene in cambio di male. Questa è l'unica distinzione tra la nostra e le altre dottrine, dal momento che tutti gli altri ricambiano il male con il male, ed hanno in odio tutti quelli che li odiano. Noi amiamo i nostri nemici, facciamo del bene a coloro che ci odiano, e preghiamo il Signore per i nostri calunniatori e persecutori". "Allora permettete - disse il comandante - che tutti i beni di costoro siano dati a voi". Ciò detto, comandò di ricercare con cura quanta fosse la ricchezza dei sacerdoti capi. Gli archivisti del fisco gli dissero: "Uno di essi guadagna in un solo mese una libbra d'oro". Furono calcolati 120 talenti, escluso il sommo sacerdote, il quale guadagnava il quadruplo. Furono radunate dunque le famiglie, i vestiti, la servitù, l'argento e l'oro, il bestiame e tutto ciò che potevano possedere: era impossibile calcolare tutta quella ricchezza.

[12] Radunate così le ricchezze, il comandante presentò gli apostoli del Signore al re dicendo: "Costoro, nascondendosi sotto un aspetto umano, sono quelli che i nostri dèi temono, i quali perciò non possono dare responsi agli uomini senza il loro permesso; hanno poi dimostrato che i responsi, gli oracoli e gli stessi fatti preannunciati erano, in realtà, falsi. Questi nostri sacerdoti definivano quelli stranieri come menzogneri, ai quali non si doveva prestare fede, e insistevano presso di me, perché li punissi; mentre tenevo in custodia tutte e due le parti, affinché fosse ricompensata la parte che diceva la verità e fosse punita quella che avrebbe sbagliato: tutto si verificò nel modo in cui costoro predissero. Volevo che i nostri sacerdoti patissero ciò che s'erano adoperati a far soffrire a costoro; ma ecco che questi, da uomini dabbene, con preghiere s'adoperarono presso di me, affinché quelli non soffrissero assolutamente alcunché di male. Sebbene avessi comandato di far passare a loro le ricchezze di quelli, essi le disprezzarono, col dire: "A noi non è lecito possedere nulla sulla terra, giacché la nostra possessione è eterna ed in cielo, ove regna l'immortalità". Aggiunsero ancora: "Per nessuna ragione possiamo prendere oro, argento, vestiti, casa, possessioni o servi: tutto ciò, infatti, è terreno e non segue l'uomo allorché muore". Anche dopo aver detto loro di prendere qualcosa, per il fatto che sono poveri e pellegrini, non fummo capaci di persuaderli. "Non siamo poveri - dissero - abbiamo le ricchezze del cielo. Ma se vuoi che quelle ricchezze giovino alla salvezza della tua anima, elargiscile ai poveri, alle vedove e agli orfani, ai malati e agli afflitti; assolvi i debitori che sono messi alle strette dai creditori; apri, senza timore, la mano a chi te la stende e a tutti coloro che ne hanno bisogno. Noi, infatti, non desideriamo alcunché di terreno"".

[13] Avendo il comandante parlato con il re Serse di queste cose ed altre ancora, i maghi Zaroen e Arfaxat che erano già stati al servizio del re, mossi da zelo e insieme da sdegno, sparsero dicerie affermando: "Quegli uomini sono maligni, poiché hanno ordito con astuzia prima contro gli dèi della nazione, poi contro il regno"; e proseguirono: "Se vuoi sapere, o re, ciò che diciamo, non si permetta che essi parlino se prima non avranno adorato i tuoi dèi". E il comandante ad essi: "Avete il coraggio di sostenere il confronto con essi' Se li vincerete, allora si ritrarranno". I maghi replicarono: "E' giusto che, come noi adoriamo i nostri dèi, anche essi li adorino". E il comandante: "Ciò lo dimostrerà appunto il confronto con voi". E i maghi: "Vuoi vedere che la nostra potenza provi come non potranno parlare alla nostra presenza: comanda che si presentino coloro che sono facondi nel parlare, accorti nelle argomentazioni e vigorosi nell'esprimersi; se dimostreranno coraggio nel parlare alla nostra presenza, ci giudicherai degli ignoranti".

Per ordine del re e del comandante, furono subito convocati tutti e furono avvertiti dal comandante che con tutta la tenacia di cui erano capaci sostenessero delle scommesse con questi maghi, e li facessero desistere dal soggetto delle loro difese e argomentazioni. Dopo che i maghi ebbero parlato alla presenza del re e del comandante e di tutti i notabili, tutta quella accolta diventò muta al punto da non potere indicare neppure con segni che non poteva parlare. Trascorsa quasi un'ora, i maghi dissero al re: "Affinché tu sappia che noi siamo della schiera degli dèi, permettiamo a costoro di parlare, ma non di camminare"; aggiunsero: "Ecco rendiamo loro la facoltà di camminare, ma facciamo sì che ad occhi aperti non vedano nulla".

E avendo fatto anche questo, il cuore del re e del comandante si intimorì, e alcuni loro amici dicevano che non si dovevano disprezzare cotesti maghi, affinché non causassero anche al re e al comandante un qualche malanno corporale. Mentre questo spettacolo si svolse dal mattino presto fino all'ora sesta i convocati furono colpiti da timore, e se ne ritornarono ciascuno alla propria casa, stanchi per il troppo eccitamento.

[14] Il comandante vedendo negli apostoli degli amici, raccontò loro tutto ciò che s'era detto e verificato. Gli apostoli dissero al comandante: "Affinché tu sappia che alla nostra presenza i loro accorgimenti non hanno valore, e che essi hanno perciò paura di noi, comanda che gli stessi convocati vengano da noi prima di andare dai maghi; dopo che saranno stati da noi, entrino pure dal re per sostenere lo stesso confronto; e se prevarranno su di essi, allora tu saprai fino a che punto possiamo essere vinti da essi!".

Il comandante allora convocò tutta quella accolta di persone nella sua casa, e quasi compatendoli disse: "Mi dolgo della umiliazione che avete sopportato nella casa del re! Sappiate che io ho trovato uomini che vi daranno suggerimenti e vi ammaestreranno affinché non solo essi non prevalgano su di voi, ma si allontanino vinti".

Tutta quella moltitudine di convocati si prostrò, rese grazie al comandante, ed ognuno cominciò a supplicarlo affinché adempisse presto quanto aveva detto; ed egli presentò loro gli apostoli del Signore, Simone e Giuda.

Ma i convocati vedendo quelli vestiti molto miseramente, cominciarono ad assumere nei loro confronti un atteggiamento quasi di disprezzo. Ma fattosi silenzio, così parlò loro Simone: "Spesso accade che dentro scrigni dorati e tempestati di gemme si nascondano cose da nulla, e dentro casse di poco valore siano conservate preziose collane di gemme; spesso otri bellissimi sono pieni di aceto e sono esposti alla esecrazione e al disprezzo; mentre otri sgraditi alla vista sono ripieni di ottimo vino che in quelli che lo gustano fa sorgere il desiderio di berne ancora, e così, trascurando lo sgradevole aspetto esteriore, gli uomini pensano solo alla squisitezza che vi si nasconde. Chiunque desidera possedere qualche cosa, non guarda molto a ciò in cui essa è portata, bensì a ciò che è portato. Perciò non offenda i vostri occhi questo nostro misero vestito: dentro si nasconde ciò che vi farà trovare la gloria eterna e la vita. Tutti noi uomini, infatti, siamo nati da un unico padre e da un'unica madre: creati e posti nella regione dei vivi, spinti dall'angelo dell'invidia, prevaricarono dalla legge che avevano ricevuto dal loro creatore, e divennero servi di colui di cui seguirono la suggestione. Poi con quello stesso angelo, dalla regione della vita eterna furono relegati nell'esilio di questa terra. Dio ciononostante estese la sua misericordia anche in questa parte, affinché l'uomo adorasse come suo creatore un solo Dio, e non avesse a venerare gli elementi della natura, né dicesse al legno, da lui stesso lavorato: "Tu sei il mio Dio". Invece l'uomo si allontanò dal suo Dio, dal suo protettore, e quel che è più dal suo salvatore, per obbedire al suo nemico. Tale errore poi l'angelo principe dell'invidia lo trasfuse e radicò negli uomini a tal punto che essi stessi ne fossero posseduti per poter fare di essi quello che vuole; cerca di allontanare così il genere umano dal Dio vero, del quale questo stesso angelo ha paura.

Per questo motivo servendosi dei suoi maghi, quando lui volle vi fece tacere, poi non vi permise di vedere, e vi fece restare immobili. Affinché vi rendiate conto che è così, venite da noi e acconsentite a rinunciare al culto degli idoli, per adorare e onorare il solo Dio invisibile. Quando avrete fatto questo, imporremo le nostre mani sul vostro capo, e tracceremo il segno di Cristo sulla vostra fronte; e se dopo non sarete capaci di confutarli, potrete pure pensare che noi sbagliamo in tutto ciò che asseriamo".

[15] Tutti indistintamente i convocati giudicarono giusto quanto era stato loro detto; si prostrarono davanti agli apostoli esclamando: "Fate allora, vi supplichiamo, che essi non possano rendere vano l'uso della lingua, né arrecare impedimento alcuno alle nostre membra: e scenda su di noi l'ira di Dio, se crederemo ancora agli idoli".

Appena i convocati dissero ciò, i santi apostoli Simone e Giuda, si prostrarono a terra e pregarono Dio così: "Dio di Israele, che hai reso vani gli accorgimenti dei maghi Jamne e Mambre, desti ad essi confusione e piaghe, e ordinasti che perissero, altrettanto faccia la tua mano sopra i maghi Zaroen e Arfaxat. Rendi forti e stabili questi tuoi figli, i quali promettono di abbandonare ogni culto di idoli, resistano costantemente contro di essi, e tutti sappiano che tu sei l'Onnipotente che regna nei secoli dei secoli". Avendo risposto tutti: "Così sia", essi segnarono la loro fronte e se ne andarono.

Quelli poi entrarono dal re insieme al comandante, e poco dopo si presentarono anche i maghi; tentarono di ripetere ciò che avevano fatto prima, ma questa volta non riuscivano in alcun modo. Allora uno dei convocati, di nome Zebeo, disse: "Ascolta, re signore, bisogna allontanare questo sterco e spazzolarlo via dal tuo regno, affinché non avvenga che sparga la putredine in tutti. Hanno con sè l'angelo nemico del genere umano e in tal modo si burlano degli uomini, sicché quest'angelo cattivo ne tiene schiavi quanti più può: tiene poi soggiogati coloro che non sono soggetti al Dio onnipotente. I maghi insistevano affinché i santi apostoli adorassero gli dèi, e in tal modo offendessero il vero Dio, per potere poi esercitare più facilmente in essi le loro magie per mezzo dell'angelo del male. Tracciato, infine, con le loro dita, il segno del loro Dio sulla nostra fronte, ci mandarono qui con queste parole: "Se dopo questo segno di Dio, prevarranno le loro magie, sappiate che noi abbiamo mentito in tutto ciò che vi abbiamo insegnato". Ecco dunque che in nome del Dio onnipotente ora ci avviciniamo ai maghi, li insultiamo e ci contrapponiamo a loro; se sono capaci, facciamo ciò che hanno compiuto il giorno innanzi".

[16] I maghi indignati per questo fatto, fecero venire un mucchio di serpenti. Esterrefatti, quelli che assistevano gridavano affinché il re chiamasse gli apostoli. Furono mandati dei messi, e subito giunsero gli apostoli: riempirono i loro mantelli di serpenti e li mandarono agli stessi maghi, dicendo: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, non morirete, ma toccati dai loro morsi darete urla di dolore". I serpenti presero subito a mordere le loro carni e quelli mandavano ululati da lupi.

A questa vista il re e tutti quelli che assistevano dissero agli apostoli: "Fate che i maghi muoiano per mezzo dei serpenti". Ma essi risposero: "Siamo stati mandati per portare tutti dalla morte alla vita, e non dalla vita alla morte".

Pertanto, fatta una preghiera, gli apostoli dissero ai serpenti: "In nome di Cristo Gesù ritornate ai vostri luoghi e riprendete con voi ogni veleno inoculato a questi maghi". I maghi pertanto soffrirono nuove torture, allorché i serpenti con rinnovati morsi tolsero il loro veleno succhiando sangue.

Mandati via i serpenti, gli apostoli così parlarono ai maghi: "Ascoltate, empi! la sacra Scrittura che dice: "Chi prepara una fossa al suo prossimo, egli stesso per primo vi cadrà". Voi avete preparato a noi la morte; noi invece abbiamo pregato nostro Signore Gesù Cristo, affinché vi preservasse dalla morte presente; voi per molti anni potevate essere afflitti dai morsi di questi serpenti, ecco invece che al compiersi del terzo giorno, con le nostre preghiere vi sarà ridonata la sanità. Forse cesserete così dalla vostra empietà e proverete la verità di Dio a vostro riguardo. Però in questi tre giorni facciamo sì che siate dominati dai dolori affinché abbiate a pentirvi dei vostri errori".

[17] Dopo che gli apostoli ebbero finito di parlare, i maghi furono tradotti in un nosocomio e per tre giorni non poterono prendere né cibo né bevanda perdurando costantemente in essi il tormentoso lamento causato dai dolori. Trovandosi ormai sul punto di spirare i due maghi Zaroen e Arfaxat, furono avvicinati dagli apostoli, con queste parole: "Il Signore non accetta un servizio forzato; levatevi su sani e liberi di convertirvi dal male al bene, di uscire dalle tenebre alla luce". Ma quelli persistettero nella loro malvagità; come erano fuggiti dal cospetto dell'apostolo Matteo, così fuggirono da questi due apostoli, e si portarono presso gli adoratori degli idoli, in tutta la regione della Persia, allo scopo di suscitare inimicizie contro gli apostoli; dicevano dunque: "Ecco che stanno per venire da voi i nemici dei nostri dèi. Se volete mantenervi propizi gli dèi, obbligateli a sacrificare loro. Se non vorrete, almeno uccideteli".

[18] Dopo che tra gli apostoli e i maghi erano capitate queste cose in Persia, essendone stati richiesti dal re e dal comandante, i beati Simone e Giuda dimorarono a Babilonia, compiendo ogni giorno grandi meraviglie: davano la vista ai ciechi, l'udito ai sordi, facevano camminare gli storpi, mondavano i lebbrosi, scacciavano demoni d'ogni genere dai corpi degli ossessi. Facevano inoltre molti discepoli, alcuni dei quali li ordinavano nelle città come presbiteri, diaconi e chierici e costituivano molte Chiese.

Avvenne poi che uno dei diaconi fu incriminato di incesto. Era parente della figlia del satrapo, uomo molto ricco; e quella, perduta la verginità, durante il parto si trovava in pericolo di morte. Interrogata dai genitori, accusava l'uomo di Dio, il santo e casto diacono Eufrosino; e questi, trattenuto dai genitori della fanciulla, era sotto la minaccia di una vendetta.

Udito ciò, gli apostoli si portarono presso i genitori della fanciulla; e quelli appena li videro cominciarono a gridare accusando il diacono come reo di questo crimine. Allora gli apostoli domandarono: "Quando è nato questo bimbo?". Risposero: "Oggi, alla prima ora del giorno". Risposero gli apostoli: "Portate qui il bambino e conducete qui anche il diacono che voi accusate!". Stando lì tutti presenti, gli apostoli si rivolsero al bimbo dicendo: "In nome del Signore nostro Gesù Cristo, parla e dì se è questo diacono che compì tale iniquità". Il bambino, parlando molto chiaramente, rispose: "Questo diacono è un uomo santo e casto, non ha inquinato la sua carne". Ma i genitori insistevano ancora presso gli apostoli, affinché si interrogasse il bambino sulla persona responsabile dell'incesto. E quelli risposero: "E' giusto che noi assolviamo gli innocenti, ma non è giusto che tradiamo i colpevoli".

[19] Mentre da parte degli apostoli si compivano queste cose a Babilonia, accadde che due ferocissime tigri che erano rinchiuse ciascuna. in una grotta, per uno strano caso furono liberate, e fuggirono divorando qualsiasi cosa incontravano sul cammino. Costernato per questo fatto, tutto il popolo ricorse agli apostoli di Dio. Questi invocarono il nome del Signore nostro Gesù Cristo, e comandarono loro di seguirli nella casa dove dimoravano. E qui rimasero tre giorni.

Convocatavi poi tutta la moltitudine, dissero: "Ascoltate, voi tutti figli degli uomini fatti ad immagine di Dio, e ai quali Dio diede ingegno, memoria, intelligenza; considerate come le fiere, che mai ebbero l'abitudine di restar mansuete, udito il nome del Signore Gesù Cristo, sono diventate come agnelli; mentre gli uomini fino ad ora seguitano in una ostinazione tale da non capire che questi simulacri di oro e di argento, battuti e fatti artificialmente ad arbitrio dell'uomo, scolpiti in pietra o legno, non sono dèi; ignorate il Signore che vi ha creato, che vi manda la pioggia dal cielo e vi procura il pane dalla terra, il vino e l'olio dai rami di alberi, affinché sappiate che è lui il vero Dio, come vi testimonieranno queste tigri: proprio esse vi ammoniscano che non dovete onorare nessun altro Dio, all'infuori del Signore nostro Gesù Cristo, in nome del quale esse sono divenute mansuete, e si aggireranno in mezzo a voi come agnelli, e al sopraggiungere della sera ritorneranno nelle loro tane, ove poi rimarranno. Intanto noi ci porremo in cammino, percorreremo altre città e province, affinché si faccia conoscere a tutti la predicazione del vangelo del nostro Signore Gesù Cristo".

A queste parole degli apostoli, la gente piangeva pregandoli di non andarsene. A tale richiesta i beati Simone e Giuda protrassero ancora per un anno e tre mesi la permanenza in Persia. In questo spazio di tempo furono battezzati più di sessantamila uomini, senza contare i bambini e le donne; per primo fu battezzato il re con tutti i suoi dignitari.

In seguito, vedendo che con la parola erano curate le infermità, era data la vista ai ciechi ed erano anche risuscitati i morti in nome del Signore Gesù Cristo, tutti i popoli si convinsero a distruggere i templi e a edificare la Chiesa.

[20] Nella città di Babilonia gli apostoli consacrarono un vescovo di nome Abdia, venuto con essi dalla Giudea, lui che pure aveva visto il Signore con i suoi occhi; e la città fu ripiena di chiese.

Avendo convenientemente ordinato tutte le cose, gli apostoli uscirono dalla Persia. Li seguirono moltitudini di discepoli; più di duecento uomini. Percorsero le dodici province della Persia e le loro città; ciò che compirono e ciò che soffrirono per tredici anni lo ha scritto in una lunga narrazione Cratone, discepolo degli stessi apostoli, comprendendo tutto in un'opera di dieci libri, che lo storiografo Africano ha tradotto in lingua latina. Da queste notizie per chi vuole sapere quali furono i progressi della predicazione o in quale modo gli apostoli Simone e Giuda lasciarono il mondo, scelgo poche cose tra le molte.

I maghi Zaroen ed Arfaxat compivano molte empietà nelle città della Persia e dicevano di essere di stirpe divina; fuggivano sempre davanti agli apostoli; dimoravano in una città fino a quando non sapevano che stavano per sopraggiungere gli apostoli. Questi poi ovunque entravano smascheravano le loro empietà, e dimostravano che la loro dottrina era suggerita dal nemico del genere umano.

Nella città di Suanir c'erano settanta sommi sacerdoti preposti ai vari templi. Costoro erano soliti percepire dal re una libbra d'oro a testa allorché celebravano i conviti in onore del Sole e ciò avveniva di solito quattro volte all'anno: all'epoca dei noviluni, e cioè all'inizio della primavera, dell'estate, dell'autunno e dell'inverno. I maghi istigarono questi sommi sacerdoti contro gli apostoli di Dio, dicendo: "Stanno per giungere due Ebrei, nemici di tutti gli dèi. Perciò appena cominceranno a dire che si deve adorare un altro Dio, voi sarete privati dei vostri beni e diverrete oggetti di disprezzo al cospetto del popolo. Arringate pertanto il popolo, affinché appena costoro entreranno in città siano obbligati a sacrificare: se consentiranno saranno in accordo con i vostri dèi; se poi non vorranno sacrificare, sappiate che entrano affinché voi decadiate, siate depredati e messi a morte".

[21] Avvenne che, dopo aver percorso tutte le province, giunsero nella grande città di Suanir. Entrati, si stabilirono presso un loro discepolo, uomo della stessa città, di nome Sennem. Verso l'ora prima tutti i sommi sacerdoti, con una moltitudine di popolo, vennero a casa di Sennem, gridando: "Conduci, dinanzi a noi i nemici dei nostri dèi. Se non sacrificherai con loro ai nostri dèi, faremo ardere te, la tua casa, unitamente ad essi".

Frattanto gli apostoli di Dio furono catturati e condotti senza indugio al tempio del Sole. Non appena vi entrarono, i demoni presero a gridare negli energumeni: "Che c'è tra noi e voi, apostoli del Dio vivo? Al vostro ingresso siamo bruciati da fiamme". In un'aula del tempio, a oriente, c'era la quadriga del Sole tutta di oro fuso; in un'altra aula c'era la Luna di puro argento, anch'essa con una quadriga d'argento puro.

[22] I sommi sacerdoti, insieme al popolo, presero a costringere gli apostoli, affinché adorassero in quello stesso luogo. Accortosi di ciò Giuda disse a Simone: "Fratello Simone, vedo il mio Signore Gesù Cristo che ci chiama". Simone rispose: "E' da lungo tempo che intravedo il volto del Signore in mezzo agli angeli. Anche a me l'angelo del Signore disse mentre pregavo: "Vi farò uscire dal tempio, e poi lo farò crollare su di loro"; io risposi: "Giammai, Signore, avvenga ciò! Forse ci sono alcuni che possono convertirsi al Signore"".

Mentre così parlavano tra loro in lingua ebraica, apparve ad essi un angelo del Signore dicendo: "Confortatevi, e scegliete una di queste due cose: o l'improvvisa rovina di tutti costoro, o la garanzia di un buon combattimento nell'attesa della palma del martirio". Gli apostoli risposero: "E' necessario implorare la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, affinché sia propizia verso quelli, e aiuti noi affinché possiamo tendere con costanza alla corona".

Mentre gli apostoli, e solo essi, udivano e vedevano ciò, erano spinti dai sommi sacerdoti ad adorare i simulacri del Sole e della Luna. Gli apostoli dissero loro: "Intimate silenzio, affinché la risposta possa essere udita da tutto il popolo".

Fatto il silenzio, dissero: "Ascoltate tutti e vedete: noi sappiamo che il sole è servo di Dio e similmente la luna è soggetta all'ordine del suo creatore. Stando però essi nel firmamento del cielo, non è senza offesa contro di essi che sono rinchiusi in templi, essi che da tutti i tempi sono visibili nel cielo. Affinché comprendiate che i loro simulacri non contengono il sole, ma demoni, io comanderò ad un demonio che si nasconde nel simulacro del Sole e mio fratello ad un altro demonio nascosto nel simulacro della Luna, donde vi inganna, affinché escano e quelli siano ridotti in pezzi".

E tra lo stupore di tutti, Simone disse al simulacro del Sole: "A te, pessimo demonio ingannatore di questo popolo, ordino di uscire dal simulacro del Sole e di mandarlo in frantumi con la sua quadriga". Così anche Giuda disse alla statua della Luna. Ed ecco che tutto il popolo vide due Etiopi neri, nudi, di orribile aspetto, che allontanandosi gridavano sguaiatamente, lanciando maledizioni. Dopo questo, i sommi sacerdoti e il popolo si lanciarono contro gli apostoli di Cristo e li uccisero nella mischia.

Gli stessi apostoli di Dio, in verità, erano gioiosi ed alacri e rendevano grazie a Dio, perché erano stati trovati degni di soffrire per il nome del Signore.

[23] Furono martirizzati il primo di luglio. Insieme agli apostoli allora patì anche Sennem, loro ospite, poiché anche lui aveva ritenuto cosa spregevole sacrificare agli idoli. Nella stessa ora della loro passione, c'era in cielo una grandissima serenità, eppure apparvero all'improvviso folgori tali che lo stesso tempio fu spaccato in tre parti, dalla parte più alta del tetto fino alle estreme profondità delle fondamenta; nello stesso tempo anche i due maghi, Zaroen e Arfaxat, di cui abbiamo parlato, furono arsi da un guizzo di lampo e trasformati in carbone.

Tre mesi dopo, il re Serse mandò nella città di Suanir ambasciatori con l'ordine di confiscare i beni dei sommi sacerdoti, e di trasferire le salme dei santi apostoli nella sua città, ove iniziò la costruzione di una basilica ottagonale, dal perimetro di 640 piedi, e di 120 piedi d'altezza: fu costruita con marmi squadrati e la volta era coperta da lamine d'oro. Al centro dell'ottagono eresse un sarcofago di argento puro, contenente i corpi dei beati apostoli. La costruzione di quest'opera si protrasse per tre interi anni: terminò nel giorno natalizio degli apostoli e nel giorno della loro incoronazione fu consacrata: il primo luglio.

In questo luogo ottengono grazie coloro che credono nel Signore Gesù Cristo e hanno la fortuna di pervenirvi.

LIBRO VII
Gesta del beato Matteo apostolo ed evangelista


[1] Matteo, soprannominato Levi, figlio di Alfeo, apparteneva alla classe dei pubblicani. Chiamato al suo servizio dal Signore nostro Gesù Cristo, entrò nel numero dei suoi discepoli e da ultimo ebbe il supremo ufficio dell'apostolato. Prima dell'Ascensione del Signore al cielo, non fece nulla di più di tutti gli altri compagni dell'ufficio apostolico. Dopo aver ricevuto insieme agli altri lo Spirito santo illuminatore, si volse a predicare il Vangelo nel mondo, e nella ripartizione gli toccò la provincia dell'Etiopia. E quivi andò.

Mentre dimorava nella grande città di Naddaver, ove era re Eglippo, vi si trovavano anche i due maghi Zaroen e Arfaxat Con forme strane costoro si burlavano del re affinché egli credesse che essi erano dèi. E il re credeva loro in ogni cosa, e con lui tutto il popolo della città; e dalle regioni lontane dell'Etiopia ogni giorno veniva gente per adorarli. A loro piacimento, facevano infatti arrestare subito i piedi degli uomini rendendoli immobili; impedivano la vista e l'udito degli uomini; comandavano ai serpenti di mordere, cosa che sono soliti fare pure i Marsi, e curavano molti con l'incantesimo. Come suol dirsi, si dimostra più rispetto ai cattivi per timore, che ai buoni per amore; così anche quelli erano venerati presso gli Etiopi, e tenuti a lungo in gran conto.

[2] Però, come spesso è detto, Dio, poiché ha cura degli uomini, mandò contro costoro l'apostolo Matteo, il quale entrato in città cominciò a smascherare la loro fallacia. Tutti quelli che costoro imprigionavano egli li liberava in nome di Gesù Cristo; rendeva la vista a coloro che da essi ne erano stati privati, e rendeva 1 udito a coloro ai quali quelli l'avevano tolto; anche i serpenti che essi istigavano a mordere gli uomini, egli li faceva addormentare, e ne guariva totalmente le morsicature con un segno del Signore.

Avendolo visto un Etiope, eunuco di nome Candace, che era stato battezzato dall'apostolo diacono Filippo, si fece avanti ai suoi piedi ed in atto di adorazione, disse: "Ciò è avvenuto perché Dio ha rivolto il suo sguardo su questa città, per liberarla dal potere dei due maghi, che uomini stolti credono dèi". Costui accolse l'apostolo nella sua casa; andavano da lui tutti quelli che erano amici dell'eunuco Candace, ascoltavano le parole di vita, e credevano nel Signore Gesù Cristo. Ogni giorno venivano battezzati molti, vedendo che tutto ciò che i maghi compivano a danno degli uomini, il discepolo di Dio lo annullava. Quelli causavano ferite a quanti potevano, affinché i colpiti li chiamassero per guarirli: tutti erano portati a credere che quelli li curavano, perché cessavano dal malanno.

L'apostolo di Cristo, Matteo, curava non solo coloro ai quali quelli avevano fatto del male, ma anche tutti coloro che gli erano portati, affetti da qualsiasi infermità, e predicava al popolo la verità di Dio, sicché tutti restavano meravigliati dalla sua eloquenza.

[3] Allora l'eunuco Candace, che lo aveva accolto con ogni riguardo, lo interrogò dicendo: "Ti scongiuro di spiegarmi come tu, Ebreo, hai imparato a parlare greco, egiziano ed etiopico così bene da superare quelli stessi che in queste regioni sono nati". Rispose l'apostolo: "Tutti sanno che il mondo aveva un solo linguaggio per tutti gli uomini. Ma sopraggiunse in tutti una presunzione e li spinse ad innalzare una torre così alta che la sua cima raggiungesse il cielo. Ma il Dio onnipotente frustrò questa presunzione facendo in modo che mentre uno parlava l'altro non fosse capace di intenderlo. Sorsero poi molti generi di lingue e quell'unione che traspariva anche dall'unica lingua fu divisa. Buona, in verità, fu l'intenzione che si facesse una torre che raggiungesse il cielo, ma cattiva la presunzione che voleva andare verso le cose sante con mezzi non santi. Venendo poi il Figlio di Dio onnipotente, volle mostrare in qual modo dovevano costruire per potere pervenire al cielo a noi, suoi dodici apostoli, mandò dal cielo lo Spirito santo mentre stavamo riuniti in un unico luogo; venne sopra ciascuno di noi, e fummo infiammati come il ferro è infiammato dal fuoco. Dopo questo fatto scomparve da noi il timore e lo splendore, cominciammo a parlare ai gentili in varie lingue, e ad annunciare le meraviglie della nascita di Cristo: come sia nato quale unigenito Figlio di Dio, colui la cui origine eterna nessuno conosce; ci annunciò poi e ci convinse che nacque dal seno di Maria vergine, che fu allattato dalla Vergine integra, fu nutrito e istruito, fu battezzato e tentato, patì e morì, fu sepolto e al terzo giorno risuscitò, ascese al cielo e si sedette alla destra di Dio onnipotente, donde ha da venire a giudicare tutte le generazioni per mezzo del fuoco. Non sappiamo solo queste quattro lingue, come tu pensi, ma sappiamo anche le lingue di tutte le genti (noi che siamo discepoli di Gesù Crocifisso) e non mediocremente, ma bene; presso qualsiasi popolo giungeremo, vi arriveremo sapendo già bene la sua lingua. Ora non si edifica più una torre con pietre, ma con le virtù di Cristo, da parte di tutti quelli che sono stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo: a costoro è aperta la torre innalzata da Cristo; ed edificandola salgono fino a raggiungere il regno dei cieli".

[4] Mentre l'apostolo trattava queste cose e molte altre simili con discorso mistico, arrivò una persona dicendo che i famosi maghi se ne venivano ciascuno con un drago; questi erano armati, il loro respiro lanciava fiotti ignei e dalle narici emettevano miasmi sulfurei, il cui odore uccideva gli uomini. Ciò udito, Matteo si segnò e con calma si avviò incontro a loro. Ma gli si oppose l'eunuco Candace il quale chiuse la porta dicendo: "Piuttosto parla loro dalla finestra, se lo giudichi opportuno". L'apostolo gli rispose: "Tu aprimi, aprimi! Dalla finestra starai tu per vedere l'ardire di questi maghi".

Aperta la porta, l'apostolo uscì, ed ecco i due maghi farsi avanti ognuno con il suo drago; ma allorché si furono avvicinati, tutti e due i draghi si addormentarono ai piedi dell'apostolo, il quale disse ai maghi: "Dov'è la vostra abilità? Se ne avete il potere, svegliateli. Se io non pregavo il mio Signore Gesù Cristo, questi avrebbero rivolto contro di voi tutta la furia che voi avete acceso contro di me; fino a che il popolo non verrà qui, essi dormiranno. Poiché nessuno ha osato avvicinarsi, li sveglierò e comanderò loro di ritornare mansueti ai propri luoghi". Zaroen ed Arfaxat, con le loro arti magiche tentavano di svegliarli, ma non potevano far aprire loro gli occhi, né farli muovere neppure un poco. Il popolo invece supplicava l'apostolo dicendo: "Ti scongiuriamo, signore, affinché tu liberi il popolo e la città da queste bestie". E l'apostolo: "Non temete, disse; io farò sì che queste bestie se ne vadano tutte mansuete".

Rivolto ai draghi, disse: "In nome del mio Signore Gesù Cristo, che fu concepito per opera dello Spirito santo e nacque da Maria vergine, che Giuda tradì consegnandolo ai farisei i quali lo crocifissero, che fu deposto dalla croce e fu sepolto, che risorse dai morti il terzo giorno, che si trattenne con noi per quaranta giorni, che ci diede le prove di quanto ci aveva insegnato prima della passione, e ci ricordò tutto ciò che ci aveva detto, che dopo quaranta giorni se ne ascese al cielo sotto il nostro sguardo, ed ora siede alla destra di Dio Padre, donde ha da venire a giudicare i vivi e i morti, nel suo nome, dico, e per la sua potenza, destatevi. E chiamo a testimone te, o Spirito, affinché tu li faccia ritornare al loro luogo, tutti mansueti, senza toccare e ledere alcuno, sia uomo che bestia o uccello". A questa voce i serpenti sollevando la testa cominciarono ad andarsene e aperte le porte se ne uscirono pubblicamente e sotto lo sguardo di tutti, né mai più ricomparvero.

[5] Ciò fatto, l'apostolo così parlò al popolo: "Ascoltate, fratelli e figli, e voi tutti che volete liberare le vostre anime dal vero drago che è il demonio. Dio mi mandò a voi per la vostra salvezza, affinché, abbandonata la falsità degli idoli, vi convertiate a colui che vi ha creato. Quando Dio fece il primo uomo, lo pose in un paradiso di delizie, con la sua donna, che aveva tratto dalla costola di lui. Il paradiso di delizie è al di sopra di tutti i monti e vicino al cielo e non ha in sè cosa alcuna che possa nuocere alla salvezza dell'uomo! Gli uccelli quivi non sono spaventati dalla voce e dall'aspetto dell'uomo, non vi spuntano spine o triboli, le rose e i gigli non vi marciscono, nessun fiore appassisce; l'uomo non era soggetto a sforzi, alla sanità non succedeva la malattia, per la tristezza, per il pianto e per la morte non v'era posto alcuno; l'aura che vi spirava più che un soffio era una carezza e conferiva una vita perpetua. Come il fumo dell'incenso elimina gli odori sgradevoli, così le narici inspiravano la vita perpetua, la quale faceva sì che l'uomo non incorresse né nella stanchezza, né nel dolore, ma si conservasse sempre eguale, sempre giovane, sempre lieto, sempre vigoroso; vi risuonavano melodie angeliche e dolcissime voci giungevano all'udito; non v'era posto per i serpenti, per gli scorpioni, per il falangio, né v'era alcuna mosca nociva alla salute dell'uomo. Ivi i leoni, le tigri e i leopardi servivano gli uomini; qualunque cosa l'uomo comandava agli uccelli o alle fiere, subito eseguivano riverenti il suo comando sapendo che era carissimo a Dio e da lui amato. Di lì partivano anche quattro fiumi: il primo si chiama Geon, il secondo Fison, il terzo Tigri, il quarto Eufrate, che abbondano di ogni genere di pesci. Non Vi erano latrati di cani, né ruggiti di leoni: tutto era grazioso, mansueto, calmo. La volta del cielo non si oscurava mai con le nubi, non vi rosseggiavano mai le folgori, non rintronavano mai i tuoni, v'era solo una gioia senza fine e una festa senza termine.

[6] Il motivo per cui, poco prima ho ricordato che ivi non v'era posto per il serpente, è perché l'angelo manifestò per mezzo di esso la propria invidia; fu perciò maledetto da Dio e non pot‚ più rimanere, maledetto, in un luogo benedetto Nell'angelo l'invidia nacque allorché vide che nell'uomo c'era l'immagine di Dio, ed anche per il fatto che all'uomo era possibile parlare in tale regione beata con tutti gli uomini. Per questo l'angelo concepì in se stesso l'invidia, entrò nel serpente con la sua potenza angelica, persuase la moglie di Adamo a mangiare del frutto dell'albero, che Dio aveva proibito sotto pena di morte; e dopo ciò la moglie, avendo errato, sedusse il marito. Avendo prevaricato tutti e due furono mandati qui su questa terra, arida e deserta, in esilio, lungi dalla regione della vita in quella della morte; l'autore della colpa, identificato nel serpente, ricevette una eterna maledizione.

Ebbe pietà di questo fatto e di questa condizione degli uomini lo stesso Figlio di Dio, il quale aveva creato l'uomo conformemente all'ordine del Padre suo, e, di fronte alla nostra debolezza, si degnò di assumere la forma umana, senza perdere la sua divinità. Questo è l'uomo Gesù Cristo che riscattò l'uomo e vinse il diavolo soffrendo il patibolo della croce; sopportò derisioni e insulti, e vinse la morte con la sua morte, per riaprire il Paradiso risorgendo. Affinché nessuno ne dubitasse, Cristo fece sì che vi entrassero tutti quanti credono in lui, e per primo lo stesso ladrone, al quale, dal legno della croce, scrollò di dosso il legno della prevaricazione, e a tutte le altre anime sante, che escono da questo corpo, aprì il Paradiso; infine, a quelli che risorgono nell'ultimo giorno aprì anche i regni dei cieli affinché vi possano entrare. Così dunque, purché lo si voglia, è possibile correre alla vita e al Paradiso, donde il nostro padre carnale Adamo fu scacciato e perciò ci generò tutti in questo esilio, mentre il Signore nostro Gesù Cristo ci aprì le porte del Paradiso affinché ritorniamo a quella patria nella quale non v'è posto per la morte e nella quale regna eterna la gioia".

[7] Mentre l'apostolo parlava di queste cose, si verificò un fatto luttuoso: si piangeva per la morte del figlio del re. Al suo funerale partecipavano i maghi, i quali non potendolo risuscitare cercavano di persuadere il re che il figlio era stato rapito dagli dèi nel loro numero, per essere uno degli dèi, al quale era dunque doveroso innalzare una statua e un tempio.

Udito ciò, l'eunuco Candace, entrato dalla regina, le disse: "Comandate che siano fermati questi maghi! Prego che venga da noi l'apostolo di Dio, Matteo. Se egli lo risusciterà, farai in modo che costoro siano arsi vivi, perché tutti i mali nella nostra città accadono appunto a causa loro".

Allora per ordine di Candace, uomo onorato presso il re, furono inviati alcuni i quali pregarono l'apostolo e lo introdussero con onori dal re. Mentre Matteo entrava, gli si prostrò ai piedi Eufenissa, regina dell'Etiopia, dicendo: "Riconosco che tu sei l'apostolo mandato da Dio per la salvezza degli uomini e che sei discepolo di colui che risuscitava i morti e allontanava dagli uomini tutte le malattie con un suo comando. Or dunque vieni ed invoca il suo nome sul defunto mio figlio: credo infatti che se così farai, egli rivivrà". E l'apostolo a lei: "Tu, finora, non hai udito dalla mia bocca la predicazione del mio Signore Gesù Cristo, e come puoi dire: "Credo"? Sappi comunque che tuo figlio ritornerà a te".

Entrato, alzò le mani al cielo, dicendo: "Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, tu che hai mandato il tuo Figlio Unigenito dal cielo sulla terra per la nostra restaurazione, per allontanarci dall'errore e per mostrarci che tu sei il vero Dio, ricordati delle parole del Signore Gesù Cristo Figlio tuo: "In verità vi dico che tutto ciò che chiederete nel mio nome, al Padre mio, egli ve lo concederà". Affinché dunque le genti conoscano che all'infuori di te non v'è altro onnipotente, e sia dimostrata vera questa asserzione della mia bocca, questo fanciullo riviva". E presa la mano del defunto disse: "In nome del Signore mio crocifisso, sorgi Eufranore". E il fanciullo subito risorse.

A questa vista il cuore del re si spaventò; comandò che gli si portassero corone e porpora, mandò araldi per la città e per le diverse province dell'Etiopia, dicendo: "Venite nella città a vedere Dio nascosto nella apparenza di un uomo".

[8] Essendo affluita tutta una moltitudine con ceri, pietre, incenso e tutto il necessario per il sacrificio, l'apostolo del Signore, Matteo, si rivolse a tutti con queste parole: "Io non sono Dio, ma servo del Signore mio Gesù Cristo, Figlio di Dio onnipotente, il quale mi mandò a voi, affinché abbandoniate il falso culto dei vostri dèi, e vi convertiate al vero Dio. Ché se voi mi credete Dio, pur essendo io uomo simile a voi, quanto più dovete credere Dio colui al quale mi professo servo e nel cui nome ho risuscitato questo figlio del re. Voi tutti che avete compreso l'evidentissimo motivo di tutto ciò, allontanate dalla mia vista oro, corone d'oro e argento; vendeteli, innalzate un tempio al Signore e vi riunirete colà per ascoltare la parola del Signore".

A queste parole si riunirono undicimila uomini, lavorarono per trenta giorni, portarono a termine il sacro tempio, che Matteo chiamò "chiesa della Risurrezione", poiché l'occasione dell'erezione era stata una risurrezione.

Matteo presiedette quella Chiesa per ventitr‚ anni. Vi stabilì presbiteri e diaconi, li distribuì per città e villaggi ed eresse in diverse località molte Chiese. Furon battezzati anche il re Eglippo, la regina Eufenissa e il figlio risuscitato, Eufranore; la figlia, Ifigenia, battezzata, rimase vergine di Cristo.

Nel frattempo i maghi, pieni di timore, fuggirono in Persia. Sarebbe troppo lungo raccontare a quanti ciechi fu restituita la vista, quanti paralitici furono guariti, quanti furon liberati dai demoni e quanti furono i morti risuscitati dall'apostolo.

Il re rimase cristianissimo e così la onorevolissima sua consorte, e con essi l'esercito e il popolo tutto dell'Etiopia. Sarebbe troppo lungo narrare come tutte le statue e tutti i templi siano stati distrutti. Tralasciate tutte queste cose a motivo del loro grande numero, narrerò in qual modo l'apostolo abbia consumato la sua santa passione.

[9] Dopo non molto tempo il re Eglippo, in buona vecchiaia, andò incontro al Signore. Il governo del regno lo prese il re Irtaco, suo fratello. Costui voleva prendere in sposa la figlia del defunto re, Ifigenia, che già era stata consacrata a Cristo, aveva preso il sacro velo dalle mani dell'apostolo, ed era a capo di più di duecento vergini; il re tuttavia sperava che per mezzo dell'apostolo avrebbe potuto commuoverne l'animo. Perciò cominciò a trattare con san Matteo; gli disse: "Ti concedo la metà del mio regno, a patto che tu mi permetta di prendere in sposa Ifigenia". A lui il beato apostolo disse: "Secondo una buona consuetudine del re tuo predecessore, ogni sabato si suole convenire là ove predico la parola del Signore; comanda tu stesso che convengano lì tutte le vergini che sono con Ifigenia. Udrai manifestamente quante lodi e quanto bene io dica del matrimonio, e come siano accette a Dio le unioni sante".

Ciò udito, Irtaco si rallegrò e comandò che a quella riunione fosse presente anche Ifigenia, affinché ascoltasse dalla bocca dell'apostolo l'invito ad acconsentire di diventare moglie di Irtaco.

[10] Fattosi nella riunione un grande silenzio, l'apostolo aprì la bocca e disse: "Ascoltate la mie parole, figli tutti della Chiesa, ascoltate e cercate di capire tutto ciò che udite, e rimanga scolpito nei vostri cuori. Il vostro Dio ha benedetto le nozze, ed egli stesso permise che l'amore dominasse nel corpo e nei sensi della carne, affinché il marito ami sua moglie e la moglie ami suo marito. Vediamo però che spesso la moglie odia suo marito fino a causarne la morte con il veleno, la spada e il ripudio: così anche il marito trama spesso contro la propria moglie, essendo tanta la passione della carne, da fare galoppare la mente. Che cosa avverrebbe se nella carne non ci fosse lo stimolo dell'amore? Quindi se questo stimolo svolge la sua funzione per amore a Dio, e l'uomo prende moglie per desiderio di prole e così la donna prende marito, il matrimonio è buono, non è contro il precetto di Dio; questo tuttavia a condizione che la moglie non abbia a conoscere affatto altro uomo, e similmente anche l'uomo abbia assolutamente in orrore la conoscenza di un'altra donna. Se infatti il precetto di Dio viene custodito dai coniugi, esso li purifica da ogni sordida unione. L'immondezza è proprietà del corpo, ed è lavata da Dio attraverso le elemosine e le opere di misericordia; ma non così le colpe: esse non sono lavate se non attraverso lacrime di penitenza. Il matrimonio dunque ha l'immondezza dell'unione, ma non ha colpa. Inoltre in giorni determinati, nella quaresima e nel tempo dei legittimi digiuni, se uno non si astiene sia dal mangiar carne, sia dalla unione dei corpi, non solo incorre nell'immondezza ma anche nella colpa. Non, in verità, perché il mangiare sia colpa; bensì perché peccato e colpa è il mangiare non proporzionatamente. Infine se uno prima mangia cibo carnale e poi, nello stesso giorno nel quale si è nutrito di cibo naturale, indebitamente osa accostarsi al cibo spirituale, diventa reo di colpa, di disonestà riguardo all'uno e all'altro cibo, non per il fatto che ha mangiato, ma perché contro l'ordine, contro giustizia e contro la regola di Dio si è nutrito prima nella carne. Quindi non è una qualunque azione degli uomini che rende colpevoli, bensì è l'irrazionalità di quell'azione che condanna il suo autore.

Spesso abbiamo visto anche omicidi adorare statue e simulacri; certamente è omicida colui che uccide un nemico della pace o un barbaro o un ladro, ma il fatto che un tale omicidio sia buono, non significa proprio che sia buono l'omicidio di un innocente. Spesso anche la bugia, pure essendo cattiva per natura, sembra che diventi buona a seconda delle circostanze. Se infatti tu sei capace di nasconderti per una qualunque ragione da un nemico che ha intenzione di colpirti, ed egli chieda dove mai tu ti sia andato a nascondere, allora sei portato non solo a negare, ma anche a spergiurare. Qui abbiamo due mali, la menzogna e lo spergiuro; e tutti e due i mali tuttavia possono dar luogo ad un buon frutto. Dio non ha stabilito precisi limiti al nostro operato quasi che si possa dire: ho avuto timore di mentire a motivo del suo giudizio, perciò ho tradito quell'uomo; oppure: ho temuto di perdere un soldo, perciò sono incorso nel danno di un'immensa quantità d'oro.

Dunque non vi sono azioni così cattive, che siano sempre cattive per natura, bensì solo per nostra intemperanza. Se ardisce ricevere i misteri dei sacramenti uno che non è stato inondato dall'acqua celeste, trasforma in crimine un atto buono, ed incorre nello stato di eterna pena da quell'azione per la quale poteva essere liberato dal reato di una pena eterna. Così è pure delle nozze: il matrimonio è benedetto da Dio, è da Dio santificato, ed è consacrato con la speciale benedizione di Dio data dai sacerdoti, ma qualcuno vede in esso una certa qual offesa alla Divinità".

[11] Mentre san Matteo diceva queste cose, il re Irtaco e il suo seguito con somme lodi strepitavano oltremodo innalzando lodi; egli, infatti, riteneva che l'apostolo dicesse questo per piegare l'animo di Ifigenia al matrimonio. Ma dopo che cessò il grande clamore delle lodi al suo indirizzo, l'apostolo riprese il discorso e, fattosi silenzio, disse: "Vedete, fratelli e figli, fin dove il nostro discorso sia arrivato, fino ad ammettere che si possa fare un omicidio buono. Quando ad esempio si uccide uno che, se non fosse ucciso, avrebbe potuto uccidere molti innocenti: così ad esempio furono uccisi Golia, Sisara, Aman, così fu troncato il capo di Oloferne, e furono uccisi giustamente coloro che erano nemici delle vostre sedi e del vostro regno. Così è anche dei matrimoni: mentre vengono ratificati, splende in essi l'onestà di un'opera buona, purché siano compiuti santamente, giustamente ed integralmente, irreprensibilmente e in modo integerrimo. Se un servo dunque, osasse usurpare la sposa del re, è evidente che non solo incorrerebbe in una offesa, ma in una colpa così grande che giustamente sarebbe condannato a essere arso vivo, e non già perché prese moglie, ma perché violò la sposa del suo re. Così, anche tu, o re Irtaco, figlio dilettissimo, sapendo che Ifigenia, figlia del re, tuo predecessore, è diventata sposa del re celeste, e consacrata con il sacro velo, come puoi prendere la sposa di uno più potente di te, e unirtela in matrimonio?". A queste parole il re Irtaco, che aveva lodato ognuna delle esposizioni dell'apostolo, si allontanò tutto infuriato.

[12] Ma l'apostolo imperterrito, tranquillo e con maggiore franchezza, proseguì il discorso, dicendo: "Ascoltatemi, voi che temete Dio. Si sa che un re terreno domina per poco tempo; il re dei cieli, invece, regna eternamente; e mentre fa sì che abbiano grandi gaudi quelli che mantengono la fede in lui, così avvolge con tormenti inenarrabili coloro che rinunciano alla fede in lui ed alla santità. Se è da temere l'ira di un re offeso, molto più in verità è da temere l'offesa del re celeste! L'ira dell'uomo infatti, sia essa espressa con supplizi, fuoco o ferro, ha il suo compimento in tormenti temporali; ma l'ira di Dio condanna i peccatori alle eterne fiamme della Geenna. Perciò il Signore e Maestro, Gesù Cristo, presago del futuro, disse: "Vi troverete davanti a re, i quali oltre al flagellarvi e uccidervi, non avranno altro da fare". Per questo vi dico: non temeteli! Temete invece colui che, dopo avervi uccisi, può mandarvi in perdizione e farvi andare nella Geenna. E' costui che dovete temere".

[13] Allora Ifigenia davanti a tutto il popolo si gettò ai piedi dell'apostolo e disse: "Ti scongiuro per quegli stesso, del quale sei apostolo, di imporre, su di me e su queste vergini, le mani, affinché per la tua parola siamo consacrate al Signore, e sfuggiamo le minacce di colui che, ancora vivente mio padre e mia madre, ci lanciava molte minacce per intimorirci, e cercava di adescarci con molti doni. E se osava fare ciò quando essi erano vivi, che cosa non farà mai ora che è padrone del regno?".

L'apostolo, fiducioso nel suo Signore, non temeva Irtaco; ed imponendo il velo sul capo di lei e sul capo di tutte le altre vergini che erano con lei, pronunciò questa benedizione: "Dio, plasmatore del corpo e soffiatore dell'anima, che non disprezzi l'età, non riprovi il sesso, e nessuna condizione consideri indegna della tua grazia, ma sei ugualmente creatore e redentore di tutti: tu che ti sei degnato di scegliere, qual buon pastore, queste tue figlie da ogni ceto, per conservare la corona della perpetua verginità e custodire la purezza dell'anima, circondale con lo scudo della tua protezione: affinché queste, che tu hai preparato al conseguimento di ogni virtù e gloria, sotto la guida della sapienza, vincendo esse le lusinghe della carne e rinunciando ad un lecito matrimonio, meritino l'indissolubile unione con il Figlio tuo, Signore nostro Gesù Cristo. Ti chiediamo, Signore, di premunirle non con armi carnali ma con la grande forza dello Spirito, affinché, proteggendo tu i loro sensi e le loro membra, non possa dominare nei loro corpi il peccato. Su di esse che desiderano vivere sotto la protezione della tua grazia, non prevalga mai colui che difende il male o è nemico del bene, su di esse che sono ormai tanti vasi consacrati al tuo nome. La pioggia benefica della tua grazia celeste estingua ogni naturale ardore, ed accenda la fiamma della perpetua castità. Il loro volto pudico non soffra scandali, né una loro disattenzione offra agli incauti l'occasione di peccare; in esse la verginità sia cauta e splendente, armata di fede integra, di ferma speranza, di carità sincera, affinché agli animi preparati alla continenza sia offerta la forza necessaria per superare tutte le insidie del diavolo; e disprezzando le cose presenti, perseguano le future, preferiscano i digiuni alle orge carnali, antepongano le lezioni sacre alle gozzoviglie. Nutrite di orazioni, complete nella dottrina, illuminate dalle veglie, esercitino l'attività della grazia verginale. Fortifica queste che sono tue con le armi della virtù internamente ed esternamente, e disponi loro un cammino verginale senza ostacoli; affinché siano capaci di percorrerlo fino al termine, per i meriti dello stesso Signore nostro Gesù Cristo, redentore delle anime nostre, al quale, con Dio Padre e con lo Spirito santo, sia onore e gloria ora e sempre per tutti i secoli dei secoli".

[14] Quelle risposero: "Così sia!". Egli poi celebrò i misteri del Signore. Congedata l'assemblea, egli si trattenne perché presso l'altare, dove era stato da lui celebrato (il sacrificio del) corpo di Cristo, avesse il trionfo, davanti a tutti, il martirio dell'apostolo. Pertanto non molto tempo dopo, un sicario mandato da Irtaco, colpì di spalle l'apostolo che pregava a mani tese, e così con un colpo di spada lo rese martire di Cristo.

Udito ciò, tutto il popolo si diresse con il fuoco contro il palazzo; ma verso il popolo infuriato corsero tutti i presbiteri, i diaconi e i chierici, insieme ai discepoli del santo apostolo, dicendo: "Non vogliate agire contro il precetto del Signore! Anche l'apostolo Pietro, impugnata la spada, portò via l'orecchio di Malco, che con la turba aveva catturato il Signore, ma affinché non apparisse che egli volesse vendicare il proprio arresto, ne ordinò la riparazione facendo in modo che l'orecchio amputato fosse rimesso al suo posto; l'apostolo obbedì e l'orecchio subito si rinsaldò. E allora il Signore disse a Pietro: "Forse che il Padre mio, se io volessi, non potrebbe mettermi a disposizione più di dodicimila legioni di angeli?". Celebriamo dunque tutti con gioia il martirio dell'apostolo, e restiamo in attesa di quanto il Signore vorrà disporre".

[15] Frattanto Ifigenia, la santissima vergine di Cristo, elargì ai sacerdoti e al clero tutto ciò che possedeva in oro, in argento e in pietre preziose, dicendo: "Innalzate una chiesa degna dell'apostolo di Cristo; quanto supererà, distribuitelo ai poveri; è necessario che io sostenga la lotta con Irtaco".

Dopo queste cose si verificò un secondo fatto a proposito di Ifigenia: il re Irtaco, lusingandosi di potere giungere ad ottenere il suo consenso, le mandò le mogli di tutti i nobili. Ma questo non gli fu possibile; convocò allora i maghi, affinché la rapissero con l'aiuto dei demoni. Poiché non potevano compiere ciò neppure essi, fece appiccare il fuoco all'edificio nel quale Ifigenia, rimanendo con le vergini di Cristo, conversava col suo Signore giorno e notte.

Ma mentre intorno ardeva il fuoco, apparve un angelo del Signore insieme all'apostolo Matteo, dicendo: "Ifigenia, sta calma e non spaventarti tra queste fiamme; esse ritorneranno a colui dal quale sono state suscitate". Mentre le fiamme crepitavano intorno al pretorio ove era la santa Ifigenia, Dio fece levare un vento fortissimo e cambiò la direzione di quell'incendio dalla dimora della sua vergine, dirigendolo verso il palazzo di Irtaco che fu distrutto al punto che in pratica non si salvò nulla di quanto v'era. Irtaco riuscì ad uscire con il suo unico figlio, ma sarebbe stato meglio se fosse perito.

In suo figlio entrò un demone violentissimo: con una corsa pazza lo portò al sepolcro dell'apostolo Matteo; le mani legate dietro la schiena dallo stesso diavolo, fu costretto a confessare i crimini del padre. I segni della elefantiasi colpirono lo stesso Irtaco da capo a piedi; non potendo i medici curare tale malattia, egli impugnò la spada contro di sè: si trafisse, compiendo così un degno supplizio; la spada con la quale aveva colpito alle spalle l'apostolo del Signore, gli trapassò lo stomaco.

Dopo ciò, tutto il popolo saltò di gioia per la di lui morte; a capo di tutto l'esercito fu posto il fratello di Ifigenia, di nome Beor, il quale, per merito di Ifigenia, aveva ricevuto la grazia del Signore dalla mano di Matteo. Costui pertanto all'età di venticinque anni cominciò a regnare in Etiopia e mantenne il regno per sessantatr‚ anni. La sua vita giunse agli ottantotto anni. Mentre era ancora vivo, mise a capo dell'esercito il primo dei suoi figli, e il secondo lo nominò re; vide i figli dei suoi figli, fino alla quarta generazione; ebbe una saldissima pace con i Romani ed i Persiani. Inoltre tutte le province dell'Etiopia furono piene di chiese cattoliche, fino al giorno d'oggi, per merito di Ifigenia.

Quivi accadono cose meravigliose allorché si celebra il beato apostolo. Egli fu il primo a scrivere, in ebraico, il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo che, con il Padre e lo Spirito santo, vive e regna nei secoli dei secoli.

LIBRO VIII
Gesta compiute in India dall'apostolo Bartolomeo


[1] Dagli storiografi risulta che le Indie sono tre. La prima è l'India che è rivolta verso l'Etiopia; la seconda si estende verso i Medi; la terza è il termine dell'Asia. Infatti nella parte occidentale si estende la regione delle tenebre; nella parte opposta c'è l'oceano.

Intanto l'apostolo Bartolomeo, giungendo in India, entrò nel tempio dell'India, nel quale c'era la statua di Astarot, e a guisa di pellegrino prese a dimorarvi. In questa statua c'era un demonio, che dicevasi capace di curare i fiacchi e di ridar la vista ai ciechi che egli stesso aveva accecato. Quegli uomini erano, infatti, senza il vero Dio, ed ingannati da un falso dio. Costui inganna nel seguente modo coloro che non hanno il vero Dio: infligge loro dolori, infermità, menomazioni e pericoli; dà responsi affinché gli si sacrifichi; allorché abbandona quelli dei quali s'era impossessato, tutti li pensano sanati da lui. Evidentemente agli stolti può sembrare che egli guarisca, mentre ripara al male non sanandolo, ma cessando dalla sua azione menomatrice: mentre cessa di recar impedimento, si crede che abbia curato.

Allorché san Bartolomeo permaneva colà, Astarot non poteva dare alcun responso, né riparare al male di coloro ai quali l'aveva arrecato: il tempio s'era riempito di malati; a quelli che ogni giorno sacrificavano, Astarot non poteva dare alcun responso; i malati condotti da regioni lontane visto che né sacrificando né dilacerandosi, secondo il loro solito, facevan progressi, si portavano in un'altra città, dov'era venerato un altro demonio di nome Beiret. E sacrificando costì domandarono per qual motivo il loro dio Astarot non era più capace di dar responsi. Beiret rispose: "Il motivo è che il vostro dio è tenuto prigioniero e relegato così da non osare fiatare, né parlare dal momento in cui è entrato colà Bartolomeo". Gli domandarono: "Ma chi è questo Bartolomeo?". Rispose il demone: "E' l'amico di Dio onnipotente venuto in questa provincia, per togliere di mezzo gli dèi venerati dagli Indi". E quelli a lui: "Dicci le sue caratteristiche, al fine di poterlo trovare, giacché tra tante migliaia di persone è per noi difficile riconoscerlo".

[2] Rispose il demone e disse: "Il suo capo ha capelli neri e crespi. La sua carne è bianca, gli occhi grandi, le narici regolari e diritte, le orecchie coperte dai capelli del capo, la barba è fluente con pochi capelli bianchi; di statura è normale, né piccola né grande. Indossa una tonaca bianca, rigata di porpora; è coperto da un mantello bianco avente una gemma purpurea ad ogni punta dei quattro angoli. Son ormai passati ventisei anni dacché i suoi abiti non si sporcano! Anche i suoi sandali, dalle larghe cinghie, per venticinque anni non sono ancora invecchiati Cento volte al giorno e cento volte alla notte prega ginocchioni Dio.

La sua voce è forte come quella di una tromba. Con lui camminano gli angeli di Dio, i quali fanno sì che egli non si affatichi, né abbia fame: ha sempre lo stesso aspetto e lo stesso animo, ad ogni momento egli è ilare e giocondo. Prevede tutto, sa tutto, parla ed intende ogni lingua degli uomini. Così è colui sul quale voi m'interrogate, su di lui vi do il responso, che egli già conosce. Gli angeli di Dio gli prestano servizio ed essi stessi gli annunciano tutto. E allorché comincerete a presentargli domande, se vuole vi si mostrerà, e se non vuole non potrete vederlo. Vi esorto poi, allorquando lo troverete, di chiedergli che non venga qui, o che gli angeli che sono con lui non mi facciano quel che hanno fatto al mio collega Astarot".

[3] Quelli allora ritornarono e presero a girare per tutti gli ospizi dei pellegrini a esaminare il volto e gli abiti di ognuno, ma per due giorni non lo trovarono.

Avvenne intanto che un tale invaso dal demonio si mise a gridare: "Apostolo Bartolomeo, le tue preghiere mi bruciano". E l'apostolo a lui: "Taci, disse, ed esci da lui". E subito fu liberato quell'uomo che per molti anni era stato fiaccato dal demonio.

Polimio, re di quella provincia, che aveva una figlia lunatica, seppe del caso dell'indemoniato e della sua liberazione, e mandò alcuni i quali lo pregarono dicendo: "La mia figlia versa in cattive condizioni; come hai liberato Pseustio, che ha sofferto per molti anni, così, ti prego, sana mia figlia". L'apostolo allora levatosi, si diresse dal re ed entrò presso la figlia; appena la vide essa appariva come stretta da catene, onde cercava di afferrare tutto e tutti con morsi, squartava e uccideva quelli che riusciva a trattenere, tanto che nessuno osava avvicinarsi ad essa; per prima cosa l'apostolo comandò che fosse sciolta dalle catene; e poiché i servi non avevano il coraggio di stendere le mani, l'apostolo disse: "Ormai io tengo avvinto il nemico, che era in essa, e voi ancora ne avete paura? Orsù, andate a scioglierla, alzatela e rifocillatela, e domani mattina conducetela a me". Essi andarono, fecero come aveva loro ordinato l'apostolo, e il demone in seguito non la travagliò più in alcun modo. Appena il re seppe la cosa caricò cammelli di oro e di argento, di gemme e di vestiti, e prese a chiedere dell'apostolo, ma non lo trovò più; e così tutto fu riportato al palazzo del re.

[4] Avvenne poi che, passata la notte, e mentre stava cominciando l'aurora del nuovo giorno, a porte chiuse, apparve al re l'apostolo nella sua stessa camera dicendo: "Perché mi hai ricercato tutto il giorno, con oro, argento, gemme e vestiti? Questi doni sono necessari a quelli che cercano le cose terrene; io invece non desidero niente di terreno o di carnale. Voglio perciò che tu sappia che il Figlio di Dio si degnò nascere dall'utero di una vergine come uomo, così che un uomo nato dalla vulva di una vergine tra gli stessi segreti di una vergine avesse con sè quel Dio il quale fece il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che esso contiene. Nato come uomo, costui, con il parto di una vergine, cominciò ad avere l'inizio della vita come uomo, lui il cui inizio è prima di tutti i secoli da Dio Padre. Fu da sempre senza inizio, e diede origine a tutte le creature sia visibili che invisibili. Questa vergine poi, non desiderando assolutamente alcun uomo, fece per prima al Dio onnipotente il voto di osservare la verginità. Dissi "per prima" perché da quando l'uomo è stato fatto, all'inizio dei secoli, nessuna mai formulò tale voto a Dio; ella quindi fu la prima donna che stabilì questo in cuor suo dicendo: "Signore, ti offro la mia verginità". Non aveva imparato ciò da nessuno né era stata sollecitata all'imitazione da un esempio; aveva stabilito di restare vergine in modo speciale per amore di Dio. A lei, ritiratasi nella sua celletta, apparve l'angelo Gabriele, risplendente come sole; ed a lei spaventata da tale visione, l'angelo disse: "Non temere Maria, perché tu concepirai". Ella, tranquillizzatasi, domandò con calma: "Come avverrà ciò, senza che io conosca uomo?". E l'angelo a lei: "Per questo lo Spirito santo verrà su di te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà. Quindi il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio".

Questi, dopo la sua nascita, accettò di essere tentato dal diavolo, da colui che aveva vinto il primo uomo convincendolo a prendere dall'albero proibito da Dio il frutto e mangiarne; permise dunque a quello di avvicinarglisi; e come aveva detto ad Adamo, cioè al primo uomo, tramite la di lui moglie "mangia" e quegli mangiò, onde fu scacciato dal Paradiso nell'esilio di questo mondo ove diede origine a tutto il genere umano, così disse a lui: "Ordina a queste pietre che diventino pane, e mangiane affinché non soffra la fame". A lui rispose Cristo: "Non solo di pane vive l'uomo, ma di ogni parola di Dio". Questo demonio dunque, che aveva avuto il sopravvento su di un uomo col farlo mangiare, perse questa sua vittoria ad opera di un uomo che faceva digiuno ed era temperante. Era giusto che colui il quale aveva vinto il figlio della vergine fosse vinto dal Figlio della Vergine".

[5] Allora il re Polimio gli domandò: "E come fu la prima ad essere vergine quella da cui è nato l'uomo Dio?". L'apostolo rispose: "Rendo grazie a Dio, perché ascolti con diligenza; dicendo "primo uomo" ho voluto indicare Adamo, fatto dalla terra; quella terra, dalla quale egli era stato fatto, era vergine, perché non era stata contaminata da sangue umano, né era stata tratta dal sepolcro di un morto. Era evidente, come dissi, che colui il quale aveva vinto il figlio della vergine fosse vinto dal Figlio della Vergine. E perciò, come uno che esce vincitore dalla lotta contro un tiranno manda i suoi soci in ogni terra di questo tiranno, affinché innalzino le insegne trionfali del loro re vittorioso, così quest'uomo vittorioso, Cristo Gesù, mandò noi in tutte le province, affinché togliamo di mezzo i satelliti del diavolo, che occupano insistentemente i templi e sottraiamo al potere di colui che è stato vinto gli uomini che li venerano. Per questo non accettiamo argento ed oro, anzi li disprezziamo, così come anche lui li ha disprezzati. Desideriamo essere ricchi là dove regna unicamente il suo dominio, là dove non c'è languore né malattia né tristezza né morte; bensì felicità perpetua e beatitudine perenne, gaudio senza fine, e le delizie durano in eterno. Per questo, entrato nel vostro tempio, io tengo prigioniero il demone che dall'idolo pronunciava responsi, con l'aiuto degli angeli di colui che mi mandò.

Per la qual cosa se sarai battezzato e concederai di essere illuminato, ti farò vedere e conoscere quanto sia il male che ti schivi. Ascolta con quale artificio il demone cura tutti quelli che giacciono nel tempio malati, ingannandoli: siccome il diavolo vinse il primo uomo, come più volte ho detto, in forza di quella stessa pessima vittoria esercita il suo potere in alcuni, a quanto pare, in grado maggiore, ed in grado minore in altri, in quelli cioè che peccano di meno. Egli stesso, il diavolo, fa ammalare gli uomini con i suoi artifizi e persuade costoro a credere agli idoli. E appena ha potere sulle loro anime, cessa dall'infierire su di essi solo quando dicono ad una pietra o ad un metallo: "Tu sei il mio dio". Ma poiché il demone che si nascondeva nella statua è tenuto da me prigioniero, egli non può dare alcun responso a quelli che gli sacrificano e lo adorano. E se vuoi provare che è proprio così, gli comanderò di entrare nella sua statua e farò sì che egli stesso confessi proprio questo, che cioè è prigioniero e che non può più rilasciare responsi". Gli dice il re: "Domani, all'ora prima, i sommi sacerdoti si troveranno pronti a sacrificargli, ed io verrò subito dopo di loro, per assistere a questo avvenimento mirabile".

[6] Il giorno seguente, all'ora prima del giorno, il demone prese a gridare verso i sacrificanti: "Cessate, o miseri, dal sacrificarmi, affinché non abbiate a soffrire patimenti peggiori dei miei; io sono tenuto prigioniero con catene di fuoco dagli angeli di Gesù Cristo, che fu crocifisso dagli Ebrei, nella convinzione che egli potesse essere tenuto prigioniero della morte; egli invece rese prigioniera la stessa morte, nostra regina; egli legò con vincoli di fuoco lo stesso nostro principe, lo sposo della morte; al terzo giorno il vincitore della morte e del diavolo risuscitò e diede il contrassegno della sua croce ai suoi discepoli che mandò in tutte le parti dell'orbe; tra questi qui ve n'è uno che tiene me prigioniero. Io poi chiedo che voi lo preghiate per me, affinché mi lasci andare in un altra provincia".

Udito ciò, Bartolomeo disse: "Confessa, immondissimo, chi ha danneggiato tutti costoro che qui soffrono malattie di ogni genere". Rispose il demone: "Il nostro principe, il diavolo, che ora è stato legato, è colui che ci manda presso gli uomini, affinché dapprima ne danneggiamo il corpo, dal momento che non possiamo dominare le anime degli uomini, se non dopo che ci hanno sacrificato. Allorché ci hanno offerto sacrifici per la salute del loro corpo, cessiamo dall'affliggerli, avendo ormai cominciato a possederne le anime. E' così dunque che, cessando dal danneggiarli, sembriamo curarli, e siamo venerati come dèi: certo siamo demoni, satelliti di colui che Gesù crocifisso, Figlio della Vergine, ha reso prigioniero. Dal giorno in cui l'apostolo Bartolomeo giunse qui, io sono consumato, avvinto da catene ardenti, e parlo perché egli così ha comandato! Altrimenti, alla sua presenza, non avrebbe osato parlare, in verità, neppure lo stesso nostro principe".

Allora l'apostolo, rivolto al demone, disse: "Perché non salvi tutti quelli che vennero da te?". Rispose il demone: "Se noi danneggiamo i corpi, senza però aver potuto danneggiare le anime, i corpi rimangono danneggiati". L'apostolo allora, rivolto alla moltitudine: "Ecco il dio che veneravate, ecco colui che voi credevate potesse curarvi. Ascoltate ora da me il vero Dio, vostro creatore che sta nei cieli. Non credete a pietre inerti. Ma se volete che io preghi per voi e che tutti costoro ritornino ad essere sani, buttate giù quest'idolo ed infrangetelo. E allorché avrete fatto così, dedicherò questo tempio al nome di Cristo e consacrerò voi tutti col Battesimo in questo tempio di Cristo".

Allora per ordine del re tutti quanti presero funi e carrucole ma non potevano abbattere l'idolo. L'apostolo perciò disse loro: "Scioglietene i vincoli". Sciolte tutte le funi, disse al demone che era in esso: "Se non vuoi che ti faccia precipitare in un abisso, esci da questa statua, infrangila e poi vattene nel deserto dove non c'è né uccello che vola, né aratore che ara, né mai risuonò la voce dell'uomo". E quello subito uscendo demolì ogni genere di idoli; fece a pezzi non solo il grande idolo, ma anche le insegne ornamentali e distrusse ogni pittura

[7] Allora tutta la gente, a una voce, prese a gridare "Uno è il Dio onnipotente, quello che il suo apostolo Bartolomeo predica". Ciò fatto, l'apostolo, innalzando le mani al cielo, disse: "Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, che hai mandato l'unigenito Figlio tuo, Dio nostro e Signore nostro, affinché ci redimesse con il suo sangue e ci facesse figli tuoi. Tu che sei riconosciuto come vero Dio, che sei sempre lo stesso e permani immutabile: unico Dio, Padre, non generato, e unico Figlio suo, l'unigenito Signore nostro Gesù Cristo, e un solo Spirito santo, luce e maestro delle nostre anime, che ci ha conferito il potere di dare la salute agli infermi, la vista ai ciechi, di mondare i lebbrosi, di rendere liberi i paralitici, di fugare i demoni, di risuscitare i morti. Ci disse anche: "In verità vi dico che qualunque cosa chiederete al Padre mio in mio nome egli ve la darà". Chiedo quindi, nel suo nome, che tutta questa moltitudine sia salva, che sappiano tutti che tu sei unico Dio in cielo, in terra ed in mare, che ridai la salvezza per lo stesso Signore nostro Gesù Cristo per mezzo del quale a te, Signore e Padre, è onore e gloria in unità con lo Spirito santo per tutti i secoli dei secoli".

Avendo tutti risposto: "Così sia!", apparve un angelo del Signore, risplendente come il sole, avente le ali. E volando ai quattro angoli del tempio, scolpì col suo dito sui blocchi quadrati un segno di croce dicendo: "Questo dice il Signore che mi ha mandato: "Come voi tutti siete mondati dalla vostra infermità, così io ho purificato questo tempio da ogni sozzura e da chi vi abitava, al quale l'apostolo di Dio ha ordinato di andare in luogo deserto e lontano dagli uomini". Inoltre il Signore, alla cui vista non dovete spaventarvi, mi ordinò di insegnarvi a fare quel segno che prima io ho tracciato su queste pietre; anche voi fate, col vostro dito, lo stesso segno sulla vostra fronte, e fuggiranno lontano da voi tutti i mali".

L'angelo del Signore mostrò poi loro un egiziano gigante; più nero della fuliggine, dalla faccia affilata e una lunga barba, capelli lunghi fino ai piedi, e occhi di fuoco come ferro incandescente, dalla bocca sprigionava scintille e dalle narici uscivano fiamme sulfuree; aveva ali spinose come un istrice, e le mani legate dietro le spalle, stretto con catene di fuoco. L'angelo del Signore gli disse: "Poiché hai ascoltato la voce dell'apostolo, e mondato questo tempio da ogni genere di sozzura, secondo la promessa dell'apostolo, ti libererò perché te ne vada là dove non c'è e non ci può essere consorzio umano; ivi resterai fino al giorno del giudizio". Dopo che fu sciolto, emise un ululato spaventoso, se ne volò via e non fu mai più visto. Sotto lo sguardo di tutti se ne volò via in cielo anche l'angelo del Signore.

[8] Il re allora, con la moglie ed i figli, tutto l'esercito, tutto il popolo che era stato salvato, e anche quello delle vicine città che appartenevano al suo regno, credette e fu battezzato; deposte la corona e la porpora, prese a seguire l'apostolo.

Frattanto i sommi sacerdoti di tutti i templi si riunirono presso il re Astiage, suo fratello maggiore, e gli dissero: "Tuo fratello si è fatto discepolo di un mago che usurpa per sè i nostri templi e distrugge i nostri dèi".

Mentre essi, tra le lagrime, riferivano queste cose, il re Astiage indignato, mandò mille uomini armati con i sommi sacerdoti, perché, appena trovato l'apostolo, glielo conducessero prigioniero.

Eseguito ciò, Astiage gli domandò: "Sicché sei tu che hai pervertito mio fratello?". E l'apostolo a lui: "Io non l'ho pervertito - disse - ma l'ho convertito". Gli domandò di nuovo il re: "Tu sei colui che ha fatto distruggere i nostri dèi?". Rispose l'apostolo: "Ai demoni che erano in essi, io ho dato il potere di abbattere gli idoli nei quali dimoravano, affinché tutti gli uomini, abbandonato l'errore, credessero nel Dio onnipotente che sta nei cieli". E il re a lui: "Come sei riuscito a far sì che mio fratello lasciasse il suo dio e credesse al tuo Dio, così io riuscirò a far sì che tu abbandoni il tuo Dio e creda al mio e a lui sacrifichi". Gli disse l'apostolo: "Il dio che tuo fratello adorava io l'ho mostrato legato e prigioniero, e ho fatto sì che egli stesso distruggesse la sua propria statua. Se tu sarai capace di fare ciò al mio Dio potrai obbligarmi a sacrificargli; se invece non riuscirai a far nulla al mio Dio, io demolirò tutti i tuoi dèi e tu crederai al mio Dio".

[9] Mentre così parlava fu annunciato al re che il suo dio Vualdath era caduto e s'era ridotto in pezzi. Il re, indignato, si strappò la veste di porpora che aveva addosso, e fece colpire con bastoni il beato Bartolomeo; comandò poi che fosse decollato.

Frattanto la gente, che per opera sua aveva creduto, unitamente al re Polimio, udito l'accaduto, venne da dodici città e portò via con inni e con ogni onore il di lui corpo.

Nel trentesimo giorno della sua deposizione, il re Astiage fu colto da un demonio e venne al tempio; così fu pure dei sommi sacerdoti pieni di demoni; quivi soffrirono e confessando l'apostolato di Bartolomeo morirono: ne seguì timore e paura per tutti gli increduli. Poi tutti credettero e furono battezzati dai presbiteri ordinati dall'apostolo Bartolomeo

Infine, per rivelazione e con la acclamazione di tutto il popolo, l'apostolo ordinò vescovo lo stesso re Polimio; egli da allora, in nome dell'apostolo prese a compiere molti segni e tenne l'episcopato per vent'anni. Alla fine, compiuto tutto, dopo avere ben disposto e stabilito ogni cosa se ne andò al Signore: al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli. Così sia.

LIBRO IX
Notizie sulle opere compiute dal beato Tomaso in India


[1] La fede evangelica narra che il beato Tomaso con gli altri discepoli fu scelto all'ufficio dell'apostolato e fu chiamato dal Signore Didimo, che vuol dire gemello.

Sebbene sia apparso diffidente a proposito del Signore risorto, per il fatto che agli altri discepoli, i quali affermavano di aver visto il Cristo, egli disse che non avrebbe creduto se prima non avesse messo le sue mani nelle ferite e nei luoghi delle piaghe, fu tuttavia rimproverato subito dal Maestro che gli era apparso.

Confermato nella fede, dopo aver ricevuto il dono dello Spirito santo, inviò Taddeo, uno dei settanta discepoli, presso il re Abgar della città di Edeliena, per curarlo dalla sua infermità secondo le parole che gli erano state scritte dal Signore: cosa che Taddeo compì accuratamente, non appena giunse, imponendo sul re il segno della croce e guarendolo così da ogni infermità.

Mentre avveniva questo, Tomaso si trovava a Gerusalemme: qui dietro l'impulso divino gli fu ordinato di entrare nell'India, al fine di mostrare la luce della verità ad un popolo che giaceva nelle tenebre. Ricordo di aver letto tempo fa un libro, nel quale si trattava del suo viaggio e delle opere da lui compiute in India; poiché la sua attendibilità è sospetta e da alcuni non è accettata, lasciando da parte le cose inutili, ricorderò da questo libro ciò che è accertato, per fare cosa gradita ai lettori e per rafforzare la Chiesa.

[2] Il beato Tomaso, essendo stato avvertito ripetutamente dal Signore, come abbiamo detto, di entrare nelle regioni dell'India meridionale, egli quasi come Giona fuggì dal cospetto del Signore, differì la partenza, e non adempì ciò che era disposto dall'alto; gli apparve perciò il Signore in una visione

notturna, dicendogli: "Non temere, Tomaso, di dirigerti in India, poiché io sono con te e non ti abbandonerò; là ti glorificherò e porterai a termine un buon combattimento, rendendomi testimonianza al cospetto degli uomini di quella terra; di lì ti prenderò con gloria e ti stabilirò con i tuoi fratelli nel mio regno. Sappi infatti che è necessario che colà tu soffra molto per me, affinché con il tuo insegnamento conoscano tutti che bio sono il Signore". Il beato apostolo disse: "Di grazia, Signore, non mandare colà il tuo servo; quella regione è lontana e difficile, e gli abitanti del luogo sono iniqui ed ignorano la verità".

In quei giorni c'era a Gerusalemme un negoziante indiano di nome Abban, mandato dal re Gundasero allo scopo di trovare in Siria un perito in architettura. A costui Dio apparve in forma umana e disse: "Perché, uomo, sei venuto qui da tanto lontano?". E quegli: "Sono stato mandato - disse - dal mio signore, il re dell'India, per cercare un architetto che possa innalzargli palazzi". Il Signore gli rispose: "Io ho un servo che se tu vorrai, potrai acquistare".

E subito condusse il negoziante alla casa di Tomaso, e additandolo disse: "Questi è il mio servo architetto, di cui ho parlato. Mettetevi d'accordo sul prezzo. Non appena lo avrà accettato, conducilo dove vuoi". Ciò fatto, il negoziante prese il santo Tomaso e lo condusse alla sua nave.

[3] Saliti sulla nave, dopo tre mesi, giunsero nell'India meridionale. Il negoziante rimase stupito per la velocità, soprattutto perché quel viaggio, che altre volte si compiva appena nel giro di tre anni, ora era stato compiuto in tre mesi. Scesi dalla nave, entrarono nella prima città dell'India e udirono suonare musiche e videro tutta la cittadinanza che applaudiva con grande gioia. Interrogarono uno del popolo di cosa si trattasse e questi rispose: "Il nostro re sposa oggi l'unica sua figlia. Per questo c'è allegria in questa città; penso che gli dèi ti abbiano condotto in questo posto perché fossi presente ai festeggiamenti". Mentre essi parlavano insieme di tali cose, risuonò improvvisa la voce di un banditore che si spandeva poi per tutta la città esclamando: "Ascoltate, voi tutti che vi trovate qui, ricchi e borghesi, pellegrini e poveri. Avvicinatevi al palazzo del re e saziatevi, godete e siate allegri. Se qualcuno si sottrarrà a questa comune festa sappia che è reo verso sua maestà".

Udito ciò il negoziante disse all'apostolo Tomaso: "Andiamo anche noi, per non essere colpevoli verso il re". Entrati nel palazzo, fu loro ordinato di stendersi sul divano. L'apostolo Tomaso si pose in mezzo mentre tutti erano rivolti verso di lui, sapendo che era uno straniero.

A queste nozze c'era anche una fanciulla ebrea, che cantava salmi; la quale avendo udito che il beato Tomaso pregava e benediceva Iddio, capì che era della sua regione e si voltava sempre verso di lui, e non desisteva dal guardare e ammirare il suo volto. Ed anch'egli, comprendendo che si trattava di una Ebrea, la guardava molto volentieri. Vedendo questo il coppiere del re, mosso da gelosia, allungò uno schiaffo all'apostolo dicendo: "Tu fissi una donna così?". Egli levando al cielo le mani disse: "Il Signore abbia misericordia di te nel giudizio futuro, figlio. Ma ora renda subito ciò che merita alla destra che ingiustamente mi ha percosso".

Era intanto ormai imminente la notte, ed a quelli che stavano a tavola ad un tratto venne a mancare l'acqua per le abluzioni di rito. Per la qual cosa molti si diressero ad attingerne, ma, tardando essi a venire, corse anche il coppiere. Ed ecco che mentre si avvicinava alla fontana gli si fece incontro un grosso leone, che prese il ministro, lo stritolò e lo fece a pezzi; un cane che era lì presente, ne afferrò la mano destra e la portò a casa fra i convitati che mangiavano. Domandandosi essi chi mancasse dei servitori, vennero a sapere che il coppiere era stato ucciso alla fontana e che il leone ne aveva mangiato il corpo, ad eccezione della mano destra che era stata presa da un cane e portata nel convito.

A questa notizia la fanciulla ebrea si alzò di scatto e si gettò ai piedi dell'apostolo gridando a gran voce: "Veramente costui è un servo del Dio vivo, perché tutto quello che ha detto si è subito compiuto". Anche il re, udite queste cose, si prostrò ai suoi piedi dicendo: "Ti prego, uomo di Dio, di supplicare il tuo Dio a favore dell'unica mia figlia che oggi ho affidato ad un uomo: e chiedo che tu vada colà e benedica il giovane e la fanciulla". Ma egli si dimostrava renitente; allora il re costrinse l'apostolo ad andare fino al talamo nuziale. Qui il beato apostolo stese le mani e pregò per essi dicendo: "Ti supplico, Signore, affinché tu spanda la tua benedizione su questi giovani, e ti degni suggerire al loro cuore ciò che è bene essi facciano".

Terminata l'orazione, varcò la porta e, mentre tutti uscivano fuori, il giovane ritornò al talamo; ed ecco apparirgli il Signore con un aspetto simile a quello dell'apostolo Tomaso, il quale si pose a sedere sul suo letto. Il giovane timoroso domandò: "Non sei tu uscito poco fa? Come sei di nuovo entrato qui?". E quegli a lui: "Non sono Tomaso, ma suo fratello; egli, infatti, vi ha affidato a me, perché vi preservi da ogni male. Perciò ascoltate la mia parola. Abbandonate ogni preoccupazione temporale, e credete al Dio vivo predicato dal mio fratello Tomaso: vivete castamente, allontanate da voi ogni cura di questa vita mortale, affinché, divenuti tempio di Dio per la santità della mente e del corpo, possiate acquisire la vita eterna che si protrae senza fine". Così dicendo li benedisse e si ritirò dalla stanza.

[4] Al mattino il re, andato a visitarli, trovò il giovane seduto e la fanciulla vicino a lui, senza verecondia alcuna, così come esige l'ordine nuziale. Il re domandò loro: "Per qual motivo ve ne state così seduti?". E il giovane a lui: "Rendiamo grazie al Signore nostro Gesù Cristo, il quale si è degnato di chiamarci alla sua conoscenza, sicché abbandonate le tenebre seguiamo la luce della sua verità". Alla fanciulla il re domandò: "Perché tu senza alcuna verecondia per l'onore delle nozze, tieni alti gli occhi?". Ed ella: "Queste nozze sono transitorie: perché io sono stata sposata al re dei cieli, il cui talamo è risplendente di grandi monili, le cui nozze sono caste, alla cui mensa non mancano vivande, nella cui casa c'è gioia perenne, giocondità sempiterna e letizia perpetua. Il suo volto è desiderabile da tutti quelli che credono in lui; dalle sue vesti emana il soave odore di profumi diversi; nel suo giardino i gigli biancheggiano perennemente, rosseggiano le rose, le viole e i crochi fioriscono con perpetui germogli".

Mentre ella così parlava, il re si strappò le vesti, dicendo: "Ricerca con cura quel mago che io spontaneamente ho fatto entrare nella mia casa per essere privato dei miei figli. Ecco infatti che sotto l'influsso dei suoi malefici ora si dicono cristiani". Indignato, mandò delle guardie alla ricerca dell'apostolo, ma non lo ritrovarono. Infatti aveva già proseguito con il negoziante verso più lontane regioni dell'India.

I giovani intanto si misero a predicare con costanza la parola del Signore, sì che tutto il popolo per loro mezzo si convertì al Signore; anche il re, padre della fanciulla, pentitosi sinceramente, credette nel Signore Gesù Cristo; e saputo che il beato apostolo dimorava in una regione più lontana dell'India, andò con tutti quelli che avevano creduto, e lo raggiunse; prostratosi ai suoi piedi, pregò di confermare tutti con la grazia del Battesimo. Ciò udendo, l'apostolo gioì e rese grazie al Signore. Dopo un digiuno di sette giorni li battezzò in nome della Trinità. Allora il re pure pregò che gli fossero rasi i capelli: fu ordinato diacono e restò costante nell'insegnamento dell'apostolo.

[5] Nel frattempo il negoziante andò dal re annunciandogli di aver trovato l'uomo che gli era stato comandato; il re, tutto lieto, ordinò che glielo si conducesse davanti, e gli domandò: "Qual è la tua specialità, quale arte conosci?". "Sono servo disse l'apostolo - di un architetto. Sono specializzato nel lavorare in legno, nell'arte di tagliare le pietre ed in tutto ciò che mi viene debitamente comandato". Il re esclamò: "Da tempo ricercavo uno che conoscesse tale arte". E condottolo fuori della città gli mostrò un luogo dicendo: "Se sei un vero architetto, mi dovrai costruire in questo luogo pianeggiante un palazzo. Quando avrai fatto questo, constaterò se sei perfetto anche in tutte le altre cose". L'apostolo rispose: "Il luogo nel quale sarà edificato il palazzo, ove il re abiterà in eterno, è molto adatto; c'è una grande pianura, resa fertile dall'acqua, e gode anche di un'aria salubre". Stabilita la misura della costruzione e lasciata una grossa somma di denaro, il re se ne partì in un'altra città pregando l'apostolo di portare subito a termine quel palazzo.

Presa la somma di denaro, il beato Tomaso se ne andò in giro per le città annunciando la parola di Dio, distribuendo l'oro del re agli indigenti e sanando tutte le infermità del popolo di quella regione.

Trascorsi alcuni giorni, il re mandò dei servi dall'apostolo per vedere la costruzione dell'edificio e sentire se aveva ancora bisogno di qualche cosa. Giunti dall'apostolo fecero quanto loro aveva ordinato il re; l'apostolo disse: "L'edificio è già al termine, sono solo necessarie alcune cose al tetto, che il re mi manderà". Udito ciò dall'apostolo, i servi lo comunicarono al re, il quale mandò del nuovo denaro a Tomaso scongiurandolo di coprire subito l'edificio.

[6] Dopo molto tempo il re, pensando che la costruzione fosse stata completata, andò in quella città ed interrogò i suoi amici, desideroso di sapere qualcosa del palazzo edificato da Tomaso; ma quelli risposero: "Nessun edificio nuovo ha costruito in città, bensì egli va erogando alla gente il tuo oro, predica alla patria il nuovo Dio del quale mai si è udito parlare, e dopo questa vita promette non so qual altra vita eterna, asserendo che vivranno eternamente gli uomini che crederanno nel nome del suo Dio; scaccia i demoni, sana gli infermi, risuscita i morti, e non accetta ricompensa alcuna. Donde è chiaro che egli è un mago ed esercita false seduzioni"

All'udire ciò, il re indignato ordinò che gli fosse condotto davanti e gli disse: "Mostrami l'edificio che hai costruito, altrimenti morirai". E quegli: "L'edificio, che tu o re mi hai ordinato, è già finito, ma non lo puoi vedere ora, bensì nel secolo futuro, quando vi abiterai felicemente". Il re acceso di ancor maggiore furore: "A quanto pare, sei venuto qui - disse - ad ingannarci".

E subito ordinò che fosse rinchiuso in un carcere, unitamente ad Abban, il negoziante.

Il fratello del re sapute queste cose, che cioè il denaro pubblico era stato scialacquato, senza alcun profitto, indignato e dolente del danno subito insieme al fratello, divorato dalla febbre, mise il capo su di un lettino, chiamò il re e gli disse: "Sono giunti i giorni della mia morte. Affido a te la mia casa, sappi che esalo lo spirito. Ti supplico affinché tu ordini immediatamente di decollare quel mago per la nequizia del quale soffro tutto ciò". Ciò detto tacque; e giaceva con gli occhi chiusi, senza prendere cibo e senza proferire parola.

Ma al terzo giorno, aprì gli occhi, chiamò di nuovo suo fratello e gli disse: "Ho ferma speranza che, se ti chiederò qualcosa, tu non me la negherai. Ti prego di passare in mia dotazione il palazzo che quello straniero ti ha edificato". E tra lo stupore, soprattutto perché Tomaso non aveva edificato alcun palazzo, cominciò a spiegarsi dicendo che era stato guidato da due uomini e che gli era stato mostrato il palazzo; e seguitò poi parlando della sua ampiezza, delle finestre, dello splendore, del tetto; i due uomini che lo conducevano gli dissero: "Questa è la dimora che l'apostolo di Cristo, Tomaso, ha costruito per tuo fratello". Dopo queste parole il re disse al suo fratello: "Se questo edificio ti piace, dagli denaro e te ne costruirà uno simile. Io però non abbandonerò la dimora, che con tanta fatica mi sono procurato". Andato poi di gran corsa al carcere liberò l'apostolo, supplicandolo perché gli perdonasse l'offesa inflittagli, chiedendo con insistenza di ricevere il distintivo della beata croce e di credere al suo Dio. Il beato apostolo ordinò loro un digiuno di sette giorni, e predicò la parola del Signore. Al settimo giorno, battezzò il re e suo fratello, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo; e dopo di loro battezzò ancora molta gente. Mentre il re e suo fratello uscivano dal lavacro, vide un giovanetto in veste bianca, con una grande lampada, che diceva: "Pace a voi!". E subito scomparve dai loro occhi.

[7] Più tardi, mentre l'apostolo usciva dalla città, gli si fece incontro una donna, posseduta da uno spirito impuro. Appena vide l'apostolo, lo spirito la sbatt‚ per terra dicendo: "Che c'è tra me e te, o apostolo del sommo Dio? Sei venuto prima del tempo a scacciarmi fuori dalle nostre sedi". Il beato Tomaso gli rivolse subito la parola così: "Nel nome di Cristo mio Signore, ti ordino di uscire da lei senza danneggiare il suo corpo". Il demone uscì immediatamente esclamando: "Tu oggi mi scacci da questa donna, ma io ne troverò una più famosa, nella quale entrare". Uscito il demone, la donna risanata si prostrò ai piedi dell'apostolo, invocando il segno della salvezza. Egli poi andò a una vicina fonte, la benedisse e battezzò la donna con molti altri. Poi benedisse il pane e lo distribuì a tutti dicendo: "La grazia del Signore sia con voi".

Poiché erano molti quelli che ricevevano di questa grazia venne anche un fanciullo il quale stese la mano per prendere anche lui della grazia del Signore, ma la sua destra fu immobilizzata e non la pot‚ portare alla bocca. Allora l'apostolo disse "Ecco che tutti quelli che prendono di questo pane sono guari ti; ma tu, o giovanetto, mi vuoi dire qual delitto hai commesso, perché ti accada ciò?". E quegli tremante rispose: "L'altro ieri, mentre predicavi, udii che nessun adultero avrebbe avuto parte nel regno del tuo Dio. Mentre poi ritornavo a casa vidi mia moglie che commetteva adulterio con un altro uomo, e subito presala, la colpii di percosse in modo tale che ormai è in casa morta". L'apostolo comandò che gli fosse portata dell'acqua in un'anfora, ne lavò le mani del giovane e lo guarì; poi gli domandò: "Mostrami il luogo dove giace tua moglie morta". Appena la vide, l'apostolo si prostrò in preghiera e disse: "Signore Gesù Cristo che con parole benevoli ti sei degnato di promettere che qualunque cosa ti si chiede l'avresti elargita con benigna pietà, risuscita questa morta, affinché per mezzo del suo ritorno alla vita, molti credenti siano risuscitati alla vita eterna". E presa la mano della donna, la risuscitò. Alla vista dell'apostolo, lei si gettò ai suoi piedi rendendo grazie a Dio.

Di fronte a questi fatti molti cominciarono a credere e furono battezzati dall'apostolo, e gli offrivano doni che egli subito erogava ai bisognosi. Tale fama correva per la città, e giunse così ancora più numeroso il popolo indiano, presentando infermi e adagiandoli nelle piazze dove sarebbe passato l'apostolo. Egli imponeva su di loro il segno della croce beata, e nel nome del Signore nostro Gesù Cristo li sanava tutti perfettamente.

[8] Alla notizia di queste cose, un principe del re Mesdeo, venne da lui e gli disse: "Sono venuto a sapere, da giusta fonte, che tu sei un vero medico, che curi i mali di tutti, ma non accetti ricompensa alcuna. Mia moglie e mia figlia di ritorno dalle nozze furono assalite dal demonio ed ora sono terribilmente tormentate. Ti prego di venire a benedirle. Ho fiducia infatti, che hai il potere di salvarle in nome del tuo Dio". Allora il beato apostolo, accomunandosi al dolore di quell'uomo, disse: "Se tu credi, tua figlia e tua moglie saranno risanate". E quegli: "Se non avessi avuto fede, non sarei venuto da te".

L'apostolo chiamò allora il suo diacono, quegli che era stato re della prima città dell'India dove l'apostolo era stato invitato a nozze, e gli disse: "Va', e fa' venire da me tutti i credenti". E allorché giunsero, disse loro: "Ecco che ora io parto da voi! Voi però restate saldi nella fede e custodite quanto avete ricevuto da me. Amate il Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale siete rinati nel Battesimo. Lascio a voi questo diacono. Mai più vedrete la mia persona". E, stendendo le mani, li benedisse: "Custodisci, disse, di grazia, Signore, il gregge che per mezzo mio ti sei degnato di radunare affinché nessuno ritorni al demonio, ma tutti, protetti dalla tua potenza, meritino di raggiungere la vita eterna e regnino in eterno con te. Con il Padre e lo Spirito santo sia a te onore e gloria nei secoli dei secoli".

Tutti risposero "Così sia", e il beato apostolo li baciò ad uno ad uno, poi salì sul carro con il principe del re Mesdeo e partì con lui. Il popolo intanto lo rimpiangeva molto, ed era triste per la sua assenza.

[9] Mentre l'apostolo si avvicinava alla casa di colui col quale andava, uno spirito cattivo martoriò le donne e furono straziate violentemente. Allorché sopraggiunse l'apostolo, lo spirito impuro diceva: "Perché ci perseguiti, Tomaso, apostolo del Dio vivo? Ci avevi scacciati dall'altra India, ed ora non c'è più un posto dove possiamo fuggire dal tuo cospetto". L'apostolo capì che questo era il demonio che egli aveva scacciato da una donna nella seconda regione dell'India, e gli disse: "In nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che io predico, uscite ed andate in una terra deserta e non torturate più uomini". I demoni uscirono subito dalle donne. Queste caddero come morte; ma l'apostolo le prese per mano, le levò su e benedisse il pane, lo spezzò, e lo diede loro in cibo.

Il beato Tomaso predicava per tutta l'India, annunziando il Signore Gesù Cristo non solo con discorsi ma anche con le opere, ed istillava così la fede nei cuori barbari. Colui che per un po' di tempo fu incredulo ed aveva dichiarato: "Se non vedrò la fessura dei piedi non crederò", riunì una innumerevole quantità di credenti in Dio. Penso che sia stata una provvidenza del Signore quella più accurata ricerca sulla risurrezione di Cristo che egli volle fare: doveva, infatti, seminare la parola del Signore a gentili rozzi e selvaggi, e pot‚ così parlarne con più precisione, e consolidare nella fede e nella ragione coloro che erano esitanti. Trovò dunque in India uomini e donne che accoglievano la parola di Dio, e tra loro ogni giorno sanava molti infermi.

Venuta a conoscenza dei segni che compiva il santo apostolo, una donna di nome Migdonia, moglie di Carisio, parente del re Mesdeo, si recò presso di lui, ma non poteva avvicinarglisi a causa della folla; i suoi servi presero a percuotere gente e allontanavano molti, ma l'apostolo li vide e proibì loro di fare così. Fattosi un passaggio, la donna si avvicinò e gli si gettò ai piedi, esclamando: "Abbi pietà di noi, apostolo del Dio vivo, perché siamo come delle bestie che non hanno il ben dell'intelletto". L'apostolo rispose: "Ascolta, figlia! Non confidare nelle ricchezze che hai; piuttosto distribuiscile tutte ai poveri, affinché, trascorsa rapidamente questa vita passeggera, possa raggiungere l'eterna. Abbandona gli idoli muti e sordi, e riconosci il Dio vivente".

Dopo che le ebbe parlato sulla fede fino a sera, la donna ritornò a casa contrassegnata con il segno della croce. Entrata nella camera pianse dirottamente, supplicando il Signore di trovare perdono per i suoi delitti, ed era sempre triste. Quando giunse suo marito le chiese la causa della tristezza. Gli risposero i servi: "La nostra signora è nella sua stanza". Il marito entrò dunque da lei: "Perché - le domandò - sei triste; Perché è turbato il tuo cuore? So che ti sei avvicinata a quel mago, e hai ascoltato quelle parole vuote che non valgono niente. Lascia dunque i vani pensieri, alzati e andiamo a mangiare insieme". Ma lei rispose: "Questa notte abbi pazienza a mio riguardo: non prenderò né cibo, né bevanda, né riposerò con te nel tuo letto". Egli allora si ritirò e andò a mangiare con i suoi amici

Al mattino ritornò da lei e gli disse: "Migdonia, ascolta il mio sogno. Immaginavo di sedere a tavola con il re Mesdeo quando sopraggiunse un'aquila che rapì dal piatto due bellissimi uccelli e se ne andò; poi ne rapì altri due e li portò nel suo nido. A questa vista il re tirò un dardo e la trafisse, ma non riuscì a farle male". Udito ciò, la moglie gli disse: "Hai visto un fatto dal significato profondo".

Allorché il marito se ne andò al palazzo, la moglie si recò di nuovo dal beato Tomaso; lo trovò che insegnava alla folla, le si prostrò ai piedi e disse: "Ho ascoltato la tua predicazione e tutte le parole percepite dal mio orecchio le conservo in un cuore illibato". E rimase là ad ascoltare la predicazione fino a sera. Avvicinandosi la notte, ritornò a casa sua senza prender cibo e non dormì con suo marito. Per la qual cosa Carisio, suo marito, al mattino dolendosi che sua moglie si separasse da lui, indossò vestiti dimessi e si presentò al re. Vedendolo così sfigurato il re gli domandò: "Per quale motivo assumi tale atteggiamento dimesso?". Ed egli: "Perché ho perso mia moglie a causa di un mago che Sapore introdusse in questa regione per mandarla in rovina".

[10] Subito il re comandò di far chiamare Sapore. I servi andarono e lo trovarono seduto presso l'apostolo ad ascoltare la parola di Dio; e Migdonia era ai loro piedi. I servi gli dissero: "Ecco che il re è adirato contro di te, e tu te la spassi nell'ascoltare vane parole? Vieni, perché egli ti chiama". Levatosi, pregò l'apostolo di intercedere per lui. L'apostolo gli disse: "Non temere, ma spera nel Signore perché egli stesso sarà nostro aiuto e non temeremo di essere danneggiati da alcun uomo".

Entrato Sapore dal re, gli fu domandato: "Chi è quel mago che hai fatto venire in casa tua, che turba la regione ed il popolo tutto?". Sapore rispose: "Sai benissimo, o re, l'afflizione che ho sofferto a causa di mia moglie e di mia figlia: torturate dal demonio, sono state da lui risanate. Ed ora anche molti infermi sono guariti da lui; e tutto ciò che chiede al suo Dio egli glielo concede".

Udito ciò, il re Mesdeo ordinò che gli fosse condotto dinnanzi l'apostolo. Ma poiché i servi non gli si potevano avvicinare a causa della folla, Carisio irruppe in essa con furore e gli disse: "Alzati, maliardo, e vieni alla presenza del re: non valgono a niente le tue magie". E legatagli una fune al collo, lo trascinava dal re dicendo: "Venga pure Cristo a salvarti dalle mie mani". Così trascinato, giunse al cospetto del re, il quale gli domandò: "Qual è la tua stirpe e la tua patria, in nome di chi compi queste opere?". Il beato apostolo rispose: "Il mio Dio è il tuo Dio, il creatore del cielo e della terra e di tutto ciò che in essi si trova; a lui solo è dovuto il culto e non a idoli muti e sordi".

A queste parole il re restò grandemente adirato, e comandò che fosse torturato e rinchiuso in carcere ferito. Mentre veniva rinchiuso, egli rendeva grazie a Dio, essendo ritenuto degno di soffrire tali cose per il suo nome. Carisio ritornato a casa sua diceva: "Ora mia moglie si unirà a me, poiché ho tolto di mezzo il mago da questo popolo". Giunto a casa la trovò stesa per terra col capo rasato, e le domandò: "Dolcissima moglie, quale insania ti passa per la mente per fare questo? Forse che il mago sarà più potente di me? Non vedi che tutta l'India mi venera e che col re faccio ciò che voglio? E poi ho anche molto denaro". E la moglie a lui: "Tutte queste cose sono terrene e ritorneranno alla terra. Invece sarà beato colui che si darà alla vita eterna". Udito ciò, Carisio si addormentò nel suo letto.

[11] Migdonia invece prese dell'oro, lo diede ai custodi, e poi entrò in carcere; qui baciò ¡ piedi dell'apostolo e ascoltò la parola del Signore.

Ritornata a casa sua, mentre suo marito era dal re, si prostrò per terra nella sua camera e prese a supplicare Dio con le lacrime, dicendo: "Sii propizio, Signore, alla mia insipienza, perché possa ritornare alla salvezza eterna". Vedendo ciò la nutrice le disse: "Che è questa perversità del tuo cuore? Abbandoni tuo marito per merito del quale sei tenuta in gran conto, e ti affliggi con digiuni e veglie, sedotta dalle parole di un mago?". E quella a lei: "Questa non è perversità! E' una ragione sana e giusta, che l'uomo sappia riconoscere il suo creatore e meriti di raggiungere la vita eterna. Volesse il cielo che tu credessi in Cristo, così da essere partecipe dei nostri combattimenti". E quella: "Se ne vedrò la ragione sufficiente, ti seguirò".

Allora Migdonia rispose: "Gli dèi che tu ora onori, sono niente; il vero Dio è Gesù Cristo per il quale sono stati fatti i secoli; per redimere l'uomo che aveva plasmato, egli si fece uomo, morì e fu sepolto, discese agli inferi, donde trasse coloro che erano tenuti prigionieri da una pessima morte. Ritornato di là ci insegnò la risurrezione. E così salì al cielo, dove siede alla destra di Dio Padre onnipotente, ed ora elargisce a quanti credono in lui i doni celesti. I suoi tempi non hanno fine, la sua gioia è imperitura, la sua luce non tramonta mai. Egli in verità regna col Padre e con lo Spirito santo ora e per tutti i secoli dei secoli".

Udite queste parole, la nutrice Narchia, subito credette nel Signore: andarono insieme al carcere, diedero del denaro ai custodi ed entrarono per ascoltare dall'apostolo la parola di Dio. Egli era molto lieto della fede di Migdonia, per mezzo della quale anche altri si convertivano al Signore.

Siccome chiedevano il Battesimo con insistenza, l'apostolo disse a Migdonia: "Va' a casa tua, prepara il necessario, e io verrò a battezzarvi!". Quando le donne se ne andavano il beato apostolo le seguì nella casa di Migdonia, e qui la battezzò unitamente alla sua nutrice e a molti altri. Ritornò poi in carcere e la porta fu chiusa.

[12] Quando Carisio era gravemente addolorato per la conversione della moglie, il re mandò sua moglie con il figlio Zuzane perché consolasse la cognata Migdonia, la facesse recedere da quella vita, ricongiungendola al proprio marito. Entrata in casa di Migdonia, le disse: "Perché, sorella dilettissima, ti lasci trarre in inganno da un mago che predica nella nostra patria un nuovo Dio? Recedi da questo depravato pensiero e sii allegra nella tua casa con l'uomo al quale i tuoi genitori ti sposarono. Non abbandonare i patrii numi, perché non abbiano ad adirarsi contro di te".

A queste parole ella rispose: "Mi sono lasciata ingannare fino ad ora seguendo idoli vani, che non camminano, non parlano e sono inani, e ho ignorato la parola di Dio, il quale fece il cielo, la terra e tutto ciò che essi contengono. Anzi anche i metalli, il legno e le pietre, con cui gli idoli sono fusi e scolpiti, è con la sua parola che sono stati creati, ed anche noi siamo sue creature. Non è giusto perciò, sorella dilettissima, che abbandoni questo creatore per adorare una creatura che ci è stata data a nostro servizio".

Dopo che MigUonia ebbe finito di dire queste cose, Zuzane, figlio del re, disse: "E chi mai ha creato tutte queste cose, se non i nostri dèi? Giove infatti governa il cielo, Giunone regge l'aria, Nettuno domina il mare, Plutone giudica negli inferi, Febo illumina il giorno e Berecinzia la notte". Migdonia, sorridendo, rispose: "Tutti costoro che stai ricordando, figlio carissimo, sono condannati all'inferno, perché non riconobbero il Dio vivo. Se, infatti, fai ricorso alle antiche favole, li troverai dediti alla lussuria e vedrai che hanno perpetrato gli stessi mali che oggi i giudici condannano negli uomini malvagi. E poi sono morti, non vivono. Il nostro Dio invece permane in eterno E chi avrà creduto in lui passerà da questa morte temporale alla vita eterna".

Mentre Migdonia diceva queste ed altre simili cose, la moglie del re, sinceramente colpita, disse a suo figlio: "Ben a ragione la nostra sorella ha lasciato suo marito e le ricchezze terrene per guadagnarsi la vita eterna. Potessimo noi pure vedere quest'uomo il quale ci facesse conoscere la verità". Ella con gioia si recò dall'apostolo e gli raccontò tutto ciò che era avvenuto. Anche lui poi gioiva e predicava senza stancarsi la parola del Signore; impose loro la mano, le benedisse e comandò che si allontanassero. Ma la moglie del re non andò più da suo marito e suo figlio non riferì nulla al padre a proposito di ciò che aveva ascoltato.

[13] Quando al re Mesdeo furono riferite tutte queste cose che cioè sua moglie e suo figlio s'eran convertiti all'apostolo, adiratissimo, ordinò che gli fossero condotti la moglie e il figlio. Non riuscendo a persuaderli ad allontanarsi da quella via, comandò di rinchiudere la moglie in un luogo oscuro e di legare il figlio in carcere insieme all'apostolo. Anche Carisio rinchiuse sua moglie e la di lei nutrice in una piccola cella tenebrosa.

Poi il re ordinò che gli fosse condotto subito Tomaso con le mani legate dietro la schiena, e gli domandò: "Chi è questo tuo Dio che separa, per causa tua, le nostre mogli?". Gli rispose Tomaso: "Tu che sei re, desideri, forse, servizi vili? Se dunque tu che sei uomo ti studi di avere servi e ancelle puri quanto più hai da credere che Dio ami servizi castissimi e purissimi. Se quindi io predico che Dio nei suoi servi e nelle sue ancelle ama ciò che tu pure ami nei tuoi servi e nelle tue ancelle, perché sono accusato?".

Allora il re: "Io - disse - ho permesso che mia moglie liberasse dal precipizio sua cognata Migdonia, e tu hai rinchiuso nel precipizio anche lei". Rispose l'apostolo: "Non si tratta di un precipizio. Precipizio è invece ritirarsi dalla castità e abbandonarsi ai piaceri. Chi si allontana dai piaceri e ritorna alla castità, costui risale dal precipizio alla salvezza, e passa dalle tenebre alla luce". Gli disse il re Mesdeo: "Come tu hai separato i loro animi dalla unione del nostro matrimonio, con gli stessi artifici fa' che, con la stessa intenzione, ritornino ad essere nostre spose come lo furono prima".

Rispose l'apostolo: "La richiesta del re è sbagliata". E il re: "In che cosa erra la mia richiesta?". E l'apostolo: "Ho innalzato una torre eccelsa, e tu ora dici a me, costruttore, di distruggere, proprio io, la sommità? Ho scavato profondamente nella terra ed ho tratto dall'abisso una fonte e tu ora mi dici di sommergerla? Io piuttosto rivolgerò ad esse le parole del mio Signore: "Se uno ama il padre o la madre, i figli o la moglie più di Dio, non è degno di Dio". Tu sei un re temporaneo, eppure qualora la tua volontà non sia eseguita infliggi una pena temporale; Dio invece è un re eterno, e se si disprezza la sua volontà, la punizione sarà eterna. In verità, o re, dopo che tu avrai ucciso il corpo, non potrai uccidere l'anima: il vero Dio invece può mandare nel fuoco eterno e l'anima e il corpo". A queste parole, Carisio, che stava presso il re, intervenne asserendo: "Se tarderai a uccidere questo mago, egli manderà in rovina anche noi".

[14] Allora, pieno d'ira, il re ordinò di infuocare lance di ferro e togliere i sandali dell'apostolo, affinché stando sopra le lance a piedi nudi venisse meno dal dolore. Ma prima che fosse inflitto tale supplizio all'apostolo, scaturì dell'acqua e le lance furono spente. L'apostolo disse al re: "Il Signore ha fatto questo non per me, ma per te, affinché tu creda. A me invece il Signore può dare una pazienza tale da non temere il tuo fuoco, anche senza acqua". Carisio allora disse al re: "Comanda che egli sia messo in una fornace delle terme". Il re ordinò anche questo, ma le terme non poterono più riscaldarsi e non avevano neppure il più piccolo grado di calore, e il giorno seguente l'apostolo se ne uscì incolume.

Carisio disse di nuovo al re: "Comanda che egli sacrifichi al dio Sole, incorrerà così nell'ira del suo Dio, che lo libera da ogni pena che gli s'infligge". Mentre s'adoperava affinché entrato nel tempio sacrificasse al dio Sole, Tomaso ridendo in faccia al re disse: "Dimmi, o re, chi è più bello tra te e la tua immagine? Senza dubbio sei più bello tu, che la pittura che ti rappresenta. Perché dunque voi mettete da parte il vostro dio per adorare la sua rappresentazione?". C'era infatti una statua in oro del sole, con una quadrigia aurea di cavalli, con le briglie sciolte, come se stesse compiendo una velocissima corsa verso il cielo. Mentre il re spingeva l'apostolo ad adorare la statua, questi gli disse: "Sbagli, o re, se credi, come ha asserito Carisio, che il mio Dio si adiri nel caso che io adori il tuo dio. Soprattutto desidero che tu sappia che egli si adirerà contro il tuo dio e lo toglierà di mezzo appena lo avrò adorato". Domandò allora il re: "Il tuo Dio, che i Giudei mandarono a morte, sarà mai capace di togliere di mezzo l'invittissimo Sole?". Rispose l'apostolo: "Vuoi dunque che ti si provi che ciò può avvenire?". Carisio interruppe: "Ha trovato delle scuse per non adorare il Sole, e per non sacrificargli". Gli ribatt‚ l'apostolo: "Prima io lo adorerò, e se poi il mio Dio non lo annienterà, allora gli sacrificherò".

Consenzienti il re e Carisio, lo introdussero nel tempio accompagnandolo al ritmo delle danze rituali.

[15] Intanto delle vergini cantavano accompagnandosi con cetre, altri con flauti, altri con timpani, altri portavano bracieri e turiboli. Dopo che furono entrati, l'apostolo disse al simulacro: "A te, demone, che abiti in questo simulacro e dài responsi agli uomini stolti e delusi che vedono il simulacro, in nome del mio Signore Gesù Cristo, che fu crocifisso dagli Ebrei, io ordino di uscir fuori e di porti qui davanti a me e sia visto, e di fare poi quanto ti comanderò". Appena uscito il demone si pose davanti a lui; ma era visto dal solo apostolo, il quale gli disse: "Io adoro di cuore il mio Signore Gesù Cristo. Ma appena metterò a terra le mie ginocchia e ti comanderò di distruggere l'idolo, supplicherò il mio Signore che mandi il suo angelo a relegarti e condannarti nell'abisso". Gli rispose il demone: "Io ti prego, apostolo di Dio, affinché non mi releghi nell'abisso e mi permetta di uccidere tutti costoro". E l'apostolo a lui: "Ti ordino, in nome di Gesù Cristo, mio Signore, di non ledere alcun uomo, ma solo questa statua; e di distruggerla non appena piegherò le ginocchia". L'apostolo parlava col demonio in lingua ebraica, e nessuno capiva di che cosa o di chi parlasse.

Rivoltosi poi al re disse: "Rifletti bene, o re! Tu consideri cotesto simulacro invittissimo, e giudichi il mio Dio un uomo ucciso dagli Ebrei; ebbene se il tuo è più forte, e io non sarò capace a distruggerlo invocando il nome del mio Signore, non solo adorerò il demone che vi si nasconde, ma gli sacrificherò; se però il famoso tuo dio precipiterà a terra in pezzi, sarà evidente che tu devi abbandonare l'errore ed accogliere la verità". E il re a lui: "Fino ad ora hai osato parlare con me come da pari a pari, ma ora se non adori e sacrifichi al dio Sole, io ti farò recidere le vene". Rispose l'apostolo: "Ecco che io adoro, ma non il simulacro; ecco che io adoro, ma non il metallo; ecco che io adoro, ma non l'idolo. Adoro invece il mio Signore Gesù Cristo, nel nome del quale a te, demone, che ti nascondi in questo stesso idolo, dico di distruggere metallo e simulacro, senza danneggiare alcuno". Immediatamente come cera al fuoco, l'idolo si sciolse liquefacendosi.

Davanti a questo avvenimento, tutti i sacerdoti, costernati, emisero grida terribili e il re fuggì con Carisio. Intanto un sommo sacerdote percosse l'apostolo, e ne seguì una gran baraonda tra la folla; ma la maggior parte della gente era per l'apostolo.

A causa di ciò Mesdeo, re dell'India, gettò in carcere l'apostolo Tomaso, suo figlio Zuzane e molti altri.

[16] N‚ cessava l'apostolo, anche se in carcere, dal confermare i fedeli, dicendo: "Credete nel Dio che predico; credete in Gesù che vi evangelizzo, che è l'aiuto dei suoi servi e il ristoratore degli affaticati; in lui esulta l'anima mia, perché ho concluso il tempo e porto in me colui che ho bramato ardentemente di vedere. La sua bellezza mi sprona a dire chi egli sia: ma la sua grandezza supera i sensi, oltrepassa l'intelligenza, sicché io non sono capace di comprendere e di esprimere ciò che bramo dire di lui. Ma tu, o Signore, che sei solito riempire l'anima povera, riempila di ciò che mi manca e sii con me fino a quando verrò da te e ti vedrò".

Appena Zuzane udì queste cose, avvertendo che l'apostolo diceva che il suo tempo era compiuto, ed egli sembrava prossimo a partire da questo mondo, prima che abbandonasse il corpo desiderava chiedergli una medicina per sua moglie Manazara, ammalata di artrite, e chiese che gli permettesse di recarsi da lei. Dopo avere eluso il custode e promesso che sarebbero ritornati, decise di andare a casa sua insieme all'apostolo. In quella occasione gli voleva anche presentare la domanda del diaconato, e quindi della benedizione levitica. Rammentò che lui pure voleva servire Dio, che già da tempo ne aveva fatto voto nel suo animo, ma che dal padre era stato poi costretto a prender moglie a vent'anni, che pur essendo stato con lei per tre anni non ebbe figli e non conobbe mai altra donna tranne sua moglie, che già da tempo si asteneva dal dormire con lei, anche perché ella pure s'impegnava a essere casta e desiderava ascoltare le parole di Tomaso, senza però averne la possibilità a causa della sua infermità; se l'apostolo avesse voluto guarirla, egli si sarebbe interessato per ottenere il permesso di andare Tomaso gli rispose: "Se hai fede vedrai le meraviglie di Dio e come egli cura i propri servi".

[17] Mentre discorrevano di queste cose, una donna di nome Trepzia, moglie del re, Migdonia, moglie di Carisio, amico del re, e la nutrice Narchia, dopo aver consegnato al custode trecentosessanta monete d'argento, furono introdotte dall'apostolo. Qui trovarono Siforo, comandante delle milizie del re, e Zuzane, la moglie e la figlia di Siforo che con altre persone erano intente alle parole del Vangelo.

Quando le tre donne furono al cospetto di Tomaso, l'apostolo le interrogò come e col permesso di chi erano entrate, chi avesse loro aperto il carcere e come fossero uscite dal luogo dove erano state rinchiuse. Rispose Trepzia: "Non sei stato tu che ci hai aperto la porta e ci hai detto: "Uscite ed andate in carcere, per accogliere i fratelli che sono colà, poiché il Signore ha dimostrato in noi la sua gloria?". Mentre poi ci avvicinavamo alla porta, non ti sei mostrato subito, ma dal rumore della porta abbiamo avvertito che eri entrato qui. In verità abbiamo piegato il custode remunerandolo, per entrare da te ed ottenere, se possibile, quanto impetriamo con una certa somma, e cioè che tu ti ritiri in qualche luogo per un po' di tempo, fino a quando sarà sbollita l'ira del re".

Tomaso domandò a Trepzia in che modo era stata cacciata in carcere da suo marito, quale ne era stata la causa e per qual motivo egli non aveva perdonato neppure a sua moglie. Trepzia rispose: "Tu vuoi sapere da me in che modo sono stata messa in prigione, tu che mai mi hai abbandonata, che non ti sei assentato una sola volta? Mi meraviglio che tu ignori in che modo sono stata mandata in carcere. Ma se lo vuoi sentire, ecco: Il re Mesdeo diede l'ordine che io fossi introdotta da lui, e mi disse: "Quel mago non ha ancora su di te un potere completo. Infatti ho sentito parlare di azioni che compie con olio, pane ed acqua magica. Quindi non avendoti ancora potuto avvicinare con queste arti magiche, tu ne sei tuttora immune. Perciò obbedisci ai miei ordini, altrimenti tu pure sarai gettata in prigione". Ma poiché io non acconsentivo e gli dicevo che facesse quel che gli pareva; ché egli aveva potere sul mio corpo, ma che la mia anima non l'avrei lasciata perire con esso, ordinò che fossi rinchiusa in un luogo oscuro. Poiché anche Carisio aveva posto sotto accusa la moglie, ordinò di rinchiudere Migdonia insieme alla di lei nutrice, Narchia. Ma tu poi ci hai fatto uscire perché venissimo da te: ed eccoci qui per ricevere da te la grazia della benedizione".

[18] A queste parole di Trepzia, l'apostolo riconobbe subito benefici di colui che assunse in molti casi l'aspetto umano per consolare gli afflitti ed eliminare le pene dei doloranti. Prese perciò a ringraziare il Signore Gesù che aveva confermato i deboli, reso stabili i vacillanti e infuso speranza agli sfiduciati.

Mentre i prigionieri stavano parlando di queste cose nel carcere, sopraggiunsero i custodi a dire di spegnere le lucerne, perché qualcuno, vedendoli stare insieme e parlare, non li denunciasse al re. Spente pertanto le lucerne, i custodi se ne ritornarono ai loro posti.

Ma l'apostolo, visto che tutti erano avvolti nelle tenebre, cominciò a chiedere al Signore la luce: "Illuminaci tu, Signore, dal momento che i servi ci fanno stare nell'oscurità. Tu, Signore, degnati di illuminare i tuoi servi col tuo santo lume, un lume che nessuno possa rapire o estinguere". Subito tutto quel luogo risplendette come in pieno giorno. Anche gli altri rinchiusi per diversi motivi in carcere, presero a vegliare. Infatti non potevano dormire i servi di Dio che Cristo teneva desti, non permettendo che piombassero nel sonno colui che dice: "Sorgi, tu che dormi risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà".

Dopo che i presenti si erano scambiate alcune cose, Tomaso ingiunse a Zuzane: "Va' a prepararci tutto ciò che è necessario per il ministero". Alla domanda di Zuzane in che modo avrebbe potuto uscire dal carcere, o chi avrebbe aperto dal momento che tutto era chiuso e i custodi immersi nel sonno, Tomaso rispose "Credi in Cristo e va'! Troverai le porte aperte". Gli altri lo seguirono. Mentre stavano già a metà cammino, si fece loro incontro la moglie di Zuzane, Manazara, diretta al carcere; riconosciuto il marito, disse: "Mio marito Zuzane?". Ed egli riconosciutala, le domandò dove mai andasse, tanto più di notte, e come avesse potuto alzarsi, lei che prima non poteva minimamente sollevarsi. Lei rispose "Questo giovanetto del Signore, imponendomi le mani mi ha risanata. Sono stata poi spinta da un sogno a recarmi dallo straniero, detenuto in carcere; e mi sto affrettando affinché, secondo la visione avuta in sogno, possa riavere la completa guarigione". Zuzane domandò chi fosse quel giovanetto che era stato da lei. Manazara rispose: "Anche tu non lo vedi, mentre egli mi regge e sostiene la destra?".

[19] Accadevano queste cose, allorché tra costoro che parlavano giunse Tomaso, poi anche Siforo, comandante della milizia, sua moglie e sua figlia, e infine Trepzia, Migdonia e Narchia, che stavano andando tutte a casa di Zuzane. Manazara, visto l'apostolo, lo adorò ed esclamò: "Sei venuto qual medico a guarirmi dalla mia infermità! Ti ho visto pure questa notte che mi affidavi a questo giovanetto affinché mi guidasse in carcere. Invece di aspettare che venissi da te, a motivo della grande tua bontà non hai sopportato che io soffrissi ancora e ti sei messo in cammino verso di me".

Diceva ancora questo allorché si voltò per cercare il giovanetto: costui, infatti, si era improvvisamente sottratto agli occhi di lei, e non era facile vedere colui che poco prima era visibile. Angosciata perché s'era allontanato colui che la sosteneva, prese ad esclamare: "Non posso camminare da sola, non c'è più il giovanetto che mi avevi mandato". E l'apostolo a lei: "Ecco che ormai sarà Cristo a camminare con te, proprio lui sarà il tuo compagno di viaggio e la tua guida".

Messasi pertanto a correre tutta festosa verso casa, la donna precedeva tutti gli altri; dopo che l'apostolo e gli altri vi giunsero, la casa subito risplendette di molta luce.

Tomaso allora cominciò a pregare: "Tu, Signore, aiuto degli infermi, speranza e fiducia dei poveri, rifugio e riposo dei sofferenti, consolazione di quelli che piangono, porto degli sballottati dalle onde, risurrezione dei morti, redenzione dei peccatori, tu che per noi hai subìto la passione corporea, tu che sei penetrato nella dimora della morte e nello stesso inferno, perché fossimo liberati dalle impronte della morte. I prìncipi della morte si stupirono che fossi giunto alla morte, ed essi non abbiano potuto trattenerti, anzi gemettero perché mentre essi restavano privi dell'antica possessione, ti videro ritornare trionfatore. Giustamente perciò ti onoriamo, Signore Gesù, essendo venuto a noi con quella tua paterna e perfetta sostanza, perché potessimo vedere in noi le viscere della tua misericordia verso di noi. Tu ti sei fatto ministro dei tuoi servi, arricchitore della tua possessione; povero, ma non indigente; ricco, ma senza disdegnare il povero; tu hai digiunato per quaranta giorni al fine di riempire con l'eterno alimento benedetto le anime degli affamati: assisti, ti prego, i tuoi servi Zuzane, Manazara e Trepzia; degnati di condurli nel tuo gregge, di annoverarli tra i tuoi santi e di soccorrerli in questa regione di sbandamenti. Sii il medico di quanti languiscono in questa servitù, sii il riposo nelle fatiche, stabilità tra le cose labili. Sii, infine, l'aiuto dei corpi e la vita delle anime, affinché siano templi della tua misericordia e abiti in essi lo Spirito santo".

[20] Terminata questa benedizione, prese il sacramento e rese grazie al Signore dicendo: "O Signore Gesù, questo tuo sacramento sia per noi vita, in remissione dei peccati. Infatti, è per noi che è stata celebrata la tua passione. E' per noi che tu hai bevuto quel fiele, affinché in noi morisse tutta l'amarezza dell'avversario. E' per noi che tu hai bevuto anche l'aceto, affinché ne derivasse forza alla nostra stanchezza. E' per noi che sei stato sputacchiato, affinché versassi su di noi la rugiada immortale; sei stato percosso da una fragile canna, per sostenere la nostra fragilità per la vita perpetua e per l'eternità. Sei stato coronato di spine, per coronare con la corona d'alloro sempre verde della tua carità coloro che credono in te. Sei stato avvolto inoltre in una sindone, per rivestire noi con il velo della tua virtù. Hai voluto essere seppellito in un sepolcro nuovo, per ripristinare in noi una nuova grazia e tempi nuovi".

Terminata questa preghiera, distribuì l'Eucaristia ai summenzionati, dicendo: "Questa Eucaristia ci conceda la vita, viscere di misericordia, la grazia della salvezza e la salute per le nostre anime". Mentre essi rispondevano: "Così sia!", si udì una voce che ripeteva anch'essa: "Così sia!". Al suono di questa voce, caddero tutti per terra. E di nuovo la voce risuonò dicendo: "Non temete, abbiate soltanto fede".

[21] Allora tutti fecero ritorno: Tomaso alla sua cella, Trepzia, Migdonia e Narchia anch'esse al loro carcere. Ma prima che uscissero, l'apostolo parlò loro così: "Ascoltate le mie ultime parole, perché non resterò più a lungo in questo corpo: sono chiamato verso il Signore Gesù, verso colui che mi ha redento, verso colui che s'umiliò oltre ogni limite, al fine di risollevare tutti fino all'ultimo: in lui ho imparato a sperare. Se, infatti, ha chiamato me, indegno, al sacro ministero, tanto più ora, dopo averlo servito nella verità, posso sperare la ricompensa. Egli è buono e giusto; il Signore sa la ricompensa da dare secondo i meriti di ognuno. Ricco di doni, largo di grazie, non è affatto parco di benefici. Egli s'è degnato di elargire a me, indegno, molti doni al di là del mio merito. I suoi miracoli devono spingervi a lodarne l'autore. Ché io non li compivo per mia propria virtù. E' in nome del Signore mio Gesù Cristo ch'io li impetravo, non li esigevo. Poiché io non sono Cristo, ma servo di Cristo; né sono io l'arbitro, bensì il ministro di colui che mi ha mandato. Perciò terminata la mia corsa, vi ammonisco, affinché quando mi vedrete in potere degli uomini e tra i tormenti, non venga meno la vostra fede. Io infatti adempio la volontà del mio Signore, ed è giusto che io voglia ciò che comanda il Signore. Infatti, se egli ha accettato di morire per noi, tanto più noi, contro la volontà del Signore, non dobbiamo temere la morte di questo corpo. Tanto più poi che questa morte non è una rovina, bensì la liberazione del corpo.

Perciò non prego che sia differita la morte. Credete, infatti, che io potrei differirla, se volessi; ma al contrario, prego di esserne assolto al più presto affinché, andatomene, possa contemplare colui che è splendido e misericordioso, colui che in ricompensa delle opere e delle fatiche, per le quali non mi sono risparmiato, qual Signore liberalissimo, mi darà il premio".

[22] Dette queste cose, tutti fecero ritorno al carcere tenebroso. Giunto in carcere Tomaso pregò: "Signore Gesù, che per noi molto hai sofferto, si chiudano queste porte come lo erano prima e si formino di nuovo i sigilli negli stessi posti". Lasciati gli altri, l'apostolo si diresse alla cella per rinchiudervisi. Le donne, intanto, non potevano desistere dal piangere, sapendo che Mesdeo non si sarebbe fatto scrupolo di ucciderlo.

Frattanto, giunto alla sua cella, l'apostolo trovò i custodi che discutevano tra di loro dicendo: "Come siamo capitati male con questo mago! Ecco che ha aperto le porte delle carceri con arti magiche, e volle condurre tutti con sè. Affinché con i suoi incantesimi non scivolino fuori con lui anche gli altri, riferiamo la cosa al re, parlandogli anche di sua moglie e di suo figlio". Tomaso ascoltava queste cose e se ne stava zitto.

Essi, dunque, all'alba andarono dal re, e gli chiesero di togliere di mezzo quel mago, senza chiuderlo più altrove, per il fatto che con il suo potere magico apriva ogni luogo chiuso. Annunciarono poi che le porte del carcere erano state aperte e che di ciò essi s'accorsero mentre si stavano alzando; che anche la moglie del re era entrata da lui con altri e che non se ne allontanavano.

Udite queste cose, il re controllò subito i sigilli che aveva fatto mettere alle porte ma li riscontrò uguali a come erano prima. Agitato, disse ai custodi che s'erano ingannati asserendo di aver visto entrare in carcere Trepzia e Migdonia, dal momento che i sigilli non erano stati toccati. Ma essi asserivano di aver detto il vero. Allora Mesdeo si sedette nella sala del tribunale, chiese che gli fosse portato davanti l'apostolo e l'interrogò se fosse libero o schiavo. E Tomaso a lui: "Sono servo di uno, ma di uno solo, sul quale non hai potere". Gli chiese di nuovo Mesdeo perché fosse venuto nel paese. L'apostolo rispose: "Per salvare molti"; gli disse inoltre che gli era debitore per il fatto che sarebbe passato all'al di là per mano di Mesdeo.

Allora il re gli domandò chi fosse il suo Signore, quale il suo nome e di quale regione. Tomaso rispose: "Il mio Signore è il tuo Dio, è il Signore del cielo e della terra. Di lui tu non puoi udire il nome: ma quello che gli è stato attribuito in questo mondo è Gesù Cristo". Al re che lo minacciava per il fatto che non glielo manifestava, mentre tolto di mezzo quel maleficio tutta l'India ne sarebbe stata purificata, Tomaso rispose: "Tutti questi malefici se ne andranno con me: sappi però che non per questo mancheranno".

Onde il re meditava in quale modo avrebbe potuto uccidere Tomaso. Temeva il popolo, per il fatto che moltissimi, anche dei più influenti, ammiravano le sue opere e credevano in Gesù.

[23] Il re pensò di dovere agire astutamente nei confronti di Tomaso. Uscì dalla città insieme a Tomaso e circondato di soldati. Il popolo pensava che uscisse perché Tomaso doveva mostrargli qualcuna delle sue opere. Tenevano dunque gli occhi su di lui ritenendo che il re volesse imparare qualcosa da lui e che egli avrebbe ammaestrato il re.

Ma uscito di circa mezzo miglio, il re lo consegnò a quattro soldati, ai quali aggiunse un uomo più robusto, con l'ordine di condurlo sul monte vicino e di ammazzarlo colà con la spada. Dato quest'ordine ai soldati, il re se ne ritornò subito in città. Ma il popolo comprese e li inseguiva con l'intenzione di rapire Tomaso. I soldati allora presero Tomaso e si posero due a destra e due a sinistra; quello più robusto lo teneva per mano e andava davanti.

L'apostolo intanto annunciava i grandi e divini misteri che nella sua stessa uscita si manifestavano: diceva di essere condotto da quattro soldati, perché era composto da quattro elementi, e possedeva i quattro princìpi generativi; diceva che il Signore Gesù era stato percosso da uno solo, perché sapeva che uno solo è il suo genitore, il Padre.

Giunto al luogo della passione, dopo aver esortato gli altri a conservare la fede nel Signore Gesù e a coltivare la pietà, supplicò anche Zuzane di dare del denaro alle guardie affinché gli fosse concesso il tempo di pregare. Questi diede loro una larga mancia, ed egli prese a rendere grazie che nel mondo era stato custodito da Cristo e dallo stesso ora richiamato: egli gli era stato il sostegno, nei pericoli, il consolatore nella tristezza, l'aiuto nelle fatiche, il predecessore nel cammino percorso in questo mondo.

[24] "Tu - disse - Signore, mi avevi annunciato che io sono tuo: per questo non presi moglie, mi dedicai tutto a te, affinché né l'uso dell'unione matrimoniale, né la consuetudine diminuissero o distruggessero la grazia del tuo tempio. Hai ritratto l'animo avido da ricchezze mondane con una provvigione ed elargizione celeste, insegnandomi che nelle ricchezze ci sono perdite, non vantaggi. E perciò hai fatto sì che, contento nella povertà, cercassi la verità inesauribile delle ricchezze spirituali, e investigassi i tesori nascosti in Cristo: soddisfatto delle tue ricchezze, non ne desiderassi altre. Perciò sono divenuto povero, bisognoso, pellegrino e servo nelle catene, nei digiuni, nella fame e sete, nel lavoro, nei pericoli, affinché la fiducia non perisse e la speranza non venisse confusa. Guardami, perciò, o Signore; non ho nascosto il tuo denaro, ma lo spesi sopra la mensa e lo divisi tra i banchieri. Chiamato, venni alla tua mensa né mi scusai dal partecipare al tuo convito con la necessità di visitare un campo o con la necessità di prendere moglie, né gli preferii un paio di buoi. Invitato alle tue nozze, indossai la veste bianca; aspettando il ritorno del Signore non mi sono scordato dell'olio; ho custodito la mia casa tutta la notte e non fui spogliato dai ladri; mi cinsi i sandali ai piedi perché non svanissero le impronte. Osservai la prima, la seconda e la terza veglia per vedere il tuo volto e contemplare il tuo splendore una volta infranta la notte. Non ho vivificato il mio morto, quando veniva meno non l'ho riempito, ed anzi castigai l'incantenato che tu mi hai dato, uccisi il mio prigioniero per non vincolare colui che ricevetti libero. In terra ricevetti obbrobri, sperando la ricompensa in cielo. Se dunque ho espletato un servizio fedele, assistimi, o Signore, affinché non mi si presentino i ladri, né gettino contro di me le loro reti. La tua gloria circondi il tuo servo, affinché rivestito da tanta grazia, le forze avverse non osino imbrigliarlo. Ho forse obbedito loro, mentre tentavano di sbarrarmi il cammino? Vanno incontro ai loro seguaci e non permettono loro di procedere oltre. Assistimi, o Signore, affinché passi oltre in pace e nella grazia.

Possa dirigere nella verità il tuo servo e indirizzare alla tua casa il mio cammino, e il demonio non si scagli contro di me. I suoi occhi siano accecati dal tuo splendore. Ammutolisca la sua bocca per quello che dice, lui che in me non trova nulla degno delle sue opere".

Detto questo, rivolse la parola ai soldati: "Venite ed eseguite l'ordine di colui che vi ha mandato". Gli si avvicinarono quattro soldati e lo trafissero con le lance; il beato apostolo cadde e morì.

I fratelli lo seppellirono tra le lacrime nel sepolcro regio, nel quale erano stati sepolti i re, circondato da molti e preziosi aromi ed indumenti.

[25] Apparve quindi subito a Siforo e a Zuzane, i quali non volevano andare in città e sedevano tutto il giorno al sepolcro; disse loro: "Perché sedete qui a custodirmi? Non sono qui! Sono asceso ed ho ricevuto tutto ciò che ho sperato. Perciò alzatevi, andate via da qui, fra breve vi riunirò con me".

Mentre a proposito dell'apostolo capitavano queste cose, la regina Trepzia e Migdonia condotte davanti a Mesdeo e Carisio erano martoriate, ma non si sottomettevano alla loro volontà. Ad esse apparve l'apostolo dicendo: "Non vogliate errare, il Signore Gesù presto vi darà aiuto!".

Mesdeo e Carisio non potendo vincere l'animo delle loro mogli, le lasciavano libere di seguire la loro volontà.

I fratelli si radunavano con molta gioia e letizia. Siforo era il sacerdote e Zuzane il diacono, ordinati dall'apostolo quando salì il monte per morirvi. Questi usufruivano di molti aiuti da parte del Signore, e ogni giorno la fede si radicava sempre più.

Ad essi il Signore concesse anche questa grazia. Il figlio di Mesdeo era posseduto dal demonio, né v'era alcuno che lo potesse liberare. Mesdeo allora decise così: "Andrò ad aprire il sepolcro, toglierò delle ossa dal corpo dell'apostolo, le metterò sopra mio figlio, certo guarirà". Mesdeo saliva il monte con questi pensieri, quando gli apparve Tomaso e gli disse: "Non hai creduto nei viventi e credi nei morti? Ma non temere! Il Signore Iddio avrà misericordia di te, ti mostrerà le viscere della sua misericordia, a causa della sua bontà".

Appena Mesdeo giunse sul monte, aprì il sepolcro, ma non trovò le ossa perché già da tempo alcuni fratelli avevano rapito le sante reliquie e le avevano sepolte nella città di Edessa. Tuttavia la terra e l'immondezza che il re pot‚ trovare nel sepolcro, e sulle quali erano state adagiate le reliquie dell'apostolo, Mesdeo le portò via e le legò sul figlio dicendo: "Ora credo in te, Cristo, perché si allontanò da me colui che turba gli affetti degli uomini, e che mi impediva di vederti subito". Appena mise sul figlio quanto aveva trovato nel sepolcro, subito fu guarito, in quello stesso istante.

Una grande gioia pervase i fratelli, per la conversione del re a Gesù Cristo, re celeste, al quale sia onore e gloria nei secoli eterni. Così sia.


LIBRO X
Sulle opere compiute dal beato Filippo apostolo


[1] Filippo, conterraneo di Pietro e Andrea, proviene dal villaggio di Betsaida di Galilea; chiamato subito dopo Pietro, pervenne poi all'onore dell'apostolato. Per avere un compagno nella sua conversione condusse a Cristo un familiare, Natanaele, che Cristo disse subito di aver conosciuto sotto un fico prima che glielo presentasse Filippo. Meravigliato di ciò, Natanaele, il quale prima non aveva mai visto il Cristo, ben volentieri lo seguì, e rimase sempre in compagnia di Filippo.

Questi, prima della passione, avendo udito durante la cena che nessuno poteva andare al Padre se non per mezzo di lui, cominciò a pregare il Maestro di manifestare il Padre a lui e ai discepoli; cosa che egli, in verità, aveva detto per amore della vita eterna. Ma Cristo riprese Filippo, giacché, pur essendo stato tanto tempo con lui, non lo conosceva ancora bene. La fede evangelica ci attesta che tutto ciò fu compiuto da Filippo prima della passione di Cristo.

[2] Dopo l'Ascensione del Salvatore, il beato Filippo per vent'anni predicò incessantemente il vangelo ai gentili, nella Scizia. Quivi arrestato dai gentili, fu condotto davanti alla statua di Marte e costretto a sacrificare; ma dal piedestallo della statua di Marte uscì un grande drago che colpì il figlio del sacerdote che provvedeva al fuoco del sacrificio; colpì anche due tribuni che erano a capo della provincia i cui ufficiali avevano custodito l'apostolo in carcere. Contaminati dall'alito del dragone si ammalarono tutti seriamente.

Vedendo ciò l'apostolo disse: "Ascoltate il mio consiglio e riavrete la salute: e coloro che morirono risusciteranno tutti; lo stesso dragone che vi è stato velenoso sarà scacciato nel nome di Dio". Gli dissero i malati: "Che cosa dobbiamo fare?". L'apostolo rispose: "Buttate via questo Marte, fatelo a pezzi e al suo posto ponete la croce del Signore nostro Gesù Cristo e adoratela". Allora quelli che stavano male cominciarono a dire: "Ricuperiamo la salute, buttiamo via Marte".

Fattosi silenzio l'apostolo disse: "Ti ordino, o dragone, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di uscire da questo luogo e di andare ad abitare in un luogo deserto, dove l'uomo non può entrare e dove non v'è per l'uomo alcuna utilità, così che andandovi non farai male ad alcuno". Quel pessimo dragone allora se ne uscì e andò via veloce, né più si fece vedere. Filippo poi risuscitò il figlio del pontefice che provvedeva al fuoco, i due tribuni, morti prima, e restituì la salute a tutti coloro che erano stati contaminati dall'alito del dragone.

E così quanti perseguitavano l'apostolo Filippo fecero penitenza e credendolo un dio lo adoravano.

[3] Egli poi li ammaestrò continuamente per un anno, sulla venuta del Signore per il mondo in pericolo; come era venuto al mondo da una vergine, come patì, fu sepolto, risuscitò il terzo giorno, e come abbia confermato le cose che aveva detto prima della passione, come ascese al cielo mentre gli apostoli lo contemplavano, come mandò lo Spirito santo che aveva promesso, il quale, venuto come fuoco, si posò sopra i dodici apostoli, e come abbia istillato le lingue di tutti e i modi di parlare nelle menti dei suoi apostoli. "Io stesso, membro di questo numero, sono stato mandato qui per farvi sapere che i vostri dèi sono vani e nemici a coloro che li venerano".

Dopo queste parole l'apostolo ne disse altre simili: tutti credettero, spezzarono il simulacro di Marte e molte migliaia di persone furono battezzate. Lo stesso apostolo, dopo aver ordinato sacerdoti, diaconi e anche un vescovo, e costituite inoltre molte Chiese, a motivo di una divina rivelazione ritornò in Asia e si sistemò nella città di Gerapoli. Qui estinse la maligna eresia degli ebioniti, i quali insegnavano che il Figlio di Dio nato dalla Vergine non aveva assunto un vero corpo umano.

[4] V'erano costà pure due figlie dell'apostolo, vergini santissime attraverso le quali Dio conquistò una moltitudine di vergini.

Sette giorni prima della sua morte, Filippo chiamò a sè tutti i sacerdoti e i diaconi, nonché i vescovi delle città vicine e disse loro: "Il Signore mi concesse questi sette giorni di vita: perciò siate memori della dottrina del Signore nostro Gesù Cristo, e siate virilmente saldi di fronte alle insidie del nemico. Il Signore compia le sue promesse, e fortifichi la sua Chiesa".

Predicando queste e altre simili cose l'apostolo del Signore, Filippo, se ne andò al Signore all'età di ottantasette anni; e in quella stessa città di Gerapoli fu sepolto il suo corpo santo. Nello stesso sepolcro, dopo parecchi anni, furono sepolte le due sante vergini, una a destra e l'altra a sinistra.

Per intercessione dell'apostolo quivi vengono concessi benefici divini a tutti coloro che credono in Dio Padre invisibile, incomprensibile, immenso che nessun uomo vide né può vedere, e nel suo unigenito Signore nostro Gesù Cristo che fu crocifisso per i delitti del mondo, e infine nello Spirito santo paraclito, illuminatore delle nostre anime, ora e sempre, per gli infiniti secoli dei secoli. Così sia.

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