La zattera - Profezie On Line

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Santi e Beati > San G. Bosco > I sogni spirituali

TERZO SOGNO
LA ZATTERA

Eccovi ora, giovani, il così detto «SOGNO DELLA ZATTERA ».

Sempre così ottimista, qui, don Bosco lo direste pessimista. Tutto il mondo è un'alluvione. E lo è realmente. Unica arca di salvezza è la Chiesa. Tutti sono travolti dalla marea montante della malvagità, che ricopre la faccia della terra.

La Congregazione salesiana è una gran nave, che la Madonna manda in soccorso dei giovani di tutto il mondo. Maria è la stella del mare che scampa dai pericoli della navigazione e guida a porto sicuro e tranquillo. Don Bosco prende il comando di questa singolare nave, senza sponde. Solo chi obbedisce ai comandi del capitano non precipita nelle acque naufragando miseramente. La navigazione su d'una nave senza sponde è sempre pericolosa. D'altra parte non c'è altro scampo. Sponda di salvezza è l'obbedienza: unica sponda dei naviganti nel mare della vita. Bisogna quindi avere cervello a posto e volontà retta.

Se nei sogni precedenti abbiamo visto qualche scena drammatica, qui è tutto un dramma. Ma, per fortuna, a lieto fine per i predestinati.

Proprio come un dramma, il sogno possiamo dividerlo in 5 Atti.

Primo atto
Operazione d'imbarco

Davanti l'incalzar delle onde, i giovani fuggono. Trovano salvezza in un mulino. Ma le acque limacciose e putride aumentano sempre più. I giovani salgono su di piano in piano nel mulino. Ma le acque non cessano di crescere. E' persa ogni speranza umana. Solo Dio li può salvare, se si affidano alle braccia della cara Madre Maria. In mezzo allo spavento universale tutto il mulino sta per essere ingoiato dall'alluvione, quando compare una zattera. E' la salvezza. Attraverso un lungo e stretto tronco d'albero vengono traghettati. E' il legno della Croce che salva. Ma per passare c'è bisogno di aiuto. Don Bosco vi mette preti e chierici, che dopo poco, stanchi, cadono di sfinimento. Prova lo stesso don Bosco: pure lui si sente sfinito. Il lavoro apostolico costa sacrifici enormi.

Però un quarto dei giovani vogliono fare di loro testa, capricciosamente, senza aspettare l'aiuto dei chierici e dei preti. Tentano altre vie che non sono quella della croce e affogano nelle acque torbide.

Gli ultimi rimasti sono sul colmo del tetto. Le acque avevano già sommerso parte anche del tetto. Come salvarsi? Con le acque era pur salita la barca. Pregassero, stessero zitti, si tenessero stretti l'un l'altro. Obbedirono, e così con l'aiuto dei compagni che erano già salvi, vennero pur essi a bordo. L'apostolato giovanile è un efficace aiuto nell'opera di salvataggio.


Parvemi di trovarmi poco distante da un paese che, all'aspetto, pareami Castelnuovo d'Asti; ma non lo era. I giovani tutti dell'Oratorio allegramente si ricreavano in un'immensa prateria; quand'ecco all'improvviso si vedono le acque comparire sui margini di quella pianura e ci vedemmo da ogni parte circondati da una inondazione, la quale cresceva a misura che si avanzava verso noi. Il Po era straripato e immensi e desolanti torrenti traboccano dalle sue sponde.

« Noi, soprafatti da terrore, la demmo a gambe alla volta di un grande mulino isolato, distante da altre abitazioni colle mura grosse come quelle di una fortezza; ed io feci sosta nel suo cortile in mezzo ai miei cari giovani costernati. Ma le acque incomiciando a penetrare anche in quell'area, fummo costretti a ritirarci tutti in casa e poi a salire nelle stanze superiori. Dalle finestre si vedeva l'estensione del disastro. Dai colli di Superga alle Alpi, invece di prati, campi coltivati, orti, boschi, cascine, villaggi, città, non scorgeasi più altro che la superficie di un lago immenso. A misura che l'acqua cresceva, noi montavamo da un piano all'altro. Perduta ogni umana speranza di salvarci, presi a incoraggiare i miei cari, dicendo che si mettessero tutti con piena fiducia nelle mani di Dio e nelle braccia della nostra cara madre Maria.

Ma l'acqua già era quasi al livello dell'ultimo piano. Allora lo spavento fu universale ed altro scampo non vedemmo che ritirarci in una grandissima zattera, in forma di nave, apparsa in quell'istante, che galleggiava vicino a noi. Ognuno respirando affannosamente voleva essere il primo a rifugiarvisi, ma nessuno osava, perché non poteasi avvicinare il barcone alla casa a cagione di un muro che emergeva un po' più alto del livello delle acque. Poteva però prestare un sol mezzo al tragitto un lungo e stretto tronco di albero: ma era tanto più difficile il passaggio in quanto che quel tronco poggiando per l'una estremità sulla barca, muoveasi seguendo il beccheggio della barca stessa, agitata dalle onde. Fattomi coraggio vi passai per il primo e, per facilitare il trasbordo ai giovani e tranquillarli, stabilii chierici e preti che dal mulino sorreggessero alquanto chi partiva, e dal barcone dessero mano a chi arrivava. Ma caso singolare dopo un po' di quel lavoro, i chierici e i preti si trovavano così stanchi che chi qua, chi là cadevano di sfinimento; e quelli che li surrogavano correvano la medesima sorte. Meravigliato anche io volli pormi alla prova ed io pure mi sentii così spossato da non potermi più reggere.

Intanto molti giovani impazienti, sia per timore della morte, sia per mostrarsi coraggiosi, trovato un pezzo di asse lungo abbastanza e un po' più largo del tronco d'albero, ne fecero un secondo ponte e, senza aspettare l'aiuto dei chierici e dei preti, precipitosi stavano per slanciarvisi non dando ascolto alle mie grida.

Cessate, cessate, se no cadrete! Io gridava; ed avvenne che molti, o urtati, o perdendo l'equilibrio, prima di arrivare alla barca, caddero e ingoiati da quelle torbide e putride acque più non si videro. Anche il fragile ponte si era sprofondato con quanti gli stavano sopra. E sì grande fu il numero di quel disgraziati che un quarto de' nostri giovani restò vittima del loro capriccio. Io che fino allora aveva tenuto ferma l'estremità del tronco d'albero mentre i giovani vi montavano sopra,, accortomi che l'inondazione aveva superato l'ostacolo di quella muraglia, trovai modo di spingere la zattera presso il mulino. Qui stava D. Cagliero il quale, con un piede sulla finestra e con l'altro sull'orlo della barca, vi fece saltare i giovani rimasti in quelle camere, dando loro la mano e mettendoli in sicuro sulla zattera.

Ma non tutti i giovani erano ancora salvati. Un certo numero erano ascesi nelle soffitte e di qui sul tetto, ove si erano aggruppati sul colmo stretti gli uni agli altri, mentre l'inondazione, crescendo sempre senza fermarsi un istante, copriva già le grondaie ed una parte delle sponde del tetto. Ma coll'acqua era pur salita la barca ed io vedendo quei poveretti in così orribile frangente, gridai loro che pregassero di cuore, che stessero zitti, che scendessero uniti, legati insieme con le braccia per non scivolare. Ubbidirono, e siccome il fianco della nave era aderente alla grondaia, aiutati dai compagni, vennero essi pure a bordo. Qui vedevasi una grande quantità di pani, custoditi in molti canestri.

Secondo atto
Navigazione perigliosa

La nave è ben rifornita di molti canestri di pane: è il pane dell'Eucarestia. La Madonna splende quale benigna stella che dà la direzione alla difficile navigazione. Don Bosco prende in mano il comando di capitano. Le difficoltà si vincono obbedendo ai suoi comandi. Le onde sono agitate dal vento. Ma tutti fanno un sol corpo vicendevolmente tra loro e il capitano. Fosse sempre così!

Ma ecco una tentazione: una bella collina in mezzo al mare. Molti giovani se ne invaghirono. Perché star qui in questa zattera? Le attrattive del mondo sono fallaci. Senza permesso scendono a riva. Però per un subito infuriare della tempesta sono travolti dalle onde e tra grida disperate affogano. Ah, l'inganno del mondo!

Pare che la navigazione si faccia ancor più difficile. I giovani sono pallidi in volto. Ma rimangono stretti per mano gli uni agli altri, in preghiera. Tuttavia è fatale che ci sian degli sventati che:

a si fan beffe di quelli che pregano, ginocchioni. Essi stanno dritti in piedi. All'improvviso un vortice fa girare la nave su se stessa. E quelli sono sbattuti nelle onde. Sono gli indifferenti: non credono, non pregano, confidano in se stessi. Sciocchi che sono, non sanno che è sicuro chi sta umile, in ginocchio.

b peggio ancora: ci sono degli sfacciati e crudeli che, chiamando alcuni compagni vicino alla sponda, con uno spintone li gettano giù in mare. Sono gli scandalosi.

c in un momento di calma, si vedono avanzare altre zattere. C'è chi abbandona don Bosco e vuol fare a modo suo. Si pensano di conoscere già abbastanza il mondo, e che pertanto ormai non sono più dei bambini da lasciarsi guidare. Nel regno di Dio, i furbi sono quelli che conservano, anche adulti, la semplicità dei bimbi. Non fare mai da sè. L'amor proprio inganna: è una guida stolta.

Intanto ferve l'opera di salvataggio per gli incauti: Confessione, Comunione, lasciarsi guidare dai Superiori con filiale abbandono, saranno le gran armi che Gesù ha posto a servizio dei giovani per la loro salvezza.


Quando furono tutti sulla barca, incerti ancora di uscire da quel pericolo, presi il comando di capitano e dissi ai giovani:

Maria è la stella del mare. Essa non abbandona chi in Lei confida: mettiamoci tutti sotto il suo manto. Ella ci scamperà dai perigli e ci guidera a porto tranquillo.

Quindi abbandonammo ai flutti la nave, che galleggiava ottimamente e si muoveva, allontanandosi da quel luogo. L'impeto delle onde agitate dal vento la spingeva con tale velocità, che noi abbracciati l'un l'altro facemmo un sol corpo per non cadere.

Percorso molto spazio in brevissimo tempo, tutt'a un tratto la. barca si fermò e si mise a girare attorno a se stessa con straordinaria rapidità, sicchè pareva dovesse affondarsi. Ma un soffio violentissimo la spinse fuori del vortice. Prese quindi un corso più regolare e ripetendosi ogni tanto qualche mulinello e il soffio del vento salvatore, andò a fermarsi vicino ad una ripa asciutta, bella e vasta che sembrava ergersi come una collina in mezzo a quel mare.

Molti giovani se ne invaghirono e dicendo che il Signore aveva posto l'uomo sulla terra e non sulle acque, senza domandarne il permesso, uscirono dalla barca giubilando, e, invitando ancor altri a seguirli, ascesero su quella ripa.

Breve fu il loro contento, percbè gonfiandosi di nuovo le acque, per un subito infuriare della tempesta, invasero le falde di quella bella ripa, e in breve, gettando grida disperate, quegli infelici si trovarono nell'acqua fino ai fiachi; e poi capovolti dalle onde scomparvero. Io esclamai:

E' proprio vero che chi fa di sua testa, paga di sua borsa.

La nave intanto in balia di quel turbine minacciava di nuovo di andare a fondo. Vidi allora i miei giovani pallidi in volto e ansanti e: Fatevi coraggio, gridai loro; Maria non ci abbandonerà. E unanimi e di cuore recitammo gli atti di fede, di speranza, di carità e di contrizione, alcuni Pater ed Ave e la Salve Regina; quindi, ginocchioni, tenendoci per mano gli uni cogli altri, recitavamo ciascuno particolari preghiere.

Però parecchi insensati, indifferenti a quel pericolo, quasi nulla fosse avvenuto, alzatisi in piedi e dimenandosi, si aggiravano or qua or là, sghignazzando fra di loro e burlandosi quasi degli atteggiamenti supplichevoli dei loro compagni. Ed ecco che si arresta all'improvviso la nave, e gira con rapidità su se stessa, e un vento furioso sbatte nelle onde quei sciagurati. Erano trenta, ed essendo l'acqua profonda e melmosa, appena vi furono dentro, più nulla si vide di loro. Noi intonammo la Salve Regina e più che mai invocammo di cuore la protezione della Stella del mare.

Sopravvenne la calma. Ma la nave, a guisa di un pesce, continuava ad avanzare senza che sapessimo ove ci avrebbe condotti. A bordo ferveva continuamente e in varie guise un'opera di salvazione. Si faceva di tutto per impedire ai giovani di cadere nelle acque e per salvarne i caduti. Poichè vi erano di quei che sporgendosi incautamente dalle basse sponde della, zattera cadevano nel lago; e ve ne erano molti altri sfacciati e crudeli che, chiamando alcuni compagni vicino alle sponde, con un urtone li gettavano giù.

Perciò vari preti preparavano canne robuste; grosse lenze, ed ami di varie specie. Altri attaccavano gli ami alle canne e li distribuivano a questi e a quelli: altri già si trovavano al loro posto colle canne alzate, collo sguardo fisso sulle onde, e attenti al grido di soccorso. Appena cadeva un giovane le canne si abbassavano e il naufrago si afferrava alla lenza, oppure coll'amo restava uncinato nella cintura o nelle vesti e così veniva tratto in salvo. Ma anche fra i deputati alla pesca alcuni disturbavano e impedivano i pescatori e coloro che preparavano e distribuivano gli ami. I chierici poi vigilavano tutt'intorno per tenere indietro i giovanetti che erano ancora una moltitudine.

Io stava ai piedi di un alto pennone piantato nel centro, circondato da moltissimi giovani e da preti e chierici che eseguivano gli ordini miei. Fintantoché furono docili e obbedienti alle mie parole, tutto andava bene: eravamo tranquilli, contenti, sicuri. Ma non pochi incominciarono a trovare incomoda quella zattera, a temere il viaggio troppo lungo, a lamentarsi de' disagi e pericoli di quella attraversata, a disputare sul luogo ove avremmo approdato, a pensare al modo di trovare altro rifugio, ad illudersi colla speranza che poco lungi vi fosse terra nella quale troverebbero sicuro ricovero, a dubitare che presto sarebbero mancate le vettovaglie, a questionare fra loro, a rifiutarmi obbedienza. Invano io cercava di persuaderli colle ragioni.

Ed ecco in vista altre zattere le quali avvicinandosi sembrava tenessero un corso diverso dal nostro, e quelli imprudenti deliberarono di secondare i loro capricci, di allontanarsi da me e di fare a loro modo. Gettarono nelle acque alcune tavole che erano nella nostra zattera e scopertene altre abbastanza larghe che galleggiavano non molto discoste, vi saltarono sopra e si allontanarono alla volta delle zattere apparse. Fu una scena indescrivibile e dolorosa per me: vedeva quegli infelici che andavano incontro alla rovina.

Soffiava il vento, i flutti erano agitati: ed ecco alcuni si sprofondarono sotto di questi che si sollevavano e abbassavano furiosamente: altri furono involti tra le spire dei vortici e trascinati negli abissi: altri urtarono in ostacoli a fior d'acqua e capovolti sparirono: parecchi riuscirono a salire sulle zattere le quali però non tardarono a sommergersi.

Terzo atto
Notte di naufragio, di smarrimento

Notte buia e spaventosa. Qui il dramma raggiunge la massima intensità. Nel buio tra l'infuriare dei venti e delle onde, si odono le grida strazianti dei naufraghi. I primi chiarori di quel fosco mattino offrono uno spettacolo ripugnante. La nave è costretta a passare tra due sponde limacciose cosparse di cespugli, e di grosse schegge, ciottoli, pali, fascine, assi spezzate, antenne, remi. E all'intorno animali schifosi: rospi, serpenti, vipere. Sui rami dei salici piangenti stanno gattoni che divorano membra umane, e scimmioni tentatori dei giovani.

Tra tanto scompiglio fan orrida mostra di sè membra spezzate dei compagni caduti, cadaveri galleggianti, altri immersi nel fango della sponda, altri sporgenti dall'acqua con un braccio, o con il capo, o con il dorso. Uno è divorato da un mostro sotto lo sguardo dei giovani della barca esterefatti: un giovane lo chiama a nome gridando, tutto spaventato e angosciato. Oh, la lacrimevole fine! E più in là sulla sponda si innalza una fornace ardente, gigantesca, che è tutta un ribollimento di mani, piedi, teste, tronchi di compagni dannati.

Il sesto e il settimo comandamento menano tanto disastro tra i giovani.


La notte si fece oscura e buia: e in lontananza udivansi le grida strazianti di coloro che perivano. Naufragarono tutti. «Tutti sono travolti dal gran mare che è il mondo, quanti non sono accolti in questa nave», cioè la nave di Maria SS.ma.

Il numero dei miei cari figliuoli era diminuito di molto; ciò nonostante, continuando a confidare nella Madonna, dopo un'intiera notte tenebrosa, la nave entrò finalmente come in una specie di stretto angnstissimo, tra due sponde limacciose, coperte da cespugli e grosse schegge, ciottoli, pali, fascine, assi spezzate, antenne, remi. Tutto intorno alla barca si vedevano tarantole, rospi, serpenti, dragoni, coccodrilli, squali, vipere e mille altri animali schifosi. Sopra salici piangenti, i cui rami pendevano sopra la nostra barca., stavano gattoni di forma singolare che sbranavano pezzi di membra umane; e molti scimmioni che penzolando dai rami si sforzavano di toccare e arroncigliare i giovani; ma questi curvandosi impauriti schivavano quelle insidie.

Tu colà, in quel gretto, che rivedemmo con grande sorpresa e orrore i poveri compagni perduti, o che avevano disertato da noi. Dopo il naufragio, erano stati gettati dalle onde su quella spiaggia. Le membra di alcuni erano state fatte a pezzi per l'urto violentissimo contro gli scogli. Altri era sotterrato nella palude e non se ne vedevano che i capelli e la metà di un braccio. Qui sporgeva dal fango un dorso, più in là una testa: altrove galleggeviava interamente visibile qualche cadavere. A un tratto si ode la voce di un giovane della barca, il quale grida:

Qui è un mostro che divora le carni del tale dei tali!

E chiama ripetutamente per nome quel disgraziato, additandolo ai compagni esterefatti.

Ma ben altro spettacolo presentavasi ai nostri occhi. A poca distanza innalzavasi una gigantesca fornace nella quale divampava un fuoco grande e ardentissimo. In questo apparivano forme umane e si vedevano piedi, gambe, braccia, mani, teste, ora salire ora discendere tra quelle fiamme, confusamente, nella stessa maniera dei fagioli nella pentola, quando questa bolle. Osservando attentamente, vi scorgemmo tanti nostri allievi e rimanemmo spaventati. Sopra quel fuoco eravi come un gran coperchio, sul quale stavano scritte a grossi caratteri queste parole: «IL SESTO E IL SETTIMO CONDUCONO QUI ».

Quarto atto
La guarigione

Don Bosco non resta inattivo fra tanto disastro. Salva il salvabile. Scende a terra senza paura dei pericoli. Tra allievi disorientati c'è una moltitudine dei suoi giovani che muove a compassione. In tutti, vermi e insetti schifosi rodono gli occhi, le orecchie, la testa e il cuore. Soffrono dolori inenarrabili. Altri aprono i loro abiti mostrando serpenti che li stringono attorno al corpo, altri nascondono in seno vipere. Una sorgente d'acqua fresca e ferruginosa guarisce all'istante chi va a lavarsi. E' l'efficacia della Confessione. Ma alcuni non obbediscono ai comandi di don Bosco e rimangono con i loro vermi schifosi. L'opera della nostra santificazione parte da Dio, ma non si compie senza il concorso della nostra libera volontà.


Là vicino v'era pure una vasta e alta prominenza di terra con numerosi alberi silvestri disordinatamente disposti ove si muoveva ancora una moltitudine dei nostri giovani, o caduti nelle onde o allontanatisi nel corso del viaggio. Io scesi a terra, non badando al pericolo, mi avvicinai e vidi che avevano gli occhi, le orecchie, i capelli o persino il cuore pieno di insetti e vermi schifosi che li rosicchiavano, e cagionavano loro grandissimo dolore. Uno di questi soffriva più degli altri; voleva accostarmi a lui, ma egli mi fuggiva nascondendosi dietro gli alberi. Altri ne vidi che aprendo pel dolore gli abiti, mostravano la persona cinta di serpenti: altri avevano in seno delle vipere.

Additai a tutti una fonte che gettava in gran copia acqua fresca e ferruginosa; chiunque andava a lavarsi in quella guariva all'istante e poteva ritornare alla barca. La maggior parte di quegli infelici obbedì al mio invito; ma alcuni si rifiutarono. Allora io, troncando gli indugi, mi rivolsi a quelli che erano risanati, i quali alle mie istanze, mi seguirono con sicurezza, essendosi ritirati i mostri. Appena fummo sulla zattera, questa, spinta dal vento, uscì da quello stretto dalla parte opposta a quella per la quale era entrata e si slanciò di nuovo in un oceano senza confini.

Noi, compiangendo la triste sorte e il fine lagrimevole dei nostri compagni abbandonati in quel luogo, ci mettemmo a cantare: « Lodate Maria, o lingue fedeli », in ringraziamento alla gran Madre celeste, di averci sino allora protetti; e sull'istante, quasi al comando di Maria, cessò l'infuriare del vento e la nave prese a scorrere rapida sulle placide onde con una facilità che non si può descrivere. Sembrava che si avanzasse al solo impulso che le davano, scherzando, i giovani spingendo indietro l'acqua con la palma della mano.

Quinto atto
Iride di pace

Finalmente cessa la tempesta: l'aria si fa limpida. In cielo compare un'iride che a grossi caratteri di luce porta scritto: MEDOUM, ossia: Madre e Signora di tutto l'Universo Maria,. La navigazione è tranquilla, e la nave corre veloce. Maria Ausiliatrice conduce i suoi figli nella terra della salvezza. Aria balsamica, luce splendente e soave, giardini fioriti e in mezzo un gran castello: ecco qual'è la terra promessa! Li guida san Domenico Savio. Li porta fin dentro il salone centrale del castello, bellissimo e immenso. La Madonna è al centro: non una statua senza vita, ma una persona vivente, una Madre!

Essa stessa con voce argentina e soavissima si proclama per i suoi devoti: Madre pietosa.

La navigazione iniziata nel nome di Maria, travagliata lungo la rotta, ma sempre sotto la protezione di Maria, si conclude con il trionfo dei giovani prostrati davanti la loro Madre buona, Maria.

Ma non tutti si sono salvati. Perchè ? Perchè? Dio vuole salvi tutti. Si dannano solo gli stolti che vogliono fare di propria testa. Hanno i Sacramenti, li frequentino. Hanno dei Superiori, li ascoltino. Hanno un regolamento, hanno i comandamenti, li seguano. Hanno una Madre, Maria: l'amino e saranno salvi.

D. Bosco adunque, innanzi alla moltitudine de' suoi giovani, così parlò il lunedì a sera, primo giorno del 1866.


Ed ecco comparire in cielo un'iride, più meravigliosa e varia di un'aurora boreale, ove, passando, leggemmo scrittaa grossi caratteri di luce la parola MEDOUM, senza intenderne il significato. A me parve però che ogni lettera fosse l'iniziale di queste parole: Mater et Domina omnis universi Maria, e cioè: Maria è Madre e Signora di tutto l'universo.

Dopo un lungo tratto di viaggio, ecco spuntar terra in fondo all'orizzonte, alla quale a poco a poco avvicinandoci, sentivamo destarcisi in cuore una gioia inesprimibile. Quella terra, amenissima per boschetti con ogni specie di alberi, presentava il panorama più incantevole, perchè illuminata come dalla luce del sole nascente alle spalle delle sue colline. Era una luce che brillava ineffabilmente quieta, simile a quella di una splendida sera d'estate, che infondeva un senso di riposo e di pace.

E finalmente, urtando contro le sabbie del lido e strisciando su di esse, la zattera si fermò all'asciutto ai piedi di una bellissima vigna. Si può ben dire di questa zattera: «Tu, o Dio, ne hai fatto quasi un ponte, attraverso il quale, noi che passiamo i flutti del mondo, possiamo pervenire a porto tranquillo ».

I giovani erano desiderosi di entrare in quella vigna ed alcuni curiosi più degli altri con un salto furono sul lido. Ma fatti appena alcuni passi ricordandosi della sorte disgraziata toccata a quei primi che s'invaghirono della ripa posta in mezzo al mare burrascoso, frettolosi ritornarono alla barca.

Gli occhi di tutti erano a me rivolti e sulla fronte di ognuno leggevasi la domanda:

D. Bosco, è tempo di discendere e fermarci?

Io prima riflettei alquanto e poi dissi loro: Discendiamo: è giunto il tempo: ora siamo in sicuro!

Fu un grido generale di gioia! Ed ognuno stropicciandosi le mani per la contentezza, entrò in quella vigna disposta col massimo ordine. Dalle viti pendevano grappoli di uva simili a quelli della terra promessa e sugli alberi era ogni sorta di frutti che possono desiderarsi nella bella stagione, di un gusto mai più sentito. In mezzo a quella vastissima vigna sorgeva un gran castello attorniato da un delizioso e regale giardino e da forti mura.

Volgemmo il passo a quella volta per visitarlo, e ci fu concessa libera entrata. Eravamo stanchi ed affamati ed in un'ampia sala tutta guernita d'oro stava apparecchiata per noi una gran tavola con ogni sorta di cibi i più squisiti, di cui ognuno potè servirsi a piacimento. Mentre finivamo di rifocillarci entrò nella sala un nobile giovinetto, riccamente vestito, di un'avvenenza indescrivibile, il quale con affettuosa e familiare cortesia ci salutò chiamandoci tutti per nome. Vedendoci stupiti e meravigliati per la sua bellezza e per quella di tante cose già osservate, ci disse: Questo è niente; venite e vedrete.

Noi tutti gli tenemmo dietro e dai parapetti delle logge ci fece contemplare i giardini, dicendoci che di quelli eravamo padroni noi per le nostre ricreazioni. E ci condusse di sala in sala, una più magnifica dell'altra per architettura, colonnati e ornamenti di ogni specie. Aperta poscia una porta che metteva in una cappella, ci invitò ad entrare. Di fuori la cappella sembrava piccola, ma appena ne valicammo la soglia, la scorgemmo sì ampia che da una estremità, all'altra appena ci potevamo vedere. Il pavimento, le mura, le volte erano guernite e ricche con mirabile artificio di marmi, di argento, di oro, e di pietre preziose, che io estatico di meraviglia esclamai: Ma questa è una bellezza di paradiso: faccio patto di rimanere qui per sempre!

In mezzo a questo gran tempio s'innalzava sovra ricca base una grande, magnifica statua rappresentante Maria Ausiliatrice. Chiamati molti giovani che si erano sparsi qua e là per esaminare la bellezza di quel sacro edificio, tutta la moltitudine si recò innanzi a quella statua per ringraziare la Vergine Celeste dei tanti favori prestatici. Qui mi accorsi dell'immensità di quella chiesa, poichè tutte quelle migliaia di giovani sembravano un piccolo gruppo che occupasse il centro di quella.

Mentre i giovani stavano mirando quella statua che aveva una vaghezza di fisionomia veramente celeste, ad un tratto essa parve animarsi e sorridere. Ed ecco un mormorio, una commozione tra la folla. La Madonna muove gli occhi! Esclamarono alcuni. E infatti Maria Santissima girava con ineffabile bontà i suoi occhi materni su quei giovanetti. Poco dopo un secondo grido generale: La Madonna muove le mani. E infatti, lentamente aprendo le braccia, essa sollevava il manto come per accoglierli tutti sotto di quello. Le lacrime scorreano per forza di commozione sulle nostre guance. La Madonna muove le labbra! Dissero alcuni. Si fe' un silenzio profondo; e la Madonna aperse la bocca e con una voce argentina, soavissima ci diceva:

SE VOI SARETE PER ME FIGLIUOLI DEVOTI, IO SARò PER VOI MADRE PIETOSA!

A queste parole cademmo tutti in ginocchio ed intonammo il canto: « Lodate Maria, o lingue fedeli ». Questa armonia era così forte, così soave, che, sopraffatto da essa, io mi svegliai e così terminò la visione. Don Bosco concludeva:

Vedete miei cari figlioli? In questo sogno possiamo riconoscere il mare burrascoso di questo mondo. Se voi sarete docili ed obbedienti alle mie parole e non darete retta ai cattivi consiglieri, dopo esserci affaticati a fare il bene e fuggire il male, vinte tutte le nostre cattive tendenze, arriveremo finalmente sul termine di nostra vita, ad una spiaggia sicura. Allora ci verrà incontro, mandato dalla Madonna SS. chi, a nome del Nostro buon Dio, c'introdurrà, per ristorarci delle nostre fatiche, nel suo reale giardino, cioè nel Paradiso, all'amabilissima sua divina presenza. Ma se facendo il contrario di ciò che io vi predico, vorrete scapricciarvi a vostro modo e non dar retta ai miei consigli, farete miserando naufragio. (M. B. VIII, 275)






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