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SECONDO SOGNO MISSIONARIO
ATTRAVERSO L'AMERICA DEL SUD


Quale dovesse essere la grande opera a cui erasi dato principio nel 1875, si delineò alla mente di Don Bosco in un sogno fatto nel 1883 a S. Benigno. Fu una rappresentazione allegorica sull'avvenire delle missioni salesiane nell'America del Sud. Il velo è però abbastanza trasparente, perché vi si possa scorgere quello che ne forma la sostanza. Don Bosco ne fece il racconto il 4 settembre dinanzi ai membri del terzo Capitolo Generale. Sebbene sia lunghetto, non sembra inopportuno riportarlo per intero, dati i copiosi elementi positivi che contiene.

Conviene dire una parola che faccia conoscere la mirabile figura del giovanetto Luigi dei Conti Colle di Tolone, che in questo sogno fa da Guida.

Morì il 3 aprile 1881 a 17 anni in concetto di santità. Don Bosco lo conobbe in Francia, a Tolone, nel febbraio del 1881, quando fu chiamato al suo capezzale. Don Ceria così ne racconta l'incontro.

«Appena giunto a Tolone, Don Bosco si portò dal malato, che lo aspettava a braccia aperte, ma senza dare mai alcun segno d'impazienza. Lo trovò consunto dalla tisi. Quando si poterono intrattenere da soli, il Beato restò ammirato dell'ingenuità e del candore di quell'anima: gli parve Luigi di nome e di fatto. Vedendolo maturo per il paradiso, lo dispose a fare volentieri il sacrifizio della vita al Signore; nel che dovette toccar con mano quanto egli si mostrasse docile ai movimenti della grazia, piegandosi pronto ai sentimenti suggeritigli e abbandonandosi interamente nelle braccia di Dio.

Ciò nonostante non credette opportuno distorglielo dal pregare per la sua guarigione, non foss'altro per riguardo ai genitori trambasciati: solo esortò a mettere sempre la condizione, se questo fosse per tornare a bene dell'anima sua. Dio lo chiamò a sè il 3 aprile seguente. Ricevuti gli ultimi sacramenti, egli aveva detto ai suoi: « Vado in Paradiso; me l'ha detto Don Bosco (M.B., vol. XV, pag. 75».

La memoria del caro giovane s'impresse indelebile nel cuore del Santo tanto che ne scrisse subito la sua biografia.

«Era la notte che precedeva la festa di S. Rosa da Lima (30 agosto) ed io ho fatto un sogno. Mi accorgevo di dormire e nello stesso tempo mi sembrava di correre molto, a segno che mi sentivo stanco di correre, di parlare, di scrivere e di faticare nel disimpegno delle altre mie occupazioni solite. Mentre pensava se il mio fosse un sogno ovvero realtà, mi parve di entrare in una sala di trattenimento dove erano molte persone che stavano parlando di cose diverse.

Un lungo discorso si aggirò intorno alla moltitudine dei selvaggi che, nell'Australia, nelle Indie, nella Cina, nell'Africa e più particolarmente nell'America, in numero sterminato sono tuttora sepolti nell'ombra di morte.

L'Europa, disse, con serietà un ragionatore, la cristiana Europa, la grande maestra di civiltà e di Cattolicesimo pare sia venuta apatica per le Missioni estere. Pochi sono quelli che sono abbastanza arditi d'affrontare lunghe navigazioni e sconosciuti paesi per salvare le anime di milioni di uomini che pur furono redente dal Figlio di Dio, da Cristo Gesù.

Disse un altro: Che quantità di idolatri vivono infelici fuori della Chiesa e lontani dalla conoscenza del Vangelo nella sola America! Gli uomini pensano (ed i geografi si ingannano) che le Cordigliere d'America siano come un muro che divide quella gran parte del mondo. Non è così. Quelle lunghissime catene di alte montagne fanno molti seni di mille e più chilometri in sola lunghezza. In essi vi sono selve non mai visitate, vi sono piante, animali, e poi si trovano pietre di cui qua si scarseggia. Carbon fossile, petrolio, piombo, rame, ferro, argento ed oro stanno nascosti in quelle montagne, nei siti dove furono collocati dalla mano onnipotente del Creatore a benefizio degli uomini. O Cordigliere, Cordigliere, quanto mai è ricco il vostro oriente!

In quel momento mi sentii preso da vivo desiderio di chiedere spiegazioni di più cose e di interrogare chi fossero quelle persone colà raccolte e in quale luogo mi trovassi. Ma dissi fra me: Prima di parlare bisogna che osservi quale gente sia questa! E volsi curiosamente lo sguardo attorno. Se non che tutti quei personaggi mi erano sconosciuti. Essi intanto, come se in quel momento soltanto mi avessero veduto, mi invitarono a farmi innanzi e mi accolsero con bontà.

Io chiesi allora: Ditemi, di grazia! Siamo a Torino, a Londra, a Madrid, a Parigi? Ove siamo? E voi chi siete? Con chi ho il piacere di parlare! Ma tutti quei personaggi rispondevano vagamente sempre discorrendo delle Missioni.

In quel mentre si avvicinò a me un giovane in sui sedici anni, amabile per sovrumana bellezza e tutto raggiante di viva luce più chiara di quella del sole. Il suo vestito era intessuto con celestiale ricchezza e il suo capo era cinto di un berretto a foggia di corona, tempestato di brillantissime pietre preziose. Fissandomi con sguardo benevolo, mi dimostrava un interesse speciale. Il suo sorriso esprimeva un affetto di irresistibile attraenza. Mi chiamò per nome, mi prese per mano ed incominciò a parlarmi della Congregazione Salesiana.

Io era incantato al suono di quella voce. Ad un certo punto l'interruppi: Con chi ho l'onore di parlare? Favoritemi il vostro nome. E quel giovane: Non dubitate! Parlate pure con piena confidenza, che siete con un amico.

Ma il vostro nome?

Ve lo direi il inio nome se ciò facesse di bisogno: ma non occorre poichè mi dovete conoscere. Così dicendo sorrideva.

Fissai meglio quella fisionomia cinta di luce. Oh quanto era bella! E riconobbi allora in lui il figlio del Conte Fiorito Colle di Tolone, insigne benefattore della nostra casa e specialmente delle nostre Missioni Americane. Questo giovinetto era morto poco tempo prima..

Ohl Voi? dissi io chiamandolo per nome. Luigi! E tutti costoro chi sono?

Sono amici dei vostri Salesiani, ed io come amico vostro e dei Salesiani, a nome di Dio, vorrei darvi un po' di lavoro.

Vediamo di che si tratta. Quale è questo lavoro? Mettetevi qui a questa tavola e poi tirate giù questa corda.

In mezzo a quella gran sala vi era un tavolo, sul quale stava aggomitolata una corda, e questa corda vidi che era segnata come il metro, con linee e numeri. Più tardi ini accorsi anche come quella sala fosse posta nell'America del Sud, proprio sulla linea dell'Equatore, e come quei numeri stampati sulla corda corrispondessero ai gradi geografici di latitudine.

Io presi adunque l'estremità di quella corda, la guardai e vidi che sul principio aveva segnato il numero zero.

Io rideva.

E quell'angelico giovinetto: Non è tempo di ridere, mi disse. Osservate: che cosa sta scritto sopra la corda?

Numero zero. Tirate un poco! Tirai alquanto la corda, ed ecco il numero 1.

Tirate ancora e fate un gran rotolo di quella corda.

Tirai e venne fuori il numero 2, 3, 4, fino al 20. Basta? dissi io.

No: più in su, più in su! Andate finchè troverete un nodo, rispose quel giovanetto.

Tirai fino al numero 47, dove trovai un grosso nodo; da questo punto la corda continuava ancora, ma divisa in tante cordicelle che si sparpagliavano ad oriente, ad occidente, a mezzodì.

Basta? replicai.

Che numero è? Interrogò quel giovane. è il numero 47.

47 più 3 quanto fa? 50!

E più 5?

55!

Notate: cinquantacinque.

E poi mi disse: Tirate ancora.

Sono alla fine, io risposi.

Ora dunque voltatevi indietro e tirate la corda dall'altra parte.

Tirai la fune dalla parte opposta, fino al numero 10.

Quel giovane replicò: Tirate ancora.

Non c'è più niente.

Come! Non c'è più niente? Osservate ancora: che cosa c'è?

C'è dell'acqua, risposi.

Infatti in quell'istante si operava in me un fenomeno straordinario, quale non è possibile descrivere. Io mi trovavo in quella stanza, tiravo quella corda e nello stesso tempo svolgevasi sotto i miei occhi come un panorama di un paese immenso, che io dominava quasi a volo di uccello e che stendevasi collo stendersi della corda.

Dal primo zero al numero 55 era una terra sterminata che dopo uno stretto di mare, in fondo frastagliavasi in cento isole di cui una assai maggiore delle altre. A queste isole pareva alludessero le cordicelle sparpagliate che partivano dal gran nodo. Ogni cordicella faceva capo ad un'isola. Alcune di queste erano abitate da indigeni abbastanza numerosi; altre sterili, nude, rocciose, disabitate: altre tutte coperte di neve e ghiaccio.

Ad occidente gruppi numerosi di isole, abitate da molti selvaggi.

(Pare che il nodo posto sul numero o grado 47 figurasse il luogo di partenza, il centro salesiano, la missione principale donde i missionari nostri si diramavano alle isole Malvine, alla Terra del Fuoco e alle altre isole di qnei paesi dell'America).

Dalla parte opposta poi, cioè dallo zero al 10 continuava la stessa terra e finiva in quell'acqua da me vista per l'ultima cosa. Mi parve essere quell'acqua il mare delle Antille, che vedeva allora in un modo così sorprendente, da non essere possibile che io spieghi a parole quel modo di vedere.

Or dunque avendo io risposto: c'è dell'acqua! quel giovanetto rispose: Ora mettete insieme 55 più 10. A che cosa è uguale?

Ed io: Somma 65.

Ora mettete tutto insieme e ne farete una corda sola.

E poi?

Da questa parte che cosa c'è? E mi accennava un punto sul panorama.

All'occidente vedo altissime montagne, e all'oriente c'è il mare!

(Noto qui che allora io vedeva in compendio, come in miniatura tutto ciò che poi vidi, come dirò, nella sua reale grandezza ed estensione, e i gradi segnati dalla corda corrispondenti con esattezza ai gradi geografici di latitudine, furon quelli che mi permisero di ritenere a memoria per vari anni i successivi punti che visitai viaggiando nella seconda parte di questo stesso sogno).

Il giovane mio amico proseguiva: Or bene, queste montagne sono come una sponda, un confine. Fin qui, fin là è la messe offerta ai Salesiani. Sono migliaia e milioni di abitanti che attendono il vostro aiuto, attendono la fede.

Queste montagne erano le Cordigliere dell'America del Sud e quel mare l'Oceano Atlantico.

E come fare? io ripresi: come riusciremo a condurre tanti popoli all'ovile di Gesù Cristo?

Come fare? Guardate!

Ed ecco giungere Don Lago il quale portava un canestro di fichi piccoli e verdi; e mi disse: Prenda, Don Bosco!

Che cosa mi porti? risposi io guardando ciò che conteneva il canestro.

Mi hanno detto di portarli a lei.

Ma questi fichi non sono buoni da mangiare: non sono maturi.

Allora il mio giovane amico prese il canestro, che era molto largo, ma aveva poco fondo e me lo presentò dicendo: Ecco il regalo che vi fo!

E che cosa debbo fare di questi fichi?

Questi fichi sono immaturi, ma appartengono al gran fico della vita. E voi cercate il modo di farli maturare.

E come? Se fossero più grossi... potrebbero farsi maturare colla paglia, come si usa con gli altri frutti: ma così piccoli... così verdi... è cosa impossibile.

Anzi sappiate che per farli maturare, è necessario che facciate in modo che tutti questi fichi siano di nuovo attaccati alla pianta.

Cosa incredibile! E come fare?

Guardate! E prese uno di quei fichi e lo mise in bagno in un vasetto di sangue: poi lo immerse in un altro vasetto pieno d'acqua, e disse: Col sudore e col sangue i selvaggi torneranno ad essere attaccati alla pianta e ad essere gradevoli al padrone della vita.

Io pensava: ma per conseguire ciò ci vuol tempo. E quindi ad alta voce esclamai: Io non so più cosa rispondere.

Ma quel caro giovane, leggendo nei miei pensieri, proseguì: Questo avvenimento sarà ottenuto prima che sia compiuta la seconda generazione.

E quale sarà la seconda generazione?

Questa presente non si conta. Sarà un'altra e poi un'altra.

Io parlavo confuso, imbrogliato e quasi balbettando nell'ascoltare i magnifici destini che son preparati per la nostra Congregazione, e domandai: Ma ognuna di queste generazioni quanti anni comprende?

Sessanta anni! E dopo?

Volete vedere quello che sarà? Venite!

E senza saper come, mi trovai in una stazione ferroviaria. Quivì era radunata molta gente. Salimmo sul treno.

Io domandai dove fossimo. Quel giovane rispose: Notate bene! Guardate! Noi andiamo in viaggio lungo le Cordigliere. Avete la strada aperta anche allo Oriente fino al mare. è un altro dono del Signore.

E a Boston, dove ci attendono, quando andremo!

Ogni cosa a suo tempo. Così dicendo trasse fuori una carta ove in grande era rilevata la diocesi di Cartagena. (Era questo il punto di partenza).

Mentre io guardava quella carta, la macchina mandò un fischio e il treno si mise in moto. Viaggiando il mio amico parlava molto, ma io per il rumore del convoglio non potevo capirlo interamente. Tuttavia imparai cose bellissime e nuove sull'astronomia, sulla nautica, sulla metereologia, sulla mineralogia, sulla fauna, sulla flora, sulla topografia di quelle contrade, che esso spiegavami con meravigliosa precisione. Condiva frattanto le sue parole con una contegnosa e nello stesso tempo con una tenera famigliarità, che dimostrava quanto mi amasse. Fin dal principio mi aveva preso per mano, e mi tenne sempre così affettuosamente stretto fino alla fine del sogno. Io portavo talora l'altra mia mano libera sulla sua, ma questa sembrava sfuggire di sotto alla mia, quasi svaporasse, e la mia sinistra stringeva solamente la mia destra. Il giovinetto sorrideva al mio inutile tentativo.

Io frattanto guardavo dai finestrini del carrozzone, e mi vedevo sfuggire innanzi svariate, ma stupende regioni. Boschi, montagne, pianure, fiumi lunghissimi e maestosi che io non credeva così grandi in regioni tanto distanti dalle foci. Per più di mille miglia abbiamo costeggiato il lembo di una foresta vergine, oggi giorno ancora inesplorata. Il mio sguardo acquistava una potenza visiva meravigliosa. Non aveva ostacoli per spingersi in quelle legioni. Non so spiegare come accadesse nei miei occhi questo sorprendente fenomeno. Io ero come chi, sopra una collina, vedendo distesa ai suoi piedi una grande regione, se pone innanzi agli occhi a piccola distanza un listello anche stretto di carta, più nulla vede o ben poco; chè se toglie quel listello o solo lo alza o abbassa alquanto, ecco che la sua vista può estendersi fino all'estremo orizzonte. Così successe a me per quella straordinaria intuizione acquistata; ma con questa differenza: di mano in mano che io fissavo un punto, e questo punto mi passava innanzi, era come un successivo alzarsi di singoli siparii ed io vedeva a sterminate incalcolabili distanze. Non solo vedevo le Cordigliere, anche quando ne ero lontano, ma anche le catene di montagne, isolate in quei piani immensurabili, erano da me contemplate con ogni più piccolo accidente. (Quelle della Nuova Granata, di Venezuela, delle tre Gitiane; quelle del Brasile, e della Bolivia, fino agli ultimi confini).

Potei quindi verificare la giustezza di quelle frasi udite al principio del sogno nella gran sala posta sul grado zero. lo vedeva nelle viscere delle montagne e nelle profonde latebre delle pianure. Avea sott'occhio le ricchezze incomparabili di questi paesi che un giorno verranno scoperte. Vedeva miniere numerose di metalli preziosi, cave inesauribili di carbon fossile, depositi di petrolio così abbondanti quali mai finora si trovarono in. altri luoghi. Ma ciò non era tutto. Tra il grado 15 e il 20 vi era un seno assai largo e assai lungo che partiva da un punto ove formavasi un lago. Allora una voce disse ripetutamente: Quando si verranno a scovare le miniere nascoste in mezzo a questi monti, apparirà qui la terra promessa fluente latte e miele. Sarà una ricchezza inconcepibile.

Ma ciò non era tutto. Quello che maggiormente mi sorprese fu il vedere in vari siti le Cordigliere che rientrando in se stesse formavano vallate, delle quali i presenti geografi neppur sospettano l'esistenza, immaginandosi che in quelle parti le falde delle montagne siano

come una specie di muro diritto. In questi geni e queste valli, che talora si stendevano fino a mille chilometri, abitavano folte popolazioni non ancora venute a contatto con gli Europei, nazioni ancora pienamente sconosciute.

Il convoglio intanto continuava a correre, e va e va, e gira di qua e gira di là, finalmente si fermò. Quivi discese una gran parte di viaggiatori, cbe passava sotto le Cordigliere, andando verso occidente.

(Don Bosco accennò la Bolivia. La stazione era forse La Paz ove una galleria aprendo passaggio al litorale del Pacifico può mettere in comunicazione il Brasile con Lima per mezzo di un'altra linea di via ferrata). Il treno di bel nuovo si mise in moto, andando sempre avanti. Come nella prima parte del viaggio attraversavamo foreste, penetravamo in gallerie, passavamo sotto giganteschi viadotti, ci internavamo tra gole di montagne, costeggiavamo laghi e paludi su ponti, valicavamo fiumi larghi, correvamo in mezzo a praterie ed a pianure. Siamo passati sulle sponde dell'Uruguay. Pensavo che fosse fiume di poco corso, ma invece è lunghissimo. In un punto vidi il fiume Paranà che si avvicinava all'Uruguay, come se andasse a portargli il tributo delle sue acque, ma invece dopo essere corso per un tratto quasi parallelamente, se ne allontanava facendo un largo gomito. Tutti due questi fiumi erano larghissimi. (Arguendo da questi pochi dati sembra che questa futura linea di ferrovia partendo da La Paz, toccherà Santa Cruz, passerà per l'unica apertura che è nei monti Cruz della Sierra ed è attraversata dal fiume Gnapay; valicherà il fiume Parapiti nella provincia Chiquitos della Bolivìa; taglierà l'estremo lembo nord della Repubblica del Paraguay; entrerà nella provincia di San Paolo nel Brasile e di qui farà capo a Rio Janeiro. Da una stazione intermedia nella provincia di San Paolo partirà forse la linea ferroviaria che passando tra il Rio Paranà e il Rio Uruguay congiungerà la capitale del Brasile colla Repubblica dell'Uruguay e colla Repubblica Argentina.)

Il treno andava sempre in giù e gira da una parte e gira dall'altra, dopo un lungo spazio di tempo si fermò la seconda volta. Quivi molta.altra gente scese dal convoglio e passava essa pure sotto le Cordigliere andando verso occidente. (Don Bosco indicò nella Repubblica Argentina la provincia di Mendoza. Quivi la stazione era forse Mendoza e quella galleria metteva a Santiago, capitale della Repubblica del Cile.)

Il treno riprese la sua corsa attraverso le Pampas e la Patagonia. I campi coltivati e le case sparse qua e là indicavano che la civiltà prendeva possesso di quei deserti.

Sul principio della Patagonia passammo una diramazione del Rio Colorado ovvero del Rio Chubut (o forse del Rio Negro?). Non potevo vedere la sua corrente da qual parte andasse, se verso le Cordigliere ovvero verso l'Atlantico. Cercavo di sciogliere questo probleina., ma non potevo orizzontarmi.

Finalmente giungemmo allo stretto di Magellano. Io guardavo. Scendemmo. Avevo innanzi Punta Arenas. Il suolo per varie miglia era tutto ingombro di depositi di carbon fossile, di tavole, di travi, di legna, di mucchi immensi di metallo, parte greggio, parte lavorato. Lunghe file di vagoni per inercanzie stavano sui binari.

Il mio amico mi accennò a tutte queste cose. Allora domandai: E adesso che cosa vuoi dire con questo? Lui rispose: Ciò che adesso è un progetto, un giorno sarà realtà. Questi selvaggi in futuro saranno così docili da venire essi stessi per ricevere istruzione, religione, civiltà e commercio. Ciò che altrove desta meraviglia, qui sarà tale meraviglia da superare quanto ora reca stupore in tutti gli altri popoli.

Ho visto abbastanza, io conclusi: ora conducetemi a vedere i miei Salesiani in Patagonia.

Ritornammo alla stazione e risalimmo sul treno per ritornare. Dopo aver percorso un lunghissimo tratto di via, la macchina si fermò innanzi a un borgo considerevole. (Posto forse sul grado 47 ove sul principio del sogno aveva visto quel grosso nodo della corda). Alla stazione non vi era alcuno ad aspettarmi. Discesi dal vapore e trovai subito i Salesiani. Ivi erano molte case con abitanti in gran numero; più chiese, scuole, vari ospizi di giovanetti e adulti, artigiani e coltivatori, e un educatorio di figlie che si occupavano in svariati lavori domestici. I nostri Missionari guidavano insieme giovinetti e adulti.

Io andai in mezzo a loro. Erano molti, ma io non li conoscevo e fra loro non vi era alcuno degli antichi miei figli. Tutti mi guardavano stupiti, come se fossi persona nuova, ed io dicevo loro: non mi conoscete? non conoscete voi Don Bosco?

Oh, Don Bosco!! Noi lo conosciamo solo di fama, ma l'abbiamo solamente visto nei ritratti! Di persona, no certo!

E Don Fagnano, Don Costamagna, Don Lasagna, Don Milanesio, dove son essi?

Noi non li abbiamo conosciuti. Son coloro che vennero qui una volta nei tempi passati; i primi Salesiani, che arrivarono in questi paesi dall'Europa. Ma ormai scorsero tanti anni da che son morti!

A questa risposta io pensavo meravigliato: Ma questo è un sogno ovvero una realtà? E battevo le mani l'una contro l'altra, mi toccavo le braccia, e mi scuotevo, mentre realmente udivo il suono delle mie mani e sentivo me stesso, e mi persuadevo di non essere addormentato.

Questa visita fu cosa di un istante. Visto il meraviglioso progresso della Chiesa Cattolica, della nostra Congregazione e della civiltà in quelle regioni, io ringraziavo la Divina Provvidenza che si fosse degnata di servirsi di me come strumento della sua gloria e della salute delle anime.

Il giovinetto Colle frattanto mi fece segno, ch'era tempo di tornare indietro; quindi, salutati i miei Salesiani, ritornammo alla stazione, ove il convoglio era pronto per la partenza. Risalimmo, fischiò la macchina, e via verso Nord.

Mi cagionò meraviglia una novità che mi cadde sotto gli occhi. Il territorio della Patagonia, nella parte più vicina allo stretto di Magellano, tra le Cordigliere e il mare Atlantico, era meno largo di quello che si crede comunemente dai geografi.

Il treno avanzavasi nella sua corsa velocissima e mi parve che percorresse le provincie che ora sono già civilizzate nella Repubblica Argentina.

Procedendo entrammo in una foresta vergine, larghissima, lunghissima, interminabile. Ad un certo punto la macchina si fermò e sotto gli occhi nostri apparve un doloroso spettacolo. Una turba grandissima di selvaggi radunata in uno spazio sgombro in mezzo alla foresta. 1 loro volti erano deformi e schifosi; le loro persone vestite, come sembrava, di pelli d'animali cucite insieme. Circondavano un uomo legato che stava seduto sopra una pietra. Esso era molto grasso, perchè i selvaggi lo avevano fatto a bello studio ingrassare. Quel poveretto era stato fatto prigioniero e sembrava appartenesse ad una nazione straniera dalla maggiore regolarità dei suoi lineamenti. Le turbe dei selvaggi lo inttrrogavano ed esso rispondeva narrando le varie avventure, che gli erano occorse nei suoi viaggi. A un tratto un selvaggio si alza e brandendo un grosso ferro che non era spada, ma però molto affilato, si slancia sul prigioniero e con un colpo solo gli tronca il capo. Tutti i viaggiatori del convoglio stavano agli sportelli e alle finestrelle del vagone, attenti e muti per l'orrore. Lo stesso Colle guardava e taceva. La vittima aveva mandato un grido straziante nell'atto che era colpita. Sul cadavere che giaceva in un lago di sangue, si slanciarono allora quei cannibali, e fattolo a pezzi, posero le carni ancora calde e palpitanti sopra fuochi appositamente accesi e, fattele arrostire alquanto, così mezze crude le divorarono. Al grido di quel disgraziato la macchina si era messa in moto e a poco a poco riprese la sua vertiginosa corsa.

Per lunghissime ore si avanzò sulle sponde di un fiume larghissimo e ora il treno correva sulla sponda destra, ed ora sulla sinistra di questo. Io non feci caso dal finestrino, su quali ponti facessimo questi frequenti tragitti. Intanto su quelle rive comparivano di tratto in tratto numerose tribù di selvaggi. Tutte le volte che vedevamo queste turbe il giovanetto Colle andava ripetendo: «Ecco la messe dei Salesiani! Ecco la messe dei Salesiani! »

Entrammo poi in una regione piena di animali feroci e di rettili velenosi, di forme strane ed orribili. Ne formicolavano le falde dei monti, i seni delle colline, i poggerelli di questi monti e di questi colli ombreggiati, le rive dei laghi, le sponde dei fiumi, le pianure, i declivi, le ripe. Gli uni sembravano tali che avessero le ali ed erano panciuti straordinariamente (gola, lussuria, superbia).

Gli altri erano rospi grossissimi che mangiavano rane. Si vedevano certi ripostigli pieni di animali, diversi di forma dai nostri. Queste tre specie d'animali erano mischiati insieme e grugnivano sordamente come se volessero mordersi. Si vedevano pure tigri, iene, leoni, ma di forme diverse di quelle dell'Asia, e dell'Africa. Il mio compagno mi rivolse anche qui la parola e accennandomi quelle belve, esclamò: I Salesiani le mansuefaranno.

Il treno intanto avvicinavasi al luogo della prima partenza e ne eravamo poco lontani. Il giovane Colle trasse allora fuori una carta topografica di una bellezza stupenda e mi disse: Volete vedere il viaggio che avete fatto? Le regioni da noi percorse?

Volentieri! risposi io.

Esso allora spiegò quella carta nella quale era disegnata con esattezza meravigliosa tutta l'America del Sud. Di più ancora, ivi era rappresentato tutto ciò che fu, tutto, ciò che è, tutto ciò che sarà, in quelle regioni, ma senza confusione, anzi con una lucidezza tale che con un colpo d'occhio si vedeva tutto. Io compresi subito ogni cosa, ma per la molteplicità di quelle circostanze, simile chiarezza mi durò per brev'ora e adesso nella mia mente si è formata una piena confusione.

Mentre io osservava quella carta aspettando che il giovanetto aggiungesse qualche spiegazione, essendo io tratto agitato per la sorpresa di ciò che avevo sott'occhi, mi sembrò che Quirino (Coadiutore assai virtuoso, matematico, poliglotta e.... campanaro. N.d.R.) suonasse l'ave Maria dell'alba; ma, svegliatomi, mi accorsi che erano i tocchi delle campane della parrocchia di S. Benigno. Il sogno era durato tutta la notte.

Don Bosco terminò così: «Con la dolcezza di S. Francesco di Sales i Salesiani tireranno a Gesù Cristo le popolazioni dell'America. Sarà cosa difficilissima moralizzare i selvaggi (Si è visto ancorar recentemente, per esempio, nei Xavantes del Brasile, che uccisero due Salesiani. N.d.R.); ma i loro figli obbediranno con tutta facilità alle parole dei missionari e con essi si fonderanno colonie (è quello che avviene fra i Bororos del Brasile e i Kivaros dell'Eqnatore. N.d.R.). La civiltà prenderà il posto della barbarie e così molti selvaggi verranno a far parte dell'ovile di Gesù Cristo». (M. B. XVI, 385)
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