Il mistero di iniquità - Profezie On Line

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QUARTO SOGNO
IL MISTERO DI INIQUITA'

Cari giovani, leggendo queste pagine vi troverete davanti a un Don Bosco, impegnato nella lotta contro una forza Misteriosa che opera il male in mezzo ai figli degli uomini. Vedrete un mostro orribile, un Rospo schifosissimo, grosso al pari di un bue, che vorrebbe divorare Don Bosco stesso. Ma nel nome di Dio, per mezzo del segno della croce, ripetuto più volte, e levando alte grida, Don Bosco riesce a metterlo in fuga.

Non è facile respingere Satana. Ci vuol coraggio e forza. E' la fede che ce li fornisce. Però ritenete che Satana non può niente su di noi, senza che noi lo vogliamo. Ma la debolezza è molta. Diffidiamo di noi, perchè il Maligno sa cogliere ogni debolezza.

Oggi non si vuol sentire parlare di Satana, dell'Inferno. Eppure è la verità che ci fa liberi. Stiamo col Vangelo. La Missione di Gesù è tutta una lotta contro la Potenza delle Tenebre. In queste pagine c'è tutto un susseguirsi di sogni spaventosi. Don Bosco è incerto, dopo una continua ridda di sogni spettrali, se parlare o non parlare.

Ma una Voce dall'alto gli si fa udire con parole ben distinte: «Perchè non parli?»

«E' volontà di Dio, quindi, che io dica a voi ciò che ho veduto», soggiunge Don Bosco.

Per gli educatori, questo è un monito ben chiaro. Bisogna parlare. L'inferno esiste e molti vi precipitano. La verità mette in fuga Satana.

Queste pagine, che intitoliamo Mistero di iniquità, son quasi quaranta. Per metterci un po' d'ordine le dividiamo così:

a) Il Rospo schifosissimo

b) La Vite

e) L'Inferno.

a) Il Rospo schifosissimo
Un mostro orribile

La sera del 30 aprile, Don Bosco parlò così ai giovani: « Voi sapete che sono stato a Lanzo; orbene, l'ultima notte che dormii in questo collegio, mentre incominciava a prendere sonno, mi si presentò alla fantasia quanto sto per dire:

Mi parve di vedere entrare nella mia camera un gran mostro, che si avanzava e andò a porsi proprio ai piedi del letto. Aveva una forma schifosissima di rospo e la sua grossezza era quella di un bue.

Io lo guardava fisso senza trar fiato. Il mostro a poco a poco ingrossava; cresceva nelle gambe, cresceva nel corpo, cresceva nel capo, e quanto più aumentava il suo volume, tanto più diventava orribile. Era. di color verde con una linea rossa intorno alla bocca e alla gola che rendevalo ancor più terribilmente spaventoso. I suoi occhi erano di fuoco e le sue orecchie ossee molto piccole. Io diceva fra me osservandolo: Ma il rospo non ha le orecchie! E sul naso gli si elevavano due corna, dai fianchì gli spuntavano due alaccie verdastre. Le sue gambe erano fatte a guisa di quelle di un leone e dietro svolgeva una lunga coda che finiva in due punte.

In quei momenti mi pareva di non avere affatto paura, ma quel mostro incominciò ad accostarsi ognor più verso di me e allargava la bocca ampia e fornita di grossi denti. Io allora fui preso da grande terrore, Lo credetti un demonio dell'inferno, chè di demonio aveva tutti i segni. Mi feci il segno della Croce, ma a nulla valse; suonai il campanello, ma a quell'ora nessuno venne, nessuno udì; gridai, ma invano; il mostro non fuggiva: Che vuoi qui da me, dissi allora, o brutto demonio? Ma egli più si accostava, e drizzava ed allargava le orecchie. Quindi posò le sue zampe anteriori sulla sponda in fondo del letto, e lentamente si tirò su, afferrandosi eziandio alla lettiera con le zampe posteriori, e si stette immobile un momento, fissandomi. Poi allungatosi in avanti protese il suo muso faccia a faccia con me. Io fui preso da tale ribrezzo che balzai seduto sul letto ed ero per gettarmi giù in terra; ma il mostro spalancò la bocca.. Avrei voluto difendermi, respingerlo, ma era così schifoso che anche in quel frangente non osai toccarlo. Mi misi ad urlare, gettai la mano indietro cercando l'acquasantino e batteva le mani nel muro, non trovandolo; e il rospo abboccò per un istante la mia testa in modo che metà della mia persona era dentro a quelle orride fauci. Allora io gridai: In nome di Dio! Perchè mi fai questo? Il rospo alla mia voce si ritirò un tantino, lasciando libera la mia testa. Mi feci allora di nuovo il segno della santa Croce ed essendo riuscito a mettere le dita nell'acquasantino gettai un poco d'acqua benedetta sul mostro. Allora quel demonio, mandando un urlo terribile, precipitò indietro e scomparve, ma nello scomparire io potei intendere una voce che dall'alto pronunciò distinte queste parole: Perchè non parli?

Il direttore di Lanzo don Lemoyne si svegliò in quella notte ai miei urli prolungati, udì che battevo le mani nel muro e al mattino mi domandò; Don Bosco, stanotte ha sognato?

Perchè mi fai questa domanda?

Perchè ho udito le sue grida.

Aveva conosciuto adunque essere volontà di Dio che io dicessi a voi ciò che ho veduto: quindi ho determinato di raccontarvi tutto il sogno, e perchè sono obbligato in coscienza a dirvelo e eziandio per liberarmi da questi spettri. Ringraziamo il Signore delle sue misericordie e intanto, in qualunque modo voglia Iddio farci conoscere la sua volontà, procuriamo di mettere in pratica gli avvisi che ci vennero offerti per la salvezza delle anime nostre. Io ho potuto conoscere in queste circostanze lo stato della coscienza di ciascheduno di voi.

Desidero però che quanto sto per dire si conservi fra di noi. Vi prego di non volerne scrivere, nè parlarne fuori di casa, perchè non sono cose da prendersi in ridicolo, come taluni potrebbero fare, e perchè non ne possano accadere inconvenienti che riescano disgustosi per D. Bosco. A voi io dico ciò con confidenza come ai miei amati figli e voi ascoltate come dal vostro padre. Ecco adunque i sogni, che io voleva lasciar passare inosservati e che sono costretto a narrarvi.

b) La Vite

Il sogno della Vite è una parabola:
I PARTE
Stati di conoscenza

a) Tutta foglie. Parvenza di opere buone. Realtà, zero. Raffigura i giovani che non hanno per scopo dì dar piacere al Signore.

b) Grappoli guasti. é il peccato che guasta i cuori. La tristezza tien dietro al peccato. La grazia di Dio e e la voce della coscienza li guarirà. Ecco tutto.

c) Uva bella, rubiconda e matura.

Raffigura i giovani che corrispondono alle cure, ma son pochi, troppo pochi!

Già fin dai primi giorni della settimana santa incominciai ad avere sogni che dopo mi occuparono e mi molestarono per parecchie notti. Questi sogni mi stancavano così, che la mattina seguente io era molto pià stanco di quello che se avessi lavorato tutta la notte; poichè la mia mente era molto agitata e turbata. La prima notte sognai di essere morto. La seconda di essere al Giudizio di Dio dove mi toccava aggiustare i miei conti col Signore, ma poi mi svegliai e vidi che ero vivo nel letto e che aveva ancor tempo a prepararmi un po' meglio ad una santa morte. La terza notte sognai di essere in Paradiso e là pareami di star molto bene e godere assai. Passata la notte e svegliatomi al mattino vidi sparire questa cara illusione, ma sentivami risoluto di guadagnarmi a qualunque costo quel regno eterno che aveva intravisto. Fin qui erano cose che non hanno alcuna importanza per voi e non hanno alcun significato. Si va a dormire con quel pensiero nella fantasia e uel sonno si riproducono le cose pensate. Sognai adunque una quarta volta ed è questo il sogno che devo esporvi. La notte del giovedì santo, appena un lieve sopore mi occupò, parvemi nella mia immaginazione di essere qui sotto questi portici circondato dai nostri preti, chierici, assistenti e giovani. Mi sembrò poi, essendo voi tutti scomparsi, di essermi inoltrato alquanto nel cortile. Erano con me don Rua, don Cagliero, don Francesia, don Savio e il giovanetto Preti; e un po' distante Giuseppe Buzzetti e don Stefano Rami, addetto al seminario di Genova, nostro grande amico. Ad un tratto l'Oratorio attuale cambiò aspetto e prese l'aspetto della casa nostra come era ai suoi primordii, quando vi erano quasi solo i suddetti. Si noti che il cortile era confinante con vasti campi incolti, disabitati, e si estendevano fino ai prati della cittadella, ove i primi giovani sovente scorazzavano giocando. Io ero vicino al posto dove ora, sotto le finestre della mia stanza, sta il laboratorio dei falegnami, spazio una volta coltivato ad orto.

Mentre seduti stavamo conversando degli affari della casa e dell'andamento dei giovani, ecco che qui avanti a questo pilastro che sostiene la pompa, presso la quale era la porta di casa Pinardi, vedemmo spuntare dalla terra una vite bellissima, quella stessa che un tempo era già in quel medesimo luogo. Noi abbiamo fatte le meraviglie che la vite ricomparisse dopo tanti anni; e l'uno domandava all'altro che cosa mai fosse ciò. La vite cresceva a vista d'occhio e si era alzata da terra all'altezza circa, di un uomo. Quand'ecco incomincia a stendere i suoi tralci in numero stragrande, di qua, di là, da tutte le parti e metter fuori pampini. In breve tempo si estese tanto da occupare tutto il nostro cortile e a protendersi oltre. Quel che era singolare si è che i suoi tralci non si spingevano in alto, ma si stendevano parallelamente al suolo come un immenso pergolato, stando così sospeso senza un visibile sostegno. Belle e verdi erano le sue foglie, spuntate allora: e i lunghi tralci di una prosperità e vigoria splendente; e tosto uscirono fuori i bei grappoli, gli acini ingrossarono e l'uva prese il suo colore.

Don Bosco e quelli che erano con lui guardavano stupiti e dicevano: Come ha fatto questa vite a crescere così presto? Che cosa sarà?

E Don Bosco agli altri: Là! stiamo a vedere cosa succede.

Io osservava coll'occhio spalancato, senza battere palpebra, quando ad un tratto tutti gli acini caddero a terra e diventarono altrettanti ragazzi vispi e allegri, dei quali in un momento fu ripieno tutto il cortile dell'Oratorio ed ogni spazio intorno ombreggiato dalla vite: saltavano, giocavano, gridavano, correvano sotto quel singolare pergolato, sicchè faceva gran piacere il vederli. Erano qui tutti i giovani, che furono, sono e saranno nell'Oratorio e negli altri collegi, perchè inoltissimi non li conosceva.

Allora un personaggio, che sulle prime non conobbi chi fosse, e voi sapete che don Bosco ne' suoi sogni ha sempre una guida, mi apparve al fianco ed osservava anch'esso i giovani. Ma ad un tratto un velo misterioso si stese innanzi a noi e celò quel giocondo spettacolo.

Quel lungo velo non più alto della vigna pareva come attaccato ai tralci della vite in tutta la sua lunghezza e scendeva al suolo a guisa di sipario. Non vedevasi più altro che la parte superiore della vite che pareva un vastissimo tappeto di verdura. Tutta l'allegria dei giovani era cessata in un istante e succedeva un malinconico silenzio.

Vite tutta foglie.

Guarda! mi disse la guida; e mi additò la vite. Mi avvicinai e vidi come quella bella vite, che sembrava carica d'uva, non avesse altro che le foglie, sulle quali stavano scritte le parole del vangelo: 'Non trovò niente in essa!'. Non sapeva ciò che volesse significare e dissi a quel personaggio:

Chi sei tu?... Che cosa significa questa vite?

Quegli tolse il velo come innanzi alla vite e sotto apparve solo un certo numero dei moltissimi nostri giovani visti prima, iu gran parte a me sconosciuti.

Costoro, soggiunse, sono quelli che avendo molta facilità per farsi del bene non si prefiggono per fine di dar piacere al Signore.

Sono quelli che fanno solo le viste di operare il bene per non scomparire in faccia ai buoni compagni. Sono quelli che osservano con esattezza le regole della casa, ma per calcolo di schivare rimproveri, e per non perdere la stima dei superiori, si mostrano deferenti verso di loro, ma non riportano alcun frutto dalle istruzioni, eccitamenti e cure che ebbero o avranno in questa casa. Il loro ideale è di procurarsi una posizione onorifica e lucrosa nel mondo. Non curano di studiare la loro vocazione, respingono l'invito del Signore se li chiama, e nello stesso tempo simulano le loro intenzioni temendo qualche scapito. Sono quelli insomma che fanno le cose per forza e perciò non giovano loro niente per l'eternità.

Così disse. Oh! quanto dispiacere mi ha fatto il vedere in quel numero anche alcuni, che io credeva molto buoni, affezionati e sinceri!

Grappoli guasti.

E l'amico soggiunse: Il male non è tutto qui e lasciò cadere il velo e ricomparve distesa la parte superiore di tutta quella vite.

Ora guarda di nuovo! mi disse.

Guardai quei tralci; tra le foglie vedevansì molti grappoli d'uva che sulle prime mi parve promettessero una ricca vendemmia. Già mi rallegrava; ma avvicinandomi vidi che quei grappoli erano difettosi, guasti; altri ammuffiti, altri pieni di vermi e di insetti che li rodevano; altri mangiati dagli uccelli e dalle vespe; altri marci e disseccati. Guardando ben bene mi persuasi che nulla si poteva ricavare di buono da quel grappoli che facevano nient'altro che appestare l'aria, circostante col fetore che da essi emanava.

Quel personaggio allora alzò di nuovo il velo, e: Guarda! esclamò, E sotto apparve non il numero stermïnato dì giovani nostri visto sul principio del sogno, ma molti e molti di essi. Le loro fisionomie, prima così belle, erano divenute brutte, scure e piene di piaghe schifose. Essi passeggiavano curvi, rattrappiti nella persona e malinconici. Nessuno parlava. Tra questi ve n'erano di quelli che già abitarono qui nella casa e nei collegi, di quelli che ora ci sono presentemente, e moltissimi che io non conosceva ancora. Tutti erano avviliti e non osavano alzare lo sguardo.

Io, i preti e alcuni che mi circondavano, eravamo spaventati e senza parola. Finalmente domandai alla mia guida.

Come va questo? Perchè quel giovani erano così allegri e belli, ed ora sono così tristi e brutti?

La guida rispose: Ecco le conseguenze del peccato!

I giovani intanto mi passavano dinanzi e la guida mi disse: osservali un po' bene!

Attentamente li fissava e vidi che tutti portavano scritto sulla fronte e sulla mano il loro peccato. Fra questi ne vidi alcuni che mi fecero stupire. Avevo sempre creduto che fossero fiori di virtù, e qui invece scopriva come avessero gravissime magagne nell'anima. Mentre i giovani sfilavano, io leggeva sulla for fronte: Immodestia scandalo malignità superbia ozio gola invidia ira spirito di vendetta bestemmia irreligione disobbedienza sacrilegio furto. La mia guida mi fece osservare: Non tutti sono ora come li vedi, ma un giorno saranno tali se non mutano condotta. Molti di questi peccati non sono di per sè gravi, ma sono però la causa ed i principii di terribili cadute e di eterna perdizione. La gola produce l'impurità; lo sprezzo ai Superiori porta il disprezzo ai Sacerdoti ed alla Chiesa; e via discorrendo.

Desolato a questo spettacolo presi il portafoglio, e ne trassi fuori la matita per scrivere i nomi dei giovani che conosceva e notare i loro peccati o almeno il vizio dominante di ciascuno; chè voleva avvertirli e corregerli. Ma la guida mi afferrò il braccio e mi domandò: Che fai

Scrivo ciò che vedo loro stampato in fronte, sicchè possa avvertirli, e si correggano.

Non ti è permesso; rispose l'amico.

Perchè'

Non mancano di mezzi per vivere scevri da queste malattie. Hanno le regole, le osservino; hanno Superiori, li obbediscano; hanno i Sacramenti, li frequentino. Hanno la confessione, non la profanino col tacere i peccati. Hanno la SS. Comunione, non la ricevano con l'anima brutta di colpa grave. Tengano custoditi gli occhi, fuggano i cattivi compagni, si astengano dalle cattive letture e dai cattivi discorsi, ecc., ecc. Sono in questa casa e le regole li salveranno. Quando suona il campanello siano pronti all'obbedienza. Non cerchino sotterfugi per ingannare i maestri e così stare in ozio. Non scuotano il giogo dei Superiori, considerandoli come sorvegliatori importuni, consiglieri interessati, come nemici, e cantando vittoria, quando riescono a coprire le loro magagne o a vedere impunite le loro mancanze. Siano riverenti e preghino volentieri in chiesa e in altri tempi destinati all'orazione senza disturbare e parlare. Studino nello studio, lavorino nel laboratorio e tengano un contegno decente. Studio, lavoro e preghiera: ecco ciò che li manterrà buoni.

Nonostante questa negativa, io continuai ancora a pregare istantemente la mia guida perchè mi lasciasse scrivere quei nomi. E quella mi strappò di mano il portafoglio con risolutezza e lo gettò per terra, dicendo: Ti dico che non occorre che tu scriva questi nomi. I tuoi giovani con la grazia di Dio e colla voce della coscienza possono sapere quello che devono fare o fuggire.

Dcmque, dissi, non potrò io manifestare alcuna cosa ai miei cari giovani? Dimmi tu almeno ciò che potrò annunziar loro, quale avviso dare!

Potrai dire, quello che ti ricordi, a tuo piacimento.

Uva bella e rubiconda.

E lasciò calar il velo e di nuovo si scoperse dinanzi ai nostri occhi la vite, i cui tralci, quasi senza foglie, portavano una bell'uva rubiconda e matura. Mi accostai, osservai attentamente i grappoli e li trovai quali sembravano da lungi. Era un piacere vederli e davano gusto al solo mirarli. Tutto intorno spargevano un soavissimo odore.

L'amico tosto alzò il velo. Sotto quel pergolato così esteso stavano molti nostri giovani che sono, furono, e saranno con noi. Erano bellissimi e raggianti di gioia.

Questi, disse colui, sono e saranno coloro che mediante le tue cure fanno e faranno buoni frutti, coloro che praticano la virtù e ti daranno molte consolazioni .

Io mi rallegrai, ma restai nel tempo stesso afflitto, perchè essi non erano poi quel numero grandissimo che sperava. Mentre li stava contemplando suonò la campana del pranzo ed i giovani se ne adarono. Eziandio i chierici si recarono alla loro destinazione. Guardai attorno e, non vidi più nessuno. Anche la vite coi suoi tralci ed i suoi grappoli era scomparsa. Cercai di quell'uomo e più non lo vidi. Allora mi svegliai e potei riposare alquanto.

II PARTE
La grandine
Grandine spaventosa, nera e rossa: immodestia e superbia

Il l° Maggio, venerdì, Don Bosco continuava il racconto:

Come vi ho detto ieri sera, io mi era svegliato parendomi di aver udito il suono della campana, ma tornai ad assopirmi e riposava con un sonno tranquillo, quando venni scosso per la seconda volta e mi sembrò di trovarmi nella mia camera, in atto di sbrigare la mia corrispondenza. Uscii fuori sul poggiuolo, contemplai per un istante la cupola della chiesa nuova che s'innalza gigantesca, e. discesi sotto i portici. A poco a poco arrivavano dalle loro occupazioni i nostri preti e i chierici che facevano corona intorno a me. Fra questi erano D. Rua, D. Cagliero, D. Francesia e D. Savio. lo m'intratteneva a parlare coi miei amici di cose diverse quando all'improvviso cambiò scena. Scomparve la chiesa, di M. Ausiliatrice, scomparvero tutti gli attuali edifizii dell'Oratorio, e ci siamo trovati innanzi alla vecchia casa Pinardi. Ed ecco nuovamente spuntare da terra una vite nello stesso posto che vidi la prima, quasi sorgesse dalle stesse radici, e questa elevarsi ad eguale altezza, quindi gettare fuori moltissimi tralci orizzontali distesi in un vastissimo spazio, i quali si copersero di foglie, poi di grappoli e in ultimo vidi maturare le uve. Ma più non comparvero le turbe dei giovani. 1 grappoli erano addirittura enormi come quelli della terra promessa. Ci sarebbe voluta la forza di un uomo per reggerne un solo. Gli acini erano straordinariamente grossi e di forma bislunga: il colore di un bel giallo d'oro: sembravano maturissimi. Uno solo avrebbe riempita la bocca. Avevano insomma l'aspetto così bello che facevano venir l'aquolina e sembrava che ciascuno dicesse: Mangiarni!

Anche Don Cagliero osservava meravigliato quello spettacolo insieme con D. Bosco e cogli altri preti, e D. Bosco esclamava: Che uva stupenda!

E Don Cagliero senza tanti complimenti si avvicinò alla vigna, ne staccò alcuni acini, ne cacciò uno in bocca, lo compresse coi denti; ma restò lì nauseato colla bocca aperta e gettò fuori fuva con un impeto, che sembrava rigettasse. L'uva aveva un gusto così scellerato come quello dell'uovo marcio. Contacc! esclamò don Cagliero, dopo aver sputato più volte; è veleno, è roba da far morire un cristiano!

Tutti guardavano e nessuno parlava, quando esce dalla porta della sacrestia della cappella antica un uomo serio e risoluto, si accosta a noi e si ferma a fianco di Don Bosco. Don Bosco lo interrogò: Come va, che un'uva così bella ha un gusto così cattivo?

Quell'uomo non rispose, ma sempre serio andò a prendere un fascio di bastoni ne scelse uno nodoso e presentatosi a don Savio glielo offerse, dicendo. Prendi e batti su quei tralci! Don Savio si rifiutò, ritirandosi indietro di un passo.

Allora quell'uomo si volse a don Francesia, gli offerse il bastone e gli disse: Prendi e batti! e come a don Savio gli accennava il luogo dove doveva battere. Don Francesia, tirando su le spalle e sporgendo fuori il mento, crollò così un pocchettino la testa, accennando che no.

Quell'uomo andò a porsi dinanzi a don Cagliero e presolo per un braccio gli presentò il bastone dicendo: Prendi e batti, percuoti ed atterra! accennandogli dove doveva battere. Don Cagliero sgomentato fece un salto indietro e battendo il dosso di una mano contro dell'altra, esclamò: Ci manca anche questa! La guida glielo porse per la seconda volta, ripetendo: Prendi e batti! E don Cagliero facendo schioppettare le labbra e dicendo: Mi no, mi no! Io no, io no! corse, preso da paura, a nascondersi dietro di me.

Ciò vedendo quel personaggio, senza scomporsi, si presentò allo stesso modo a don Rua: Prendi e batti! e don Rua come don Cagliero venne a ripararsi dietro di me.

Allora io mi trovai in faccia a quell'uomo singolare che, fermatosi innanzi a me, mi disse: Prendi e batti tu questi tralci! Io feci un grande sforzo per vedere se sognassi o fossi in piena cognizione e parvemi che tutte quelle cose fossero vere, e dissi a quell'uomo:

Chi sei tu elle mi parli in questo modo? Dimmi; perché ho da percuotere su quei tralci? Perchè debbo atterrarli? è un sogno questo, è un'illusione? Che cos'è? A nome di chi parli? Mi parli tu forse a nome del Signore?

Avvicinati alla vite, mi rispose, e leggi su quelle foglie! Mi avvicinai, esaminai con attenzione le foglie e vi lessi scritto sopra: «Per qual motivo occupa il terreno?»

scritto nel Vangelo! esclamò la mia guida. Aveva abbastanza inteso, ma volli osservare: Prima di battere, ricordati che nel Vangelo si legge anche come il Signore, alle preghiere del coltivatore, abbia aspettato che si concimasse la pianta inutile alla radice, e si coltivasse, riservandosi di sradicarla solamente dopo aver fatte tutte le prove perchè rendesse buon frutto.

Ebbene: si potrà accordare una dilazione di castigo, ma intanto guarda, e poi vedrai. E mi addittò la vite. Io la guardava ma non intendeva.

Vieni ed osserva; mi replicò: leggi; sugli acini che cosa sta scritto?

Don Bosco si avvicinò e vide che gli acini avevano tutti un'iscrizione, il nome di uno degli alunni e il titolo della sua colpa. Io leggeva e tra tante imputazioni fui atterrito dalle seguenti: Superbo Infedele alle sue promesse Incontinente Ipocrita Trascurato in tutti i suoi doveri Calunniatore Vendicativo Senza cuore Sacrilego Dispregiatore dell'auturità dei superiori Pietra d'inciampo Seguace di false dottrine. Vidi il nome di quelli «Quorum Deus Venter est»; di quelli che «scientia intlat»; di quelli che « quaerant quae sua sunt, non quae Iesu Christi »; di quelli che montano consiglio contro i superiori e le regole. Erano i nomi di certi disgraziati che furono o sono attualmente fra di noi: E gran numero di nomi nuovi per me, ossia di coloro che verranno con noi nei tempi futuri.

Ecco i frutti che dà questa vigna, disse sempre serio quell'uomo; frutti amari, cattivi, dannosi per l'eterna salute.

Senz'altro tirai fuori il portafoglio e presa la matita voleva scrivere il nome di alcuni, ma la guida mi afferrò il braccio come la prima volta e mi disse: Che cosa fai?

Lasciami prendere il nome di quelli che io conosco, affinchè possa avvertirli in privato e correggerli.

Inutilmente pregai. La guida non me lo concesse; ed io soggiunsi: Ma se io dirò loro come stanno le cose, in quale cattivo stato essi si trovano, si ravvederanno.

Ed egli a me: Se non credono al Vangelo, non crederanno neppure a te.

Insistetti, perchè desiderava prender nota e aver norme anche per ciò che riguardava l'avvenire; ma quell'uomo più nulla rispose e andato innanzi a D. Rua col fascio dei bastoni lo invitò a prenderne uno: Prendi e batti! D. Rua incrociando le braccia abbassò la testa e mormorò: Pazienza! quindi diede un'occhiata a Don Bosco. Don Bosco fece segno di opprovazione e Don Rua preso il bastone nelle sue mani si avvicinò alla vigna e incominciò a battere nel luogo indicato. Ma aveva appena dato i primi colpi, che la guida gli fece segno di cessare e gridò a tutti: Ritiratevi!

Tutti andammo in distanza. Osservavamo gli acini gonfiare, venir più grossi, diventar schifosi. Sembravano all'aspetto lumache senza chiocciola, ma di colore sempre giallo, senza perdere la forma di uva. La guida gridò ancora: Osservate! Lasciate che il Signore scarichi le sue vendette!

Ed ecco il cielo si annuvola e una nebbia così fitta, che non lasciava più vedere neppure a poca distanza, copre tutta la vite. Ogni cosa si fa oscura. Guizzano i lampi, rombano i tuoni, strisciano così spessi i fulmini per tutto il cortile, che mettevano terrore.

Si piegavano i tralci agitati dai venti furiosi e volavano le foglie. Finalmente una fitta tempesta cominciò a cadere sulla vite. Io voleva fuggire, ma la mia guida mi trattenne dicendomi: Guarda quella grandine!

Guardai e vidi che la grandine era grossa come un uovo; parte era nera, parte era rossa; ogni grano era da una parte acuto e dall'altra piatto in forma di mazza. La grandine nera percuoteva il terreno vicino a me e più indietro si vedeva cadere la grandine rossa.

Come va questo? diceva.; non ho mai visto grandine simile.

Accostati, mi rispose l'amico sconosciuto, e vedrai.

Mi avvicinai un poco verso la grandine nera, ma da questa esalava tale puzza che io ne veniva respinto. L'altro sempre più insisteva perchè mi avvicinassi. Pertanto presi un chicco di quella gragnuola nera per esaminarla, ma subito dovetti gettarlo per terra, tanto mi ripugnava quell'odore pestilenziale, e dissi: Non posso veder niente.

E l'altro: Guarda bene e vedrai!

Ed io, fattomi maggior violenza, vidi scritto sopra ognuno di quei pezzi neri di ghiaccio: IMMODESTIA. Procedetti ancora verso la grandine rossa che era fredda, eppure incendiava da per tutto dove cadeva. Ne presi un granello che puzzava similmente, ma potei con un po' di facilità leggervi sopra: SUPERBIA. Alla vista di ciò anch'io vergognoso: Dunque, esclamai, sono questi i due vizi principali elle minacciano questa casa?

Questi sono i due vizi capitali che rovinano un maggior numero di anime non solo in tua casa, ma che più ne rovinano in tutto il mondo. A suo tempo tu vedrai quanti sono i precipitati nell'inferno da questi due vizi. Che cosa dovrò dunque dire ai miei figlioli perchè li abborriscano°?

Quanto dovrai dir loro, lo saprai fra poco.

Così dicendo si allontanò da me. Intanto la, grandine tra il bagliore dei lampi e dei fulmini continuava a tempestare furiosamente sulla vite. I grappoli erano pestati, schiacciati come se fossero stati nel tino sotto i piedi dei cantinieri e mandavano fuori il loro sugo. Una puzza orribile si sparse per l'aria e pareva soffocare il respiro. Da ogni acino usciva un vario fetore differente, ma l'uno era più stomachevole dell'altro, secondo le diverse specie e il numero dei peccati. Non potendo più resistere, misi il fazzoletto al naso. Tosto mi voltai indietro per andare in mia camera, ma non vidi più nessuno dei miei compagni; nè don Francesia, nè don Rua, nè don Cagliero. Mi avevano lasciato solo ed erano fuggiti. Tutto era deserto e silenzio. Io pure fui preso allora da tale spavento, che mi diedi alla fuga, e. fuggendo mi svegliai.

Come vedete questo sogno è brutto assai, ma ciò che avvenne la sera e la notte dopo l'apparizione del rospo, lo diremo dopodomani, domenica 3 maggio, e sarà, molto più brutto ancora. Adesso non potete conoscerne le consegnenze, ma siccome ora non c'è più tempo, per non togliervi il riposo vi lascio andare a dormire, riserbandomi a manifestarvele in altra occasione.


c) L'Inferno

Che spaventosa e seria meditazione è questo sogno. Qui soffermiamoci. Qui sostate voi tutti, o giovani. Tutte le cose che ci possono dire altri, contrariamente a quanto ci dice D. Bosco, illuminato da lumi superiori, sono fandonie e inganno. Questa è la realtà, non altra. Qui la verità si fa concretissima: si fa tale da sgomberare dal cuore, dalle menti i sogni chimerici delle Dive e dei Divi. I loro vezzi ci fanno ribrezzo, quando abbiano davanti agli occhi l'orribile visione di un mondo perduto, disperato: il mondo degli empi che andranno nel fuoco eterno. La Guida fa vedere a D. Bosco una linea di demarcazione. E spiega: da qui in avanti, più nessun cuore che ami; più nessuna aprico, nè conforto, nè sostegno.

Questo sogno sarà una lettura salutare. Ci farà nascere in animo grandi propositi: o Signore, ecco, io sono a tua disposizione. Io metto mente, cuore, affetti, energie fisiche, intellettuali, insomna, tutta la mia. esistenza a tua disposizione, perchè io possa esser salvo.

E' volontà di Dio che tu vada, dice la Guida a D. Bosco.

Andiamo dietro a D. Bosco.

E' volontā di Dio che tutti noi sulle orme di D. Bosco andiamo giù nell'Inferno a visitarlo. Tutta la ragion di essere della nostra esistenza è riposta nella salvezza eterna, e nella fuga quindi dai pericoli, che ci possono precipitare nel fuoco eterno. L'anima porta in sè il sigillo di Dio: è stata creata per la luce di Dio. Il rimanere senza la visione di Dio è la condanna eterna., è la disperazione senza limiti dei dannati.

Don Bosco dunque è inorridito, non vuol entrare. Ma la Guida insiste: Vieni dentro anche tu. Vieni e vi imparerai più di una cosa.

Trattandosi di salvare i suoi giovani D. Bosco non ha più esitazioni. Risolutamente rispose: Entriamo pure! .

Non possiamo rimanere insensibili alla vista di quei giovani che vi precipitano. Eccone uno che vien giù precipitando. Si volta indietro con i capelli irti per vedere se l'ira di Dio lo nsegue sempre. Quanto è tremenda la vendetta di Dio! E poi altri tre. Rotolano rapidi come tre macigni. E poi altri e poi altri. Un poverino vi precipita spinto a urtoni da un perfido compagno. Altri sono soli, altri sono in compagnia.

D. Bosco li chiama afannato. Li riconosce. Li chiama per nome, ma non odono. E che urla disperate quando si tuffano nel mare di fuoco, che pianti, che contorcimenti, che rimorsi! No! non possiamo rimanere insensibili. Noi possiamo essere la salvezza di questi giovani.

Un giovane che sia un vero cristiano sente la necessità dell'Apostolato tra i compagni.

A questo punto mi sovvengono le parole del Papini: è necessaria in questa età della decisiva battaglia tra Dio e Satana, una grande sortita, un disperato assalto alle torme incalzanti del Maligno.

La messe è immensa e son pochi i mietitori. Lasciate, in nome di Dio e dell'uomo, le dotte carte, rimboccatevi le maniche, impugnate la croce che ha forma di spada e scendete in canapo a dar man forte agli uomini di buona volontà che lavorano perchè sulla terra si fondi, dopo tanta desolazioue, il regno dei cieli . (Lettere di Papa Celestino VI pag. 60)

Lasciate le dotte carte! Siamo arrivati al tempo in cui saranno i giovani che salveranno i giovani. Lo studio non vi assorba talmente dal farvi dimenticare che siete chiamati ad essere apostoli tra i vostri compagni meno avveduti, o pericolanti a causa del cattivo ambiente in cui vivono. Dora Bosco vi invita ad uscire fuìri dalla mediocrità di una giovinezza stanca ed annoiata. L'apostolato infonde gioia, la più santa, la più pura. Vedi un Piergiorgio Frassati, giovane allegro e spensierato, che pur essendo ricco, si fa umile per portar pane, una parola di conforto e un sorriso nelle soffitte di Torino. E ritorna tra i suoi compagni universitari, ancor più allegro e spensierato, perché non c'è quanto un'opera buona che infonda nel cuore la felicità dei figli di Dio.

Bisogna darsi d'attorno, lavorare, contrastare il passo a Satana, che non si dà tregua nell'opera di rovina della gioventù.

Rimboccatevi le maniche! Don Bosco ha creato il tipo del santo dei giovani in S. Domenico Savio dalle maniche rimboccate, che sa alternare studio, gioco, preghiera, e apostolato.

La Guida del sogno offre a Don Bosco un programma di salvezza limpido e chiaro:

Hanno i Superiori: li obbediscano Hanno le regole: le osservino Hanno i sacramenti: li frequentino

Sia il vostro programma per voi e per i vostri compagni. E la Vergine Santissima, che vi è accanto con cuore di Madre, sarà con voi e vi aiuterà a schiacciare il capo del serpente maligno.

Maria, Aiuto dei cristiani, vi salvi e vi aiuti nella santa impresa di salvezza di altri giovani.


Alzati e vieni con me!

Alzati e vieni con me!

Risposi: Ve lo domando per carità! Lasciatemi stare, chè sono troppo stanco! Guardate, sono qui da parecchi giorni tormentato dal male di denti. Lasciatemi riposare. Ho fatto sogni spaventosi: sono spossato di forze. Diceva anche ciò, perchè l'apparizione di questo uomo è sempre segnale di grandi agitazioni, di stanchezza e di spavento.

Quegli mi rispose: Alzati che non v'è tempo da perdere.

Allora mi alzai e lo seguii. Cammin facendo lo interrogava: Dove vuoi condurmi adesso?

Vieni e vedrai. Vieni e Vedrai.

E mi condusse in luogo, ove stendevasi una vasta pianura. Volsi lo sguardo attorno, ma di quella regione da nessuna parte vedeva i confini, tanto era sterminata. Era un vero deserto. Non compariva anima vivente. Non vi si vedeva una sola pianta, non alcun fiume, l'erba gialla e secca presentava un triste spettacolo. Non sapeva nè dove mi trovassi, nè cosa fossi per fare. Per un istante più non vidi la mia guida. Temetti di esserini smarrito. Non vi era più nè don Rua, nè don F'rancesia, nè altri. Quand'ecco scopro l'anico che mi veniva incontro. Respirai e: Dove sono io? gli chiesi. Vieni con me e vedrai! Bene: verrò teco!

Egli si incannminò per primo ed io lo seguiva senza parlare. Dopo un lungo e mesto viaggio, don Bosco, pensando che doveva attraversare tanta, vastità di pianura, diceva fra sè: Poveri i miei denti! povero me con le gambe gonfie...

Ma tutto ad un tratto mi si aperse dinanzi una strada. Allora ruppi il silenzio, domandando alla guida: Dove dobbiamo andare?

Per di qua; rispose.

Via larga e spaziosa.

E c'inoltrammo in quella via. Era bella, larga, spaziosa e ben selciata: "La via di chi pecca è bella, lastricata,, ma in fondo c'è l'inferno, le tenebre, il tormento". Di qua e di là sulle sponde del fosso la fiancheggiavano due magnifiche siepi verdi, e coperte di vaghi fiori. Le rose specialmente spuntavano da tutte le parti tra le foglie. Questa via a colpo d'occhio sembrava piana e comoda ed io mi sono messo per essa, nulla sospettando. Ma proseguendo nel cammino mi accorsi che questo insensibilmente piegava in giù e benchè la via non sembrasse precipitosa, tuttavia io correvo con tanta facilità che rni pareva di essere portato per aria. Anzi, mi avvidi di avanzarmi senza quasi muovere i piedi. Rapida era la, nostra corsa. riflettendo allora che il tornare indietro per una via così lunga sarebbe costato molta fatica e stento, dissi all'amico:

E come faremo a tornare all'Oratorio?

Non ti affannare, mi rispose; il Signore è onnipotente e vuole che tu vada. Colui che ti conduce e ti insegna ad andare innanzi, saprà pure condurti indietro.

Stuolo di giovani conosciuti e mai veduti.

La strada scendeva sempre. Seguitavamo il cammino tra i fiori e le rose, quando sullo stesso sentiero in cui camminavamo noi, vidi innoltrarsi tutti i giovani dell'oratorio, dietro di me, con moltissimi loro compagni da me mai veduti; ed io rni trovai in mezzo a loro. Mentre io li osservavo ad un tratto io vedo che or l'uno, or l'altro cadeva ed erano in un momento trascinati da una forza, invisibile verso un'orribile discesa, intravveduta alquanto lontana, che poi vidi metter capo in una fornace. Domandai al mio compagno: Che cosa è che fa cadere questi giovani?

Avvicinati un pò più! mi rispose.

Mi avvicinai e vidi che i giovani passavano fra molti lacci, alcuni erano rasente a terra, altri erano all'altezza del capo; questi non si vedevano. Quindi molti giovani camminando restavano presi da questi lacci, senza accorgersi di quel pericolo, e nell'atto di restar avvinti facevano un salto, poi rimanevano a terra con le gambe in aria, quindi alzatisi si mettevano a correre precipitosamente verso il baratro. Chi restava allacciato per la testa, chi pel collo, chi per le mani, chi per un braccio, chi per una gamba, chi per i fianchi ed erano all'istante tirati giù. I lacci posti per terra parevano di stoppa, appena visibili, somiglianti a fili di ragno e però non sembravano atti a fare un gran male. Eppure vidi che i giovani presi da questi lacci quasi tutti cadevano per terra.

Io era meravigliato e la guida mi disse: Sai che cosa è questo?

è solamente un poco di stoppa, risposi.

Anzi è niente, mi soggiunse; non è altro che il rispetto umano.

Intanto vedendo che molti continuavano ad incappare nei lacci, chiesi: Come va che tanti per mezzo di questi fili restano legati? Chi è che li strascina così? Ed egli: Avvicinati ancora, guarda e vedrai! Guardai un poco e poi dissi: Ma io non vedo nulla. Guarda un po' bene, mi ripetè.

Presi infitti uno di questi lacci, lo tirai a me e trovai che l'estremità non veniva; tirai ancora su un poco, ma non potei vedere dove andasse a finire quel filo, anzi sentiva che io stesso era tirato. Allora seguitai quel filo e giunsi alla bocca di una spaventevole caverna. Mi fermaì, perchè non volevo entrare in quella voragine, e tirai a me quel filo e vidi che veniva alquanto; ma bisognava fare un grande sforzo. Ed ecco, dopo :aver molto tirato, a poco a poco uscir fuori un brutto e grande mostro che faceva ribrezzo, il quale teneva fortemente cogli unghioni l'estremità di una fune alla quale erano legati insieme tutti quei lacci. Era costui che appena cadeva qualcheduno in quelle maglie lo trascinava immediatamente a sè. Dissi fra me: E' inutile, giuocare di forza con questo brutto ceffo, perché non lo vinco; è meglio combatterlo col segno della santa croce e con giaculatorie.

Ritornai pertanto vicino alla mia guida, la quale mi disse: Adesso sai chi è?

Oh sì che lo so! E' il demonio che tende questi lacci per fare cadere i miei giovani nell'inferno. Osservai con attenzione i molti lacci e vidi che ciascuno portava scritto il proprio titolo; il laccio della superbia, della disubbidienza, dell'invidia, del sesto comandamento, del furto, della gola, dell'accidia, dell'ira, ecc. Ciò fatto mi posi alquanto indietro per osservare quale di questi lacci prendesse maggior numero di giovani e vidi che erano quelli della disonestà, della disubbidienza e della superbia. A quest'ultimo erano sempre legati insieme i primi due. Dopo questi, vidi moltissimi altri lacci che facevano grande strage, ma non tanto quanto i primi due. Non cessando di osservare vidi molti giovani i quali correvano con maggior precipizio degli altri e chiesi: Perchè quella velocità?

Perché, mi fu detto, sono tirati dal laccio del rispetto umano.

Coltelli.

Guardando ancora più attentamente vidi che fra questi lacci vi erano molti coltelli sparsi qua e là da una mano provvidenziale che servivano a tagliarli o romperli. Il coltello più grosso era contro i lacci della superbia e simboleggiava la meditazione. Un altro coltello assai grosso, ma più piccolo del primo, significava la lettura spirituale ben fatta. Eranvi di più due spade. Una di esse indicava la devozione al SS. Sacramento, specialmente colla frequente comunione; l'altra la devozione alla Madonna. Vi era pure un martello: la confessione. E v'erano altri coltelli, simboli delle varie devozioni a S. Giuseppe, a S. Luigi, ecc. ecc. Con queste armi non pochi rompevano il loro laccio quando erano presi o si difendevano per non essere legati.

Infatti vidi dei giovani che passavano fra quei lacci in maniera che non restavano mai presi; ora passavano prima che il laccio cadesse, e se passavano quando il laccio cadeva, sapevano schermirsene, e questo cadeva loro sulle spalle, o sopra la schiena, o di qua e di là, senza coglierli.

Siepe tutta spine.

Quando la guida conobbe che avevo osservato ogni cosa, mi fece continuare la via fiancheggiata dalle rose, ove di mano in mano che mi inoltrava, le rose della siepe divenivan più rare e incominciavan a vedersi lunghe spine. Indi, per quanto guardassi, più non scoprivasi una rosa; e in ultimo la siepe era divenuta tutta spinosa, arsa dal sole e senza foglie: poi dai cespugli sparsi, secchi, partivano rami i quali serpeggiando pel suolo lo ingombravano, seminandolo talmente di spine che a mala pena si poteva camminare. Eravamo giunti in un avvallamento, le cui ripe celavano tutte le regioni circostanti; e la strada, che andava sempre declinando, diventava orrida, disselciata, sparsa di fossi, di scaglioni, di ciottoli e di macigni arrotondati. Avevo perduto di vista tutti i miei giovani, moltissimi dei quali erano usciti da quella via insidiosa prendendo altri sentieri.

Cammino doloroso.

Continuai il cammino. Più mi avanzava, più quella discesa era aspra, rapida, sicché alcune volte io sdrucciolava, dando degli stramazzoni per terra, ove restava seduto per riprendere un po' di fiato. Di tempo in tempo la guida mi sorreggeva e mi rialzava. Ad ogni passo le giunture mi si piegavano e sembrava che gli stinchi mi si staccassero. lo diceva ansando alla mia guida: Ma, mio caro! Le gambe mie non possono più reggermi. Così affranto come sono, non é possibile che possa continuare il viaggio.

La guida non mi rispose, ma facendomi animo continuò il suo cammino, finché, vedendomi tutto sudato e stanco a morte, mi condusse sopra un piccolo pianerottolo, formato dalla stessa strada. Sedetti, tirai un lungo respiro, e mi sembrò di riposare alquanto. In quel mentre guardava, in su, la strada che aveva già fatta: sembrava a picco, sparsa di punte e ciottoli staccati. Guardava in giù la strada ohe doveva ancor fare e chiudeva gli occhi per raccapriccio, finché esclamai: Torniamo indietro, per carità. Se ci avanziamo ancora, come faremo a ritornare all'Oratorio? è impossibile che possa ascendere poi questa salita!

La guida risolutamente mi rispose:

Ora che siam giunti a questo punto, vuoi rimanere solo?

A questa minaccia esclamai con voce lamentevole: Senza di te come potrei ritornare indietro o continuare il viaggio?

Ebbene, seguimi; soggiunge la guida.

Mi alzai e continuammo a discendere. La strada diventava sempre spaventosamante scoscesa di modo che quasi non poteva star ritto in piedi.

Edificio immenso.

Ed ecco in fondo a questo precipizio, che riusciva in una valle oscura, comparire un edifizio immenso che in faccia alla nostra via aveva una porta altissima, serrata. Toccammo il fondo del precipizio. Un caldo soffocante mi opprimeva e un fumo grasso, quasi verde, si innalzava su quei muraglioni solcato da guizzi di fiamme sanguigne. Levo gli occhi a quella mura; erano più alte di una montagna. D. Bosco domandò alla guida: Dove ci troviamo? Che cosa è questo?

Leggi, mi rispose, su quella porta; e dall'iscrizione conoscerai dove siamo! Guardai e sopra la porta stava scritto: «Dove non c'è redenzione». Mi avvidi che eravamo alle porte dell'Inferno. La guida mi condusse a girare intorno alle mura di quella orribile città. Di quando in quando, a regolare distanza, si vedeva uua porta di bronzo come la prima, ai piedi di una discesa rovinosa, e tutte avevano sopra una iscrizione diversa dalle altre.

«Andate, o maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi... Ogni albero che non porta buon frutto sarà tagliato e buttato nel fuoco». lo presi il taccuino per copiare quelle iscrizioni; e la guida mi disse: Fermati! cosa fai?

Prendo nota di queste iscrizioni.

Non fa bisogno: le hai tutte nella Scrittura: anzi alcune tu le hai già stampate sotto i portici.

A siffatto spettacolo io avrei desiderato ritornare indietro e portarmi all'Oratorio; avevo fatto qualche passo, ma la guida non si voltò. Percorremmo un immenso profondissimo burrone e ci trovammo nuovamente ai piedi di quella precipitosa via che avevamo discesa, in faccia a quella prima porta. A un tratto la guida si voltò indietro e, tutta oscura e contratta in volto, mi fe' cenno colla mano di ritirarmi, dicendo: Osserva!

Giovani che precipitano.

Tremante, volsi gli occhi in su e vidi ad una gran distanza, su quella rapida via, uno che veniva giù precipitosamente. Di mano in mano che si avvicinava cercavo di fissarlo in volto e in ultimo riconobbi in lui uno dei miei giovani. I suoi capelli scarmigliati eran parte ritti sul capo, parte svolazzanti indietro per effetto dell'aria; e le braccia tese in avanti, come in atto di uno che nuota per scampare dal naufragio. Voleva fermarsi e non poteva. Batteva coi piedi sulle pietre sporgenti, e quelle pietre servivano per dargli maggiormente la spinta. Io gridava: Corriamo, fermiamolo, aiutiamolo e sporgeva le mani verso di lui.

E la guida: No, lascia. E perchè non posso fermarlo?

E non sai tu quanto sia tremenda la vendetta di Dio? Credi tu di poter fermare uno che fugge dall'ira accesa del Signore?

Intanto quel giovane, volgendo indietro lo sguardo e guardando cogli occhi affocati per vedere se l'ira di Dio l'inseguisse sempre, precipitava al fondo, e andava a sbattere nella porta di bronzo come se nella fuga non avesse trovato scampo migliore.

E perchè, io domandava, quel giovane guarda indietro così spaventato?

Perchè l'ira di Dio passa tutte le porte dell'inferno e va a tormentarlo anche in mezzo al fuoco. Infatti a quell'urto, rimbombando per l'aprirsi dei suoi catenacci, la porta si spalancò. E dietro di essa se ne aprirono contemporaneamente, con un lungo boato assordante, due, dieci, cento, mille altre, spinte dall'urto del giovane, trasportato come da un turbine invisibile, irresistibile, velocissimo. Tutte queste porte di bronzo, una in faccia all'altra, benchè a grande distanza, essendo rimaste aperte per un istante, vidi in fondo lontanissima come una bocca di fornace, e da quella voragine, mentre il giovane vi si sprofondava, sollevarsi globi di fuoco. E le porte tornarono a chiudersi colla stessa rapidità colla quale si erano aperte. Allora io presi il portafoglio per scrivere nome e cognome di quell'infelice, ma la guida m'afferrò il braccio e: Fermati, e osserva di nuovo m'intimò.

Osservai ed ecco nuovo spettacolo. Vidi precipitare da quella discesa tre altri giovani delle nostre case, che in forma di tre macigni rotolavano rapidissimi uno dietro l'altro. Avevano le braccia aperte ed urlavano per lo spavento. Giunsero in fondo ed andarono a sbattere alla prima porta. Don Bosco in quell'istante li riconobbe tutti e tre. E la, porta si aperse, e dietro ad essa le altre mille; i giovani furono spinti in quel lunghissimo andito, si udì un prolungato rumore infernale che sempre più si allontanava e quelli scomparvero e le porte si chiusero. Molti altri a quando a quando caddero dietro a questi. Vidi precipitarvi un poverino spinto con urtoni da un perfido compagno. Altri cadevano soli, altri in compagnia; altri stretti per braccio, altri staccati, ma vicini al fianco. Tutti avevano scritto in fronte il proprio peccato. lo li chiannava affannoso mentre cadevano giù. Ma i giovani non mi udivano, rimbombavano le porte infernali, aprendosi, poi si chiudevano e succedeva un silenzio mortale.

Causa di tante dannazioni.

Ecco una causa precipua di tante dannazioni! esclamò la inia guida: i compagni e i libri cattivi e le perverse abitudini.

I lacci visti prima erano quelli che traevano i giovani al precipizio. Vedendone cader tanti, dissi con accento disperato:

Ma dunque è inutile che noi lavoriamo nei nostri collegi, se tanti giovani fanno questa fine! Non vi sarà rimedio per impedire tutte queste rovine di anime?

E la guida: Questo è il loro attuale stato e se morissero verrebbero senz'altro qui.

Oh! dunque lasciamene notare i nomi perchè io possa avvertirli e metterli sulla via del Paradiso.

E credi tu che certuni avvisati si emenderebbero? Per quel momento l'avviso li colpirà: poi vi passeran sopra dicendo: è un sogno! e torneran, peggiori di prima. Altri poi, vedendosi scoperti, frequenteranno i sacramenti, ma la cosa non sarà più spontanea e meritoria, perché non ben fatta. Altri si confesseranno pel solo momentaneo timore dell'inferno, ma non distaccando dal cuore l'attacco al peccato.

Programma di salvezza.

Dunque per questi disgraziati non ci sarà più remissione? Dammi un avviso speciale per salvarli.

Ecco: hanno i superiori, li obbediscano; hanno le regole, le osservino, hanno i Sacramenti, li frequentino. In quel mentre precipitando un nuovo stuolo di giovani, quelle porte stettero aperte per un istante, e: Vieni dentro anche tu! mi disse la guida. Vieni dentro anche tu!

Indietreggiai inorridito. Io era smanioso per ritornare all'Oratorio per avvisare i giovani e fermarli, acciochè altri ancora non si perdessero. Ma la guida insistette.

Vieni, ché imparerai più di una cosa. Ma prima dimmi: vuoi andar solo o accompagnato? Così disse perché riconoscessi l'insufficienza delle mie forze e nello stesso tempo la necessità della sua benevola assistenza; ond'io risposi: Là, solo, in quel luogo d'orrore? Senza il conforto della tua bontà? Chi potrà insegnarmi la via del ritorno? E a un tratto mi sentii pieno di coraggio, pensando tra me: Prima di andare all'inferno bisogna presentarsi al giudizio ed io al giudizio non sono ancora andato! Quindi, esclamai risolutamente: Entriamo pure!

Stretto e orribile corridoio.

Entrammo in quello stretto e orribile corridoio! Si correva colla rapidità del baleno. Sovra ognuna delle porte interne splendeva con fosca luce un'iscrizione minacciosa. Come si finì di percorrerlo, sboccammo in un vasto e tetro cortile, in fondo al quale trovavasi un portello brutto, grosso, di cui non vidi mai il peggiore, sul quale stavano scritte queste parole: «Gli empi andranno nel fuoco eterno». Tutto intorno, le mura erano coperte d'iscrizioni. Io chiesi alla mia guida il permesso di leggerle e quella mi rispose: A tuo bell'agio.

Allora osservai da per tutto. In un luogo vidi scritto: «Accenderò il fuoco nella loro carne perchè siano bruciati in eterno. Saranno tormentati giorno e notte per tutti i secoli. Ed altrove: Qui per tutti i secoli regnerà ogni sorta di tormenti. Su altri luoghi: Qui non c'è nessun ordine, ma vi regnerà spavento eterno. Il fumo dei loro tormenti salirà per tutta l'eternità. Non c'è pace per gli empi, ma grida e stridor di denti».

Mentre io andava attorno leggendo quelle iscrizioni, la guida rimasta in mezzo al cortile, si avvicinò e mi disse:

Abbiamo passata la linea

Da questo punto in avanti nessuno più potrà avere un compagno che lo sostenga, un amico che lo conforti, nn cuore che lo ami, uno sguardo compassionevole. una parola benevola; abbiamo passata la linea. E tu vuoi vedere o provare?

Voglio solamente vedere! risposi.

Vieni dunque con me, soggiunse l'amico; e mi prese per mano e mi condusse innanzi a quel portello e l'aperse. Questo metteva in un andito in fondo al quale era una grande specola chiusa da una grande finestra di un solo cristallo alto dal pavimento fino alla volta a traverso della quale si poteva scorgere dentro. Feci un passo al di là della soglia e mi fermai subito in preda ad un terrore indescrivibile. Mi si presentò allo sguardo una specie d'immensa caverna che andava perdendosi in anfrattuosità incavate quasi nelle viscere dei monti, tutte piene di fuoco, non già come noi lo vediamo sulla terra colle fiamme guizzanti, ma tale che tutto là entro era arroventato e bianco pel gran calore. Mura, vòlte, pavimento, ferro, pietre, legna, carbone, tutto era bianco e smagliante. Certo quel fuoco sorpassava mille e mille gradi di calore; e nulla inceneriva, nulla consumava. Io questa spelonca non ve la posso descrivere in tutta la sua spaventosa realtà. «Certo da tempo è preparato un rogo, che serve anche per il re, il rogo è alto e largo, esca facile al fuoco alimentato da abbondante legna. Come un torrente di zolfo il soffio del Signore l'accenderà» Is. XXX, 33).

Mentre stavo tutto attonito guardando. ecco da un varco venire a tutta furia un giovane che quasi di nulla si accorgesse, mandando un acutissimo urlo, come uno che stesse per cadere in un lago di bronzo liquefatto, precipita nel mezzo, si fa bianco come tutta la caverna, e resta immobile, risuonando ancora per un istante l'eco della sua voce morente. Pieno d'orrore guardai alcun poco quel giovane e mi parve uno dell'Oratorio, uno dei miei figlioli.

Ma costui non è uno dei miei giovani? chiesi alla guida: non è il tale?

Eh sì, mi rispose.

Ma perché, non muta la presa posizione? Perché è così incandescente e non consuma?

Ed egli Tu hai scelto di vedere perciò ora non parlare: guarda e vedrai. Del resto «ognuno sarà salato con il fuoco e ogni vittima sarà salata con il sale».

Altri giovani.

Aveva appena di nuovo rivolto lo sguardo ed ecco un altro giovane con furore disperato e grandissima velocità corre e precipita nella medesima caverna. Era pur esso dell'Oratorio. Appena caduto, più non si mosse. Egli pure aveva mandato un sol grido straziante e la sua voce si era confusa con l'ultimo mormorio del grido di colui che era caduto prima. Dopo questo arrivarono con il medesimo capitombolo altri e il loro numero aumentava sempre più e tutti mandavano lo stesso grido e diventavan immobili, arroventati, come coloro che li avevano preceduti. Io osservava che il primo era rimasto con una mano in aria e con un piede similmente sospeso in alto. Il secondo era rimasto come curvato a terra. Chi aveva il piede in aria, chi la faccia al suolo. Questi quasi sospesi sostenendosi con un sol piede ed una sola mano: quelli o seduti o sdraiati: gli uni appoggiati sopra un fianco, gli altri in piedi o in ginocchio, colle mani fra i capelli. Era insomma una larga schiera di giovani, come statue, in posizioni una più dolorosa dell'altra. Ce ne vennero altri ancora in quella fornace, ed erano giovani che in parte io conosceva, in parte mi erano sconosciuti. Mi ricordai allora di quello che stava scritto nella Bibbia, che come si cade la prima volta nell'Inferno, così si starà in eterno: «Il legno, in qualunque luogo cadrà, ivi resterà infisso».

Cresceva in me lo spavento e chiesi alla guida: Ma costoro, correndo con tanta velocità, non lo sanno che vengono qui?

Disprezzarono la misericordia di Dio.

Oh sì che lo sanno di andare al fuoco: furono avvisati mille volte: ma corrono, e volontariamente, per il peccato che non detestarono e non vollero abbandonare, perchè disprezzarono e respinsero la misericordia di Dio che incessantemente chiamaveli a penitenza: e quindi la divina giustizia, provocata, li spinge, li incalza, li perseguita e non possono fermarsi se non giunti in quel luogo.

Oh, quale deve essere la disperazione di questi disgraziati che non hanno più speranza di uscirne! esclamai.

Tu vuoi conoscere le intime smanie e i furori delle loro anime? Avvicinati un pò di più, ini rispose la guida.

Feci alcuni passi avanti verso la finestra e vidi che molti di quei miserabili s'infliggevano a vicenda colpi e fiere ferite, si mordevano come cani rabbiosi; altri si graffiavano la faccia, si laceravano le mani, si stracciavano le carni e queste con dispetto gettavano in aria. In quel momento tatto il coperchio di quella spelonca era divenuto come di cristallo attraverso del quale s'intravvedeva un lembo di cielo e le figure luminose dei compagni salvi in eterno.

E quel dannati fremevano d'invidia feroce, respirando affannosamente, poichè i giusti erano una volta riguardati da loro come oggetto di derisione («Il peccatore vedrà e si accenderà d'ira, freme e imputridisce digrignando i denti»)

Interrogai la guida: Dimmi ancora, perchè non odo alcuna voce?

Avvicinati ancor di più! Mi gridò.

Mi recai presso il cristallo della finestra e udii che gli uni urlavano e piangevano storcendosi; altri bestemmiavano e imprecavano ai santi. Era un tumulto di voci e di grida, alte e confuse, per cui richiesi al mio amico: Che cosa dicono? Che cosa gridano?

Ed egli: Ricordando la sorte dei loro buoni compagni, essi sono costretti a confessare: «Stolti che siamo! La loro vita la stimavano una pazzia e la loro morte abbandono! Ecco invece come sono stati annoverati fra i figli di Dio e il loro destino è fra i santi. Adunque abbiamo sbagliato, andando lontano, fuori dalla via della verità. Per. ciò gridano: ci siamo abbandonati alla vita dell'iniquità e della perdizione. Ci siamo smarriti lungo vie difficili, e abbiamo ignorato la via del Signore. A che ci valse la superbia? Tutti i nostri divertimenti sono passati quasi come un'ombra». Sono questi i canti lugubri che qui risuoneranno per tutta l'eternità. Ma inutili grida, inutili sforzi, inutili pianti. «Ogni dolore si abbatterà su loro!» Qui non c'è più tempo: qui havvi solo l'eternità.

Mentre pieno d'orrore contemplava lo stato di molti miei giovani all'improvviso un pensiero si fece strada nella mia mente.

Ma come è possibile che coloro i quali si trovano qui, siano tutti dannati? Quei giovani ancora ieri sera erano in vita all'Oratorio!

E l'amico a. me: Quelli che vedi qui sono tutti morti alla grazia di Dio e se morissero adesso e continuassero a fare come fanno al presente sarebbero dannati. Ma non perdiamo tempo, andiamo avanti.

Fuoco che non si estingue.

E mi allontanò da quel luogo e per un corridoio che scendeva come in un profondo sotterraneo inferiore mi condusse in un altro, sull'entrata del quale era scritto: «Il loro verme non muore, nè si estingue il loro fuoco. Iddio onnipotente conficcherà vermi e fuoco nella loro carne, perchè sentano per l'eternità il fuoco che brucia». (Giuditta XVI, 21). Qui era lo spettacolo dei rimorsi, e quanto atroci, di coloro che furono educati nelle nostre case!

Il ricordo di tutti i singoli peccati non rimessi e della giusta condanna; di avere avuto mille mezzi anche straordinari per convertirsi al Signore, per essere perseveranti nel bene, per guadagnare il paradiso! Il ricordo di tante grazie promesse; offerte e date da Maria Santissima e non corrisposte! Potersi salvare con poco ed essere irremissibilmente perduti! Ricordarsi di tanti buoni propositi fatti e non mantenuti! Ah! di buone intenzioni inefficaci è purtroppo pavimentato l'inferno, dice il proverbio.

E là rividi tutti i giovani dell'Oratorio visti poco prima in quella fornace, dei quali alcuni in questo istante mi ascoltano, altri son già stati qui con noi, e molti che io non conosceva. Mi avanzai ed osservai che tutti erano carichi di vermi e di schifosi animali che li rodevano e consuinavano nel cuore, negli occhi, nelle mani, nelle gambe, nelle braccia, da per tutto e così miserabilmente che a parole non so spiegare. Stavano immobili, esposti ad ogni sorta di molestie e non potevano in modo alcuno difendersi. Io mi feci ancor più avanti e più vicino perchè mi vedessero, sperando di poter parlare ad essi e che mi avrebbero detto qualche cosa ma nessuno nè parlava, nè mi guardava. Domandai allora alla guida la cagione di ciò e mi fu risposto che nell'altro mondo pei dannati non vi è più libertà: ognuno là soffre tutto il castigo che Dio gli impone e non poter essere altrimenti e senza mutamento di sorta: e soggiunse:

Ora bisogna che vada anche tu in mezzo a quella regione di fuoco che hai visto.

No, no, risposi esterefatto. Per andare all'inferno, bisogna prima andare al giudizio: ed io non vi fui ancora. Quindi non voglio andare all'inferno.

Dimmi, osservò l'amico: ti par meglio andare all'inferno e liberare i tuoi giovani, ovvero startene fuori e lasciare essi fra tanti strazi?

Sbalordito a questa proposta, risposi: Oh! i miei giovani io li amo molto e li voglio tutti salvi! Ma non potremmo far in modo da non entrar là entro nè io nè gli altri?

Eh! mi rispose l'amico, sei ancora in tempo, e lo sono essi pure, purchè tu faccia tutto quello che puoi.

Il mio cuore si allargò e dissi subito fra me: Poco m'importa il lavorare, purchè io possa, liberare da tanti tormenti questi miei cari figlioli.

Dunque vieni dentro, proseguì l'amico: e vedi la bontà e l'onnipotenza di Dio che amorosamente adopera mille mezzi per condurre a penitenza i tuoi giovani e salvarli dalla morte eterna.

E mi prese per mano per introdurmi nella caverna. Al primo mettervi piede mi trovai all'improvviso trasportato in una magnifica sala con porte di crìstallo. Sn queste, a distanze regolari, pendevano larghi veli i quali coprivano altrettanti vani comunicanti colla caverna.

Sesto comandamento.

La guida mi indicò uno di quei veli sul quale era scritto: «sesto comandamento»; ed esclamò: La trasgressione di questo, ecco la causa della rovina eterna di tanti giovani.

Ma non si sono confessati?

Si sono confessati, ma le colpe contro la bella virtù le hanno confessate male o taciute affatto. Ad esempio uno che di questi peccati ne aveva commessi quattro o cinque, disse solo di due o tre. Vi sono di quelli che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l'hanno confessato male e non l'hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento. Anzi taluni, invece di fare l'esame di coscienza, studiavano il modo di ingannare il confessore. E colui che muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi, e così sarà per tutta l'eternità. Solo quelli che pentiti di vero cuore, muoiono con la speranza dell'eterna salute, saranno eternamente felici. Ed ora vuoi vedere perchè la misericordia di Dio qui ti ha condotto? Alzò il velo e vidi un gruppo di giovani dell'Oratorio, che io tutti conosceva, condannati per questa colpa. Fra essi v'erano di quelli elle ora in apparenza tengono buona condotta.

Almeno adesso, domandai, mi lascerai scrivere i nomi di questi giovani per poterli avvisare in particolare?

Non fa bisogno, mi rispose.

Predica contro l'immodestia.

Che cosa dunque ho da dir loro?

Predica dappertutto contro l'immodestia. Basta avvisarli in generale, e non dimenticare che anche se tu li avvertissi, prometteranno, ma non sempre fermamente. Per ottenere questo ci vuole la Grazia di Dio, la quale., chiesta, non mancherà mai ai tuoi giovani. Dio buono manifesta specialmente la sua potenza nel compatire e nel perdonare. Preghiera dunque e sacrificio da parte tua. E i giovani ascoltino i tuoi ammaestramenti, interroghino la loro coscienza ed essa suggerirà loro quanto debbono fare.

E qui parlammo per circa mezz'ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione. La guida quindi ripetè varie volte con forte voce:

Avertere!... Avertere!...

E che cosa significa questa tua esclamazione?

Mutar vita, mutar vita!

Cuore attaccato alle cose terrene.

Io tutto confuso per quella rivelazione chinai il capo e stava per ritirarmi, ma quegli mi chiamò e disse: Non hai ancora veduto tutto. E si voltò da un'altra parte e alzò un altro gran velo sul quale stava scritto: «Chi vuole diventar ricco incappa nella tentazione e nel laccio del diavolo». Lessi e dissi: Questo non fa per i miei giovani, perché sono poveri, come sono povero io; non siamo ricchi, né cerchiamo di divenirlo. Non ci pensiamo nemanco!

Rimosso il velo, nello sfondo era apparso un certo numero di giovani, tutti da me conosciuti, sofferenti come quelli già visti prima, e colui additandomeli: Oh! sì che fa per i tuoi giovani quell'iscrizione: mi rispose.

Dammi dunque la spiegazione di questo 'divites'. Ed egli: Per esempio alcuni dei tuoi giovani hanno il cuore attaccato ad un oggetto materiale sicché l'affetto ad esso li distoglie dall'amore di Dio e mancano alla carità, alla pietà ed alla mansuetudine. Non solo si può pervertire il cuore coll'uso delle ricchezze ma anche col desiderarle, tanto più se il desiderio offende la giustizia. I tuoi giovani sono poveri: ma sappi che la gola e l'ozio sono pessimi consiglieri. Vi ha taluno che al paese si rese colpevole di furti anche rimarchevoli, e, potendolo, non pensa alla restituzione. Vi ha chi studia di aprire coi grimaldelli le dispense: e chi tenta di penetrare nelle stanze del Prefetto o dell'Economo: chi va a frugare nei bauli dei compagni per rubare commestibili o denaro o altri oggetti: chi fa la raccolta per suo uso di quaderni e di libri...

Di costoro e di altri egli mi disse i nomi, e continuò: Alcuni trovansi qui per essersi appropriati di oggetti di vestiario, biancheria, coperte e mantelli che appartenevano alla guardaroba dell'Oratorio, per mandarli alle loro case. Alcuni per qualche altro grave danno recato volontariamente e non riparato. Altri per non aver restituito oggetti e cose che si erano fatti imprestare: e qualcuno per aver ritenuto somme di denaro che gli erano state affidate perché le consegnasse al Superiore.

E concluse: E poiché questi tali ti furono indicati, avvisali, dì loro che respingano gli inutili e nocivi desideri, che siano obbedienti alla legge di Dio e gelosi del loro onore, altrimenti la cupidigia li spingerà a peggiori eccessi, che li sommergeranno nei dolori, nella morte e nella perdizione.

Disobbedienza: radice di ogni male.

Io non sapeva darmi ragione come per certe cose così poco considerate dai nostri giovani fossero preparate pene tanto terribili. Ma l'amico troncò le mie riflessioni, dicendomi: Rammenta quello che ti fu detto allo spettacolo dei grappoli guasti sella vite e alzò un altro velo che nascondeva molti altri giovani che tutti io subito conobbi e che sono nell'Oratorio. Sul velo era scritto: "Radice di ogni male". E subito mi interrogò: Sai che cosa ciò significai quale sia il peccato che indica questa epigrafe?

Mi pare che non sia altro che superbia.

No! egli rispose.

Eppure io ho sempre sentito dire che la radice di ogni peccato è la superbia.

Sì! in generale si dice che è la superbia; ma in particolare sai che cosa fece cadere Adamo ed Eva nel primo peccato, pel quale essi furono scacciati dal paradiso terrestre?

La disubbidienza.

Appunto; la disubbidienza è la radice di ogni male.

E che cosa devo dire ai miei giovani su questo punto?

Sta' attento: quei giovani che tu vedi qui sono i disubbidienti che si vanno preparando una così lagrimevole fine. I tali e tali altri che tu credi siano andati a riposo, di notte scendono a passeggiare in cortile e, non curando le proibizioni, vanno in luoghi pericolosi e sui ponti di fabbrica delle nuove costruzioni, mettendo a rischio anche la loro vita. Alcuni, nonostante le prescrizioni delle regole, vanno in Chiesa e non vi stanno a dovere: invece di pregare, pensano a tutt'altro e fabbricano nella loro mente castelli in aria: altri disturbano. Vi sono di quelli che cercano di appoggiarsi o di trovare un bel posto per adagiarsi e dormire nel tempo delle sacre funzioni; ed altri tu credi vadano in Chiesa e non ci vanno. Guai a chi trascura la preghiera! Chi non prega si danna! Vi sono qui alcuni che invece di cantare le laudi sacre o l'Ufficio della Beata Vergine, leggono libri tutt'altro che di Chiesa e certuni, il che è di gran vergogna, leggono persino libri proibiti. E continuó ad enumerare varie altre trasgressioni che son causa di vari altri disordini.

Come ebbe finito, commosso lo fissai in volto; egli guardó me ed io gli dissi ancora:

E tutte queste cose potró riferirle ai miei giovani?

Si, puoi dire a tutti quello che ti ricorderai.

Obbedienza.

E quale consiglio potrò dar loro perchè non avvengano così gravi disgrazie?

Insisterai, dimostrando come l'obbedienza, anche nelle piccole cose, a Dio, alla Chiesa, ai parenti, ai superiori, li salverà.

Ed altro?

Dirai ai tuoi giovani che si guardino molto dall'ozio, poichè questo fu già la causa del peccato di Davide: di' loro che stiano sempre occupati, perche così il demonio non avrà tempo di assalirli.

Io chinai il capo e promisi. Non ne poteva più dallo sgomento e dissi all'amico: Ti ringrazio della carità che mi hai usato e ti prego di farmi uscire.

Bisogna che tu pure provi un poco l'inferno.

Egli allora: Vieni meco. disse; e facendomi coraggio mi prese per mano, sorreggendomi, poichè era estenuato di forze. Usciti da quella sala, attraversato in un attimo quell'orrido cortile e quel lungo corridoio d'entrata, prima di lasciare la soglia dell'ultima porta di bronzo si volse di nuovo a me ed esclamò:

Adesso hai veduti i tormenti degli altri, bisogna che tu pure provi un poco l'inferno.

No, No! gridai inorridito.

Egli insisteva ed io rifiutava sempre.

Non temere, mi diceva, vieni solo a provare; tocca questa muraglia.

Io non ne aveva il coraggio e voleva allontanarmi; ma quegli mi trattenne dicendomi: Eppure fa bisogno che tu provi! e mi afferò risolutamente per un braccio e mi trasse vicino al muro, continuando a dire: Una sola volta toccala, almeno per poter dire che sei stato a visitare le muraglie degli eterni supplizi e che le hai toccate; e per capire che cosa sarà dell'ultima muraglia, se così terribile è la prima. Vedi tu questo muro?

Osservai con maggior attenzione quel muro che era di una grossezza colossale. La guida proseguì: « E' il millesimo prima di giungere dove è il vero fuoco dell'inferno. Sono mille i muri che lo circondano. Ogni muro è di mille misure di spessore e di distanza l'uno dall'altro; e ciascuna misura è lunga mille miglia: questo è distante un milione di miglia dal vero fuoco dell'inferno, e perciò è un minimo principio dell'inferno stesso.

Ciò detto, ritraendomi io per non toccare, afferrò la mia mano, l'aperse per forza, e me la fece battere sulla pietra di quell'ultimo millesimo muro. In quell'istante sentii un bruciore così intenso e doloroso, che sbalzando indietro e mandando un fortissimo grido, mi svegliai. Mi trovai seduto sul letto, e sembrandomi che la mia mano bruciasse, la stropicciavo con l'altra per far passare quella sensazione. Fattosi giorno, osservai che la mano era gonfia realmente; e l'impressione immaginaria di quel fuoco ebbe tanta forza, che in seguito la pelle interna della mano si staccò e cambiossi.

Notate che io non vi ho dette queste cose in tutto il loro orrore, nel modo come le vidi e come, mi fecero impressione, per non spaventarvi troppo. Noi sappiamo che il Signore non nominò mai l'inferno se non con figure, poiché ancorché ce lo avesse descritto com'è, non avremmo inteso. Nessun mortale può comprendere queste cose. Il Signore le sa e può dirle a chi vuole.

Per più notti in seguito, sempre turbato, io non ho più potuto addormentarmi a causa di questo spavento. Vi ho raccontato soltanto in breve, ciò che ho visto in lunghissimi sogni: non ve ne ho fatto che un breve riepilogo. Io poi farò delle istruzioni e sul rispetto umano, e su ciò che riguarda il sesto, il settimo comandamento e la superbia. Non farò altro che spiegare questi sogni; perché sono in tutto consentanei alla Sacra Scrittura, anzi non sono altro che un commento di ciò che si legge a questo riguardo nella medesima. In queste sere vi ho già raccontato qualche cosa, ma ogni qualvolta potrò venire a parlarvi, vi racconterò il resto, dandovene la spiegazione. (M. B. IX, 155)
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