Dall'oratorio all'America - Profezie On Line

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TERZO SOGNO MISSIONARIO
A VOLO DALL'ORATORIO ALL'AMERICA

Mons Cagliero doveva partire da Torino il 1° febbraio del seguente 1885 con diciotto Confratelli e sei figlie di Maria Ausiliatrice. Affliggeva Don Bosco il pensiero di non potere, come in passato, dar loro l'addio nella chiesa e accompagnarli fino all'imbarco; i medici gli avevano ordinato assoluto riposo. Ma il Signore lo consolò con un secondo sogno missionario proprio nella notte del 31 gennaio al 1° febbraio.

Lo raccontò quasi subito e poi lo rivide, quando gli fu presentato in iscritto da D. Lemoyne.

Mi parve di accompagnare i missionari nel loro viaggio. Ci siamo parlati per un breve momento prima di partire dall'Oratorio. Essi mi stavano attorno e mi chiedevano consigli; e mi pareva di dire a loro: «Non con la scienza, non con la sanità, non colle ricchezze, ma collo zelo e colla pietà, farete del gran bene, promuovendo la gloria di Dio e la salute delle anime.

Eravamo poco prima all'Oratorio, e poi senza sapere per quale via fossimo andati e con quale mezzo, ci siamo trovati quasi subito in America. Giunto al terinine del viaggio mi trovai solo in mezzo ad una vastissima pianura, posta tra il Cile e la Repubbica Argentina. I miei cari missionari si erano tutti dispersi qua e là per quello spazio senza limiti. Io guardandoli mi meravigliava, poichè mi sembravano pochi. Dopo tanti Salesiani che in varie volte aveva mandati in America, mi pensava di dover vedere un numero maggiore di missionari. Ma poscia riflettendo conobbi che se piccolo sembrava il loro numero, ciò avveniva perchè si erano sparsi in inolti luoghi, come seminagione che doveva trasportarsi altrove ed essere coltivata e moltiplicata.

In quella pianura apparivano molte e lunghissime vie per le quali si vedevano sparse numerose case. Queste vie non erano come le vie di questa terra, e le case non erano come le nostre di questo mondo. Erano oggetti misteriosi e direi quasi, spirituali. Quelle strade erano percorse da veicoli, o da mezzi di trasporto che correndo prendevano successivamente mille aspetti fantastici e mille forme tutte diverse, benchè magnifiche e stupende, sicchè io non posso definirne o descriverne una sola. Osservai con stupore che i veicoli giunti vicini ai gruppi di case, ai villaggi, alle città, passavano in alto, cosicchè chi viaggiava vedeva sotto di sè i tetti delle case, le quali benchè fossero molte elevate, pure di molto sottostavano a quelle vie le quali mentre nel deserto aderivano al suolo, giunte vicine ai luoghi abitati diventavano aeree quasi formando un magico ponte. Di lassù si vedevano gli abitanti nelle case, nei cortili, nelle vie, e nelle campagne occupati a lavorare i loro poderi.

Ciascheduna di quelle strade faceva capo ad una delle nostre missioni. In fondo ad una lunghissima via che si protendeva dalla parte del Cile io vedeva una casa con molti confratelli Selesiani, i quali si esercitavano nella scienza, nella pietà, in varie arti e mestieri e nell'agricoltura. A mezzodì era la Patagonia. Dalla parte opposta in un batter d'occhio scorgeva tutte le case nostre nella Repubblica Argentina. Quindi nell'Uraguay, Paysandù, Las Piedras, Villa Colòn; nel Brasile il Collegio di Nicteroy e molti altri ospizi sparsi nelle province di quell'impero. Ultima ad occidente si apriva un'altra lunghissima strada che traversando fiumi, mari e laghi faceva capo in paesi sconosciuti. In questa regione vidi pochi Salesiani. Osservai con attenzione e potei solamente vederne due.

In quell'istante apparve vicino a me un personaggio di nobile e vago aspetto, pallidetto di carnagione, grasso, con barba rasa in modo da parere imberbe e per età uomo fatto. Era vestito in bianco, con una specie di cappa color di rosa intrecciata con fili d'oro. Risplendeva tutto. Io conobbi in quello il mio interprete.

Dove siamo qui? chiesi io additandogli quest'ultimo paese.

Siamo in Mesopotamia, mi rispose l'interprete.

In Mesopotamia? io replicai; ma questa è la Patagonia.

Ti dico, rispose l'altro, che questa è la Mesopotamia.

Ma pure, ma pure... non posso persuadermene.

La cosa è così! Questa è la Mesopotamia... Me.. so.. po.. ta.. mia, concluse l'interprete sillabando la parola, perchè mi restasse bene impressa.

Ma perchè i Salesiani che vedo qui sono così pochi!

Ciò che non è, sarà, concluse il mio interprete. Io intanto sempre fermo in quella pianura percorreva collo sguardo tutte quelle interminabili vie e contemplava, in modo chiarissimo ma inespicabile, i luoghi che sono e saranno dei Salesiani. Quante cose magnifiche vidi! Vidi tutti i singoli collegi. Vidi come in un punto solo il passato, il presente e l'avvenire delle nostre missioni. Siccome vidi tutto complessivamente in uno sguardo solo, è ben difficile, anzi impossibile rappresentare anche languidamente qualche ristretta idea di questo spettacolo. Solamente ciò che io vidi in quella pianura del Cile, del Paraguay, del Brasile, della Repubblica Argentina domanderebbe un grosso volume, volendo indicare qualche sommaria notizia.

Vidi pure in quella vasta pianura, la gran quantìtà di selvaggi che sono sparsi nel Pacifico fino al golfo di Ancud, nello stretto di Magellano, al Capo Horn, nelle isole Diego, nelle isole Malvine. Tutta messe destinata per i Salesiani. Vidi che ora i Salesiani seminano soltanto, ma i posteri raccoglieranno. Uomini e donne ci rinforzeranno e diverranno predicatori. I loro figli stessi che sembra quasi impossibile guadagnare alla fede, essi stessi diverranno gli evangelizzatori dei loro parenti e dei loro amici. I Salesiani riusciranno a tutto con l'umiltà, col lavoro, colla temperanza. Tutte quelle cose che io vedeva in quel momento e che vidi in appresso, riguardavano tutte i Salesiani, il loro regolare stabilimento in quei paesi, il loro aumento meraviglioso, la conversione di tanti indigeni e di tanti Europei colà stabiliti. L'Europa si verserà nell'America del Sud. Dal momento che in Europa si cominciò a spogliare le chiese, incominciò a diminuire la floridezza del commercio, il quale andò e andrà sempre più deperendo. Quindi gli operai e le loro famiglie, spinti dalla miseria correranno in quelle nuove terre ospitali a cercare ricovero.

Visto il campo che ci assegna il Signore e il glorioso avvenire della Congregazione salesiana, mi parve di mettermi in viaggio pel ritorno in Italia. Io ero trasportato con rapidissimo corso per una via strana, altissima e così giunsi in un attimo sopra l'Oratorio. Tutta Torino era sotto i miei piedi, e le case, i palazzi, le torri mi sembravano basse casupole, tanto io mi trovavo in alto. Piazze, strade, giardini, le ferrovie, le mura di cinta, le campagne, e le colline circostanti, le città, i villaggi della provincia, la gigantesca catena delle Alpi coperte di neve stavano sotto i miei occhi presentandomi uno stupendo panorama. Vedevo i giovani là in fondo nell'Oratorio che sembravano tanti topolini; ma il loro numero era straordinariamente grande: preti, chierici, studenti, capi d'arte ingombravano tutto. Molti partivano in processione ed altri sottentravano alle file di coloro che partivano. Era una continua processione.

Tutti si andavano a raccogliere in quella vastissima pianura tra il Cile e la Repubblica Argentina, nella quale io tosto ero tornato in un batter d'occhio. Io li stavo osservando. Un giovane prete il quale sembrava il nostro D. Pavia, ma che non era, con aria affabile, parola cortese, di aspetto candido, e di carnagione fanciullesca venne verso di me e mi disse: Ecco le anime ed i paesi destinati ai figlioli di S. Francesco di Sales.

Io ero meravigliato come tanta moltitudine che si era raccolta colà, in un momento disparisse e appena appena in lontananza si scorgesse la direzione che aveva presa.

Qui noto che nel narrare il mio sogno vado per sommi capi e non mi è possibile precisare la successione esatta dei magnifici spettacoli che mi si presentavano e i vari accidenti accessori. Lo spirito non regge, la memoria dimentica, la parola non basta. Oltre il mistero che involgeva quelle scene, queste si avvicendavano, talora s'intrecciavano, soventi volte si ripetevano secondo il vario unirsi o dividersi o partire dei missionari e lo stringersi o allontanarsi da essi di quei popoli che erano chiamati alla fede o alla conversione. Lo ripeto: io vedevo in un punto solo il presente, il passato, il futuro di queste missioni, con tutte le fasi, i pericoli, le riuscite, le disdette o disinganni momentanei che accompagneranno questo Apostolato. Allora intendevo chiaramente tutto, ma ora è impossibile sciogliere questo intrigo di fatti, di idee, di personaggi. Sarebbe come chi volesse comprendere in una sola storia e ridurre ad un solo fatto e ad unità tutto lo spettacolo del firmamento, narrando il moto, lo splendore, le proprietà di tutti gli astri colle loro relazioni e leggi particolari e reciproche; mentre un solo astro darebbe materia alla attenzione e allo studio della mente più robusta. E noto ancora che qui si tratta di cose le quali non hanno relazione con gli oggetti materiali.

Ripigliando dunque il racconto, dico che restai meravigliato nel veder scomparire tanta moltitudine. Monsignor Cagliero era in quell'istante al mio fianco. Alcuni missionari erano ad una certa distanza. Molti altri erano intorno a me con un bel numero di cooperatori salesiani, fra i quali distinsi Mons. Espinosa, il Dottor Torrero, il dottor Caranza e il Vicario generale del Cile. Allora il solito interprete venne verso di me, che parlavo con Mons. Cagliero e molti altri, mentre andavamo studiando se quel fatto racchiudesse qualche significazione. Nel modo più cortese l'interprete mi disse: Ascoltate e vedrete.

Ed ecco in quel momento la vasta pianura divenire una gran sala. Io non posso descrivere esattamente quale apparisse nella sua magnificenza e nella sana ricchezza.

Dico solo che se uno si mettesse a descriverla, nessun uomo potrebbe sostenerne lo splendore neppure con l'immaginazione. L'ampiezza era tale che si perdeva a vista d'occhio e non si riusciva a vederne le mura laterali. La sua altezza non si poteva raggiungere. La volta terminava tutta con archi altissimi, larghissimi e risplendentissimi e non si vedeva sopra qual sostegno si appoggiassero. Non vi erano nè pilastri, nè colonne. In generale sembrava che la cupola di quella gran sala fosse di un candidassimo lino a guisa di tappezzeria. Lo stesso dicasi del pavimento. Non vi erano lumi nè sole, nè luna, nè stelle, ma sibbene uno splendore generale, diffuso egualmente in ogni parte. La stessa bianchezza dei lini luccicava e rendeva visibile e amena ogni parte, ogni ornamento, ogni finestra, ogni entrata, ogni uscita. Tutt'intorno era diffusa una soavissima fragranza, la quale era mescolanza di tutti gli odori più grati.

Un fenomeno si scorse in quel momento. Una grande quantità di tavole in forma di mensa si trovavano là di una lunghezza straordinaria. Ve n'erano per tutte le direzioni, ma concorrevano ad un centro solo. Erano coperte da eleganti tovaglie e sopra stavano disposti in ordine bellissimi vasi cristallini in cui erano fiori molti e vari.

La prima cosa che notò Mons. Cagliero fu: Le tavole ci sono, ma i commestibili dove sono? Infatti non era apparecchiato nessun cibo e nessuna bevanda, anzi neppure vi erano piatti, coppe o altri recipienti nei quali porre le vivande.

L'amico interprete rispose allora: «Quelli che vengono qui, non avran più né fame né sete ».

Detto questo incominciò ad entrar gente tutta vestita in bianco con una semplice striscia come collana, di color rosa ricamata a fili d'oro che cingeva il collo e le spalle. I primi che entrarono erano in numero limitato. Solo alcuni in piccola schiera. Appena entrati in quella gran sala andavano a sedersi intorno ad una mensa loro preparata, cantando: Evviva l Ma dopo queste, altre schiere più numerose si avanzavano cantando: Trionfo l Ed allora incominciò a comparire una varietà di persone, grandi e piccole, uomini e donne, di ogni generazione, diversi di colore, di forme, di atteggiamenti e da tutte le parti risuonavano cantici. Si cantava: Evviva! da quelli che erano già al loro posto. Si cantava: Trionfo l da quelli che entravano. Ogni turba che entrava erano altrettante nazioni o parti di nazione che saranno tutte convertite dai missionari.

Ho dato un colpo d'occhio a quelle mense interminabili e conobbi che là sedute e cantando vi erano molte nostre suore e gran numero di nostri confratelli. Costoro però non avevano nessun distintivo di essere preti, chierici, suore, ma egualmente come gli altri avevano la veste bianca e il pallio color di rosa.

Ma la meraviglia crebbe quando ho veduto uomini dall'aspetto ruvido, col medesimo vestito degli altri e cantare: Evviva! Trionfo! In quel momento il nostro interprete disse: Gli stranieri, i selvaggi che bevettero il latte della parola divina dai loro educatori, divennero banditori della parola di Dio.

Osservai pure in mezzo alla folla schiere di fanciulli con aspetto rozzo e strano e domandai: E questi fanciulli che hanno una pelle così ruvida, che sembra quella di un rospo, ma pure così bella e di un colore così risplendente? Chi sono costoro?

L'interprete rispose: Questi sono i figlioli di Cani che noci hanno rinunziato all'eredità di Levi. Essi rinforzeranno le armate per tutelare il regno di Dio che finalmente è giunto anche fra noi. Era piccolo il loro numero, ma i figli dei figli loro lo accrebbero. Ora ascol

tate e vedete, ma non potete intendere i misteri che vedete.

Quei giovanetti appartenevano alla Patagonia ed all'Africa meridionale.

In quel mentre s'ingrossarono tanto le file di coloro che entrarono in quella sala straordinaria, che ogni sedia pareva occupata. Le sedie e i sedili non avevano forma determinata, ma prendevano quella forma elio ciascheduno desiderava. Ognuno era contento del seggio che occupava e del seggio che occupavano gli altri.

Ed ecco mentre si gridava da tutti: Evviva! Trionfo! Ecco sopraggiungere in ultimo una gran turba che festevolmente veniva incontro agli altri già entrati e cantando: Alleluia, gloria, trionfo!

Quando la sala apparve interamente piena, e le migliaia dei radunati non si potevano numerare, si fece un profondo silenzio e quindi quella moltitudine incominciò a cantare divisa in diversi cori.

Il primo coro: « Si è avvicinato a noi il regno di Dio: ne gioiscono i cieli e la terra esulta. Il Signore ha esteso il suo dominio sopra di noi. Alleluia! ».

Altro coro: « Riportarono vittoria. Lo stesso Signore darà loro da cibarsi con i frutti dell'Albero della vita, né avran più faine in eterno. Alleluia!».

Un terzo coro: «O genti tutte, lodate il Signore, lodatelo voi, o popoli tutti».

Mentre queste ed altre cose cantavano e si alternavano, ad un tratto si fece per la seconda volta un profondo silenzio. Quindi incominciarono a risuonare voci che venivano dall'alto e lontane. Il senso del cantico era questo, con un'armonia che non si può in nessun modo esprimere: « A Dio solo onore e gloria per tutti i secoli». Altri cori sempre in alto e lontani rispondevano a queste voci: «Siano rese grazie sempre a Colui che era, è e verrà. A Lui solo rendimento di Grazie, a Lui onore per tutta l'eternità ».

Ma in quel momento quei cori si abbassarono e si avvicinarono. Fra quei musici celesti vi era anche Luigi Colle. Gli altri che stavano nella sala si misero allora tutti a cantare e si unirono, collegandosi le voci insieme in somiglianza di straordinari strumenti musicali, con suoni la cui estensione non aveva limiti. Quella musica sembrava avesse contemporaneamente mille note e mille gradi di evoluzione che si associavano a fare un solo accordo di voci. Le voci in alto salivano così acute che non si può immaginare. Le voci di coloro che erano nella sala scendevano sonore, rotonde, così basso che non si può esprimere. Tutti formavano un coro solo, una sola armonia, ma così i bassi come gli alti con tale gusto e bellezza e con tale penetrazione in tutti i sensi dell'uomo e assorbimento di questi, che l'uomo dimenticava la propria esistenza, ed io caddi in ginocchio ai piedi di Mons. Cagliero esclamando: Oh Cagliero, noi siamo in Paradiso!

Mons. Cogliero mi prese per mano e mi rispose: Non è il Paradiso, è una semplice, una debolissima figura di ciò che in realtà sarà il Paradiso.

Intanto unaniuìi le voci dei due grandi cori proseguivano, e cantavano con inesprimibile armonia: « A Dio solo onore e gloria e trionfo, alleluia, in eterno! in eterno!». Qui ho dimenticato me stesso e non so più che cosa sia stato di me. Al mattino stentavo a levarmi di letto; appena appena potei richiamarmi a me stesso, quando sono andato a celebrare la Messa.

Il pensiero principale che mi restò impresso dopo questo sogno, fu di dare a Mons. Cagliero ed ai miei cari missionari un avviso di somma importanza riguardante le sorti future delle nostre missioni: Tutte le sollecitudini dei Salesiani e delle suore di Maria Ausiliatrice siano rivolte a promuovere le vocazioni ecclesiastiche e religiose. (M. B. XVII, 299)
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